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Full text of "Letteratura provenzale"

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1 MANUALI HOEPLI 


LETTERATURA 


PROVENZALE 


DEL 

D. r ANTONIO NESTORI 

Professore titolare al Regio ~Liceo di Cremona. 
Libero Docente di Letterature Romanze nella R. Università 
di Pavia. 



ULRICO HOEPLI 

EDITORE-LIBRAIO DELIA REAL CASA 

MILANO 

1891. 


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PliOPRIETÀ LETTERARIA* . 


m 9 

yf 


Milano, Tip. Bemardoni di C. Rtbttchini t C. 

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LIB. COM. - • 

LIBERMA ^ 

SEPTEMBER 1928 / 

17636 


IL PROFESSORE 

GENNARO BUONANNO 

Direttore della Biblioteca Governativa di Cremona. 


Questo libretto non si dirige ai dotti romanisti, 
ma, secondo ? indole di questa collezione di Ma¬ 
nuali, a quella parte di pubblico cólto che pure 
essendo profano a questi studi, ami di avere della 
letteratura provenzale un’idea più esatta e com¬ 
pleta di quanto generalmente si abbia. Senonchè 
i monumenti di essa sono così sparsi per libri e 
riviste, e ancora in tanta parte inediti, che ho 
dovuto abbondare di citazioni e di rimandi; ab¬ 
bondare, s’intende, rispetto a quel che s’usa in 
un semplice Manuale; ma in generale — poiché 
ormai le lunghe note bibliografiche sono una falsa 
ricchezza che non inganna nessuno — mi son 
contentato di citare le opere che o sono di no¬ 
tevole importanza o, perchè recentissime, possono 
informare i lettori di tutto ciò che su l’argomento 
8’ era stampato prima. Ho voluto insomma far 
cosa che non riesca discara nè agli studiosi nè 
ai dilettanti; mi sarò io invece allontanato e gli 
uni e gli altri? Non sarebbe un caso raro! 

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IV Dedicò ,. 

Comunque avvenga, tu, cólto e buon amico, sei 
stato testimone della fatica che quest’operetta mi 
costò, e spesso, nella tua qualità di bibliotecario, 
hai dato grande e intelligente aiuto alle molteplici 
mie ricerche. In te almeno, essa troverà un indul¬ 
gente lettore: io te l’offro dunque, mosso da quel 
sentimento che, per i nostri figliuoli, ci spinge a 
cercare un padrino tra gli amici più stimati e più 
cari. 

Cremona, marzo 1891. 

Antonio Restori. 


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INDICE 


Abbreviazioni più usate 


Pag. ix 


CAPITOLO I. 

Provenzalisti antichi e moderni.Pag. 1 

{Lai Razoi de trobar di Raimon Yidal. — Lo Donatz 
proemiali di Ugo Faidit. — Regles de trobar di Jaufré 
di Foxà. — Doctrina de compondre dictati. — Doctrina 
de cori di Terramagnino da Pisa. — Lai leyi d y Amori 
di Guillem Molinier. — Cinquecentisti italiani studiosi del 
provenzale. — Giovanni de N ótre dame. — Antonio Ba¬ 
sterò. — La Cume di Sainte-Palaye. — Raynouard, 
Fauriel, Galvani, Milà y Fontanals. — Federico Diez. — 

I provenzalisti contemporanei.) 


CAPITOLO IL 

Lingua provenzale: confini e nomi. - La Pro¬ 
venza greco-romana: invasioni barbariche: il 
basso latino. - Primi documenti letterari. Pag. 17 1 
(Confini e divisioni dialettali. — Lengua romana , len- 
gua d y oc y proemal , lemoii — Il basso latino in Proven¬ 
za. — Treccie del nuovo volgare. — Primi documenti: 

Alba bilingue. Poema su Boezio. — Frammenti di Yite di 
Santi. — Un Noel e una Preghiera alla Yergine. — Poe¬ 
ma su Alessandro. — Frammenti di un Evangelo in prosa.) 


CAPITOLO ni. 


La lirica provenzale: sue origini. - La cavalle¬ 
ria e suoi rapporti con la lirica dei trova¬ 
tori .. Pag. 


37 





VI 


Indice . 




( Histriones e jocxilatores. — I trovatori: donde pro¬ 
vengano; loro arte poetica. — I giullari. — La cavalle¬ 
ria; origini e indole dell’amore cavalleresco. — Tecnica 
amorosa e poetica dei trovatori. — Canzone e serventese. 

-- Nota sulle principali forme liriche.) 

CAPÌTOLO IV. 

La lirica provenzale : i primi trovatori. - Periodo 
di splendore della poesia trovadorica . . Pag. 58 
(Guglielmo di Poitiers. — Eble II e Bernardo di Ven- 
tadorn. — Marcabru. — Giaufredo Rudel. — Pietro d’Al- 
vernia. — Pietro Rotgier. — Giraldo di Bornelh. — Gu¬ 
glielmo di Cabestaing. — Arnaldo Daniello. — Arnaldo 
di Mareuil. — Bertrando dal Bornio. — Pietro Vidal. — 
Folchetto di Marsiglia. — Nota sui mecenati e cultori 
della poesia trovadorica.) 

CAPITOLO V. 

La lirica provenzale: sua decadenza. - Suoi in¬ 
flussi nelle letterature vicine.Pag. 80 

(La Crociata contro gli Albigesi. — Gli ultimi trova¬ 
tori. — L’accademia tolosana; sua origine e regole. — 
Influenza della poesia provenzale in Francia, in Casti- 
glia, in Portogallo, in Catalogna e Aragona, in Germa¬ 
nia. — I trovatori provenzali in Italia: Pietro Vidal, Gau- 
celmo Faidit, Rambaldo di Vaqueiras, Folchetto da Ro- 
mans, Aimerico da Pegulhan, Ugo di San Circ, Gugliel¬ 
mo Figueira e altri. — Italiani che poetarono in proven¬ 
zale: Manfredi Lancia, Pietro della Cavarana, Raraber- 
tino de’ Buvalelli, Sordello, Nicoletto da Torino, Ferra- 
rino da Ferrara, Lanfranco Cigala e altri. — Ultime trec¬ 
cie provenzali in Italia.) 

CAPITOLO VI. 

Letteratura profana: epica, bretone, classica. - 

Novelle, favole, storia.Pag. 110 

(La poesia epica non è indigena in Provenza. — Poe- 

9 Google 




Indice . 


VII 


ma franco-provenzale di Girart de Rossillon. — Fiera - 
bras. — Daurel e Beton . — Aigar e Maurin . — Philo- 
tnena . — 11 Romanzo d'Arles. — Ciclo bretone: Jaufré 
Blondin de Cornoalha f Guillem de la Barra . — Novel¬ 
le : Flamenco e altre. — Favole esopiche. — Poemi sto¬ 
rici: Chanso d'Antiocha , canzone della Crociata albi - 
pesi, e altre. — Nota su poemi provenzali perduti.) 

CAPITOLO VII. 

Letteratura profana: scientìfica, didattica e mo¬ 
rale.Pag. 134 

(Indole della scienza medievale. — Opere grammati¬ 
che, giuridiche, sulla caccia, botaniche e agrarie. — Ca¬ 
lendari e divinazione. — Lapidari e bestiarii. — Scienze 
medico-chirurgiche. — Trattati di indole collettiva o en¬ 
ciclopedica: Tesoro , Breviario d'amore , Elucidario e 
altri. — Letteratura didattica : gli Insegnamenti. — Poe¬ 
sie allegoriche: Allegoria d'amore, Corte d'amore, Ca¬ 
stel d'amore . — Opere, trattati, epistole su argomenti 
morali.) 


CAPITOLO Vili. 

Letteratura religiosa, biblica e narrativa . Pag. 156 

(Versioni dal vecchio e nuovo Testamento. — Leg¬ 
gende evangeliche: Evangelium infantile e di Nicode- 
mo r la Fine del mondo , il Legno della croce , la Vindicta 
Salvatoris. — Poesie e prose riguardanti il culto della 
Vergine. — Vite diverse di Santi. — Leggende di Santi: 
Visioni di S. Patrizio, di Tundalo, di S. Paolo, Legenda 
aurea. Barlaam e Josaphat.) 

CAPITOLO IX. 

Letteratura religiosa, lirica e didattica. - Lette¬ 
ratura dramatica, sacra e profana . . . Pag. 178 

(Canti religiosi. — Cantici su Maria, sullo Spirito Santo, 
sulla Risurrezione. — Parafrasi in poesia e in prosa di 
preghiere cristiane; versioni dei salmi. — Opere didatti- 

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Vili 


Indice. 


che : Prediche ed Omelie. — Dibattiti tra cattolici ed ere¬ 
tici. — Il Dottrinale, e libri catechistici — Trattati val¬ 
desi in poesia e in prosa. — La Danza della morte . — 
Origine ed indole del teatro medievale. — Il Ludus stul - 
torum. — Sposalizio di Maria Vergine. — I misteri della 
Natività, della Passione , di Santa Agnese . — Ludus 
sancti Jacobi. — Cinque misteri brianzonesi. — Ultime 
traccio del teatro medievale.) 

CAPITOLO X. 

Cenni sulla storia letteraria provenzale dalla line 
del secolo XY ai giorni nostri .... Pag. 200 

(La letteratura provenzale diventa vernacola: sua in¬ 
dole locale. — Poeti in dialetto nel Cinquecento; Pietro 
Goudouli. — Poeti del Seicento: Saboly e Daubasse. — 
Poesia nel Settecento; poesie del periodo della Rivolu¬ 
zione. — Giacomo Jansemin e Giuseppe Roumanille. — 
Fondazione del félilrige: suo scopo, suoi caratteri. — 
Federico Mistral. — Félibres contemporanei.) 


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ABBREVIAZIONI PIÙ USATE 


Archiv. — Archiv fur das Studium der neueren Spra- 
chen und Literaturen. Hrsg. von Ludwig Herrig. 

Biogr. — Les biographies des troubadours, avec in- 
troduction et notes, par Camille Chabaneau (Estr. 
dal tomo X della Hist . générale de Langnedoc; 
Toulouse, Privat, 1885). 

Chrest. — Chrestomathie provengale par Karl Bartsch. 
(Si cita sempre la 3. a ediz. Elberfeld, 1875.) 

Udir , oppure Rev. des lan. rom. — Revue des langucs 
romanes publiée par la Société pour l’^tude des 
langues romanes. Montpellier et Paris. 

Rom. — Romania : Recueil trimestriel consacrò à l’é- 
tude des langues et des littératures romanes, par 
Paul Meyer et Gaston Paris. Paris, Viewcg. 

oppure Zeits . — Zeitschrift fiir romanische Phi- 
lologie, hrsg. von G. Gròber. Halle, Niemeyer. 


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CAPITOLO I. 


PROVENZALISTI ANTICHI E MODERNI. 


§ 1. La lingua provenzale ebbe già dal XIII se¬ 
colo grammatiche e glossarii e perfino rimarii. 
Nè ciò farà meraviglia quando si pensi che la 
letteratura di Provenza, già decadente nella sua 
patria, s’era allargata oltre i Pirenei e al di qua 
delle Alpi ; e certo pei Catalani e per gli Italiani \ 
non erano inutili tali guide grammaticali e poeti- ‘ 
che. Nella prima metà del secolo XIII, il poeta 
Raimon Vidal di Bezaudun o Besalu, nel setten¬ 
trione della Catalogna, forse alla corte di Pietro II 
d’Aragona, scrisse un trattato di grammatica in 
servizio della poetica. S’intitola: Las Razos de 
trobar. Incomincia a stabilire che le regole della 
retta dizione son date, a preferenza delle altre re¬ 
gioni provenzali, dal Limosino ; perchè, dice l’au¬ 
tore, “ tuit li home qi en aqella terra sunt nat ni 
norit han la parladura naturai e drecha.., et per 
aizo sun en major autoritat li cantar de la par¬ 
ladura de Lemozi que de negun* autra lenga. „ 
Passa poi a parlare delle varie parti del discorso, 
notando specialmente in che abbiano errato molti 
de’ trovatori antecedenti, sia per obbedire alle esi- 

RESTOBI, Digitized by CjOOglc I 




2 


Capitolo primo. 


geme della rima, sia trascinati da abitudini dia¬ 
lettali. La importanza di siffatte indicazioni non è 
chi non vegga; ma ragion vuole che delle Razos 
si lodi anche la forma spigliata e varia, assai 
meno rigidamente stretta allo schema delle gram¬ 
matiche latine medioevali che non tutte l’opere 
seguenti dello stesso genere. 1 

§ 2. Il lavoro di Raimon Vidal ebbe assai voga i 
in Provenza, in Catalogna e fu conosciuto anche 
in Italia. Le Leya d’Amors , (v. § 5) lo nominano 
e discutono talora alcune delle sue affermazioni; 
e della sua diffusione vedremo più innanzi altre 
prove. Ebbe invece molto minor fama una gram- 
matichetta provenzale di un certo Ugo Faidit. Sic¬ 
come nelle scuole latine medioevali erano di grande 
uso l 9 Ars gramatica e l’.<4rs minor del gramma¬ 
tico Donato, il Faidit seguendo specialmente le 
, traccio della Ars minor , intitolò la sua : Lo Do- 
natz proensals. L’operetta, che ha press’a poco le 
stesse proporzioni delle Razos , è pure in prosa, e 
assai più arida e pedantesca. Si limita quasi so¬ 
lamente alle questioni grammaticali. Essa è ante¬ 
riore alFanno 1246, e sebbene il nome dell’autore 
mostri ch’egli non era italiano fu composta cer¬ 
tamente in Italia, per compiacere (come dice l’au¬ 
tore) alle preghiere di due signori italiani, Iacopo j 
da Morra e Corraduccio da Sterleto, entrambi noti j 
per documenti storici. Il conte di Sterleto è nomi¬ 
nato in un contratto del 1243; il da Morra prese 
parte attivissima nelle vicende politiche del regno 


1 Razos. L. Biadene : Las Rasos e lo Donatz, in : Studi di 
fil. rom. t fasci. Ili (1885), pag. 336-402. 

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Provenzalisti antichi e moderni. 


3 


di Federico II tra il 1239 e il 1247. Alcuni ma¬ 
noscritti che contengono il Donatz proensals ne 
danno anche una traduzione in latino. Una tradu¬ 
zione italiana ancora inedita, un po’ in compendio, 
ne fece per suo uso il noto storico Benedetto Var¬ 
chi. Il Donatz del resto non fu conosciuto affatto 
fuori d’Italia, mentre più che le Razos, seguitò ad 
essere conosciuto dai provenzalisti italiani dei se¬ 
coli XVI e XVII. 1 

§ 3. Le Razos di Raimon Vidal trovarono un 
imitatore, o meglio un seguitatore nel, catalano 
Jaufrè de Foxi. Egli era dapprima monaco fran¬ 
cescano; poi nél 1275 passò monaco benedettino 
nel convento di S. Felice di Guixols presso Gerona. 
Nelle vicinanze di Gerona è pure Foxà o Foixa pa¬ 
tria di lui. Non è improbabile che siano anche 
sue tre poesie religiose attribuite a un Monaco di 
Foissan, il quale si qualifica come frate minore : 
esse sarebbero perciò anteriori al 1275. L’operetta 
grammaticale e didattica di Jaufrè s’intitola: Re - 
gles de trohar ; fu scritta per domanda di Gia¬ 
como re di Sicilia; ciò permette di porre tra il 
1286 e il 1299 la composizione dell’opera, ma non 
possiamo dire se l’autore scrivesse in Sicilia o in 
Catalogna. Il suo libretto, come egli stesso affer¬ 
ma, è un seguito dell’opera di R. Vidal, ma steso 


1 Donatz. V. nota paragrafo precedente. 

* Ugo Faidit , Il GrÒeber [Z. Vili, 113-17. e 290] credeva au¬ 
tore del Donatz Ugo de Sant Circ, il prof. P. Merlo [ Giornale 
stor. d. lett. itdl. y II, 1-27, III, 218-21 e 398-400, IV, 203] Gau- 
celm Faidit. Il Biadene sciolse la questione. 

Jac. da Morra e Corr. da Sterleto. C. Frati: Appunti dai 
Regesti di Innocenzo IV in : Propugnatore , a. 1889, p. 165-83, 
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2 Capitolo primo. 


genze della rima, sia trascinati da abitudini dia¬ 
lettali. La importanza di siffatte indicazioni non è 
chi non vegga; ma ragion vuole che delle Razos 
si lodi anche la forma spigliata e varia, assai 
meno rigidamente stretta alio schema delle gram¬ 
matiche latine medioevali che non tutte l’opere 
seguenti dello stesso genere. 1 

§ 2. Il lavoro di Raimon Vidal ebbe assai voga 
in Provenza, in Catalogna e fu conosciuto anche 
in Italia. Le Leys d’Amors, (v. § 5) lo nominano 
e discutono talora alcune delle sue affermazioni; 
e della sua diffusione vedremo più innanzi altre 
prove. Ebbe invece molto minor fama una gram- 
matichetta provenzale di un certo Ugo Faidit. Sic¬ 
come nelle scuole latine medioevali erano di grande 
uso r Ars gramatica e Y Ars minor del gramma¬ 
tico Donato, il Faidit seguendo specialmente le 
, traccio della Ars minor , intitolò la sua : Lo Do - 
naiz proensals. L’operetta, che ha press’a poco le 
stesse proporzioni delle Razos , è pure in prosa, e 
assai più arida e pedantesca. Si limita quasi so¬ 
lamente alle questioni grammaticali. Essa è ante¬ 
riore all’anno 1246, e sebbene il nome dell’autore 
mostri ch’egli non era italiano fu composta cer¬ 
tamente in Italia, per compiacere (come dice l’au¬ 
tore) alle preghiere di due signori italiani, Iacopo 
da Morra e Corraduccio da Sterleto, entrambi noti 
per documenti storici. Il conte di Sterleto è nomi¬ 
nato in un contratto del 1243; il da Morra prese 
parte attivissima nelle vicende politiche del regno 


1 Razos. L. Biadene : Las Rasos e lo Dottaiz, in : Studi di 
til. rom., fasci. Ili (1885), pag. 336-402. 

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Provenzalisti antichi e moderni. 


3 


di Federico II tra il 1239 e il 1247. Alcuni ma¬ 
noscritti che contengono il Donatz proensals ne 
danno anche una traduzione in latino. Una tradu¬ 
zione italiana ancora inedita, un po’ in compendio, 
ne fece per suo uso il noto storico Benedetto Var¬ 
chi. Il Donatz del resto non fu conosciuto affatto 
fuori d’Italia, mentre più che le Razos, seguitò ad 
essere conosciuto dai provenzalisti italiani dei se¬ 
coli xvi e xvn. 1 

§ 3. Le Razos di Raimon Vidal trovarono un 
imitatore, o meglio un seguitatore nel catalano 
Jaufrè de Foxi. Egli era dapprima monaco fran¬ 
cescano; poi nel 1275 passò monaco benedettino 
nel convento di S. Felice di Guixols presso Gerona. 
Nelle vicinanze di Gerona è pure Foxà o Foixà pa¬ 
tria di lui. Non è improbabile che siano anche 
sue tre poesie religiose attribuite a un Monaco di 
Foissan , il quale si qualifica come frate minore : 
esse sarebbero perciò anteriori al 1275. L’operetta 
grammaticale e didattica di Jaufrè s’intitola: Re- 
gles de trohar; fu scritta per domanda di Gia¬ 
como re di Sicilia; ciò permette di porre tra il 
1286 e il 1299 la composizione dell’opera, ma non 
possiamo dire se Fautore scrivesse in Sicilia o in 
Catalogna. Il suo libretto, come egli stesso affer¬ 
ma, è un seguito dell’opera di R. Vidal, ma steso 


1 Donatz. V. nota paragrafo precedente. 

* Ugo Faidit , Il Groeber [Z. Vili, 113-17. e 290] credeva au¬ 
tore del Donatz Ugo de Sant Gire, il prof. P. Merlo [Giornale 
stor . d. lett. ital. t II, 1-27, III, 218-21 e 398-400, IV, 203] Gau- 
celm Faidit. Il Biadene sciolse la questione. 

Jac. da Morra e Corr. da Sterleto. G. Frati: Appunti dai 
Regesti di Innocenzo IV in : Propugnatore, a. 1889, p. 165-83. 

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2 Capitolo primo. 


genze della rima, sia trascinati da abitudini dia¬ 
lettali. La importanza di siffatte indicazioni non è 
chi non vegga; ma ragion vuole che delle Razos j 
si lodi anche la forma spigliata e varia, assai j 
meno rigidamente stretta allo schema delle gram¬ 
matiche latine medioevali che non tutte l’opere 
seguenti dello stesso genere. 1 

§ 2. Il lavoro di Raimon Vidal ebbe assai voga 
in Provenza, in Catalogna e fu conosciuto anche 
in Italia. Le Leys d’Amors, (v. § 5) lo nominano 
e discutono talora alcune delle sue affermazioni; 
e della sua diffusione vedremo più innanzi altre 
prove. Ebbe invece molto minor fama una gram- 
matichetta provenzale di un certo Ugo Faidit. Sic¬ 
come nelle scuole latine medioevali erano di grande 
uso V Ars gramatica e l’^rs minor del gramma¬ 
tico Donato, il Faidit seguendo specialmente le 
( traccie della Ars minor , intitolò la sua: Lo Do - 
naiz proensals. L’operetta, che ha press’a poco le 
stesse proporzioni delle Razos , è pure in prosa, e 
assai più arida e pedantesca. Si limita quasi so¬ 
lamente alle questioni grammaticali. Essa è ante¬ 
riore all’anno 1246, e sebbene il nome dell’autore 
mostri ch’egli non era italiano fu composta cer¬ 
tamente in Italia, per compiacere (come dice l’au¬ 
tore) alle preghiere di due signori italiani, Iacopo 
da Morra e Corraduccio da Sterleto, entrambi noti 
per documenti storici. Il conte di Sterleto è nomi¬ 
nato in un contratto del 1243; il da Morra prese 
parte attivissima nelle vicende politiche del regno 


1 Razos. L. Biàdzne: Las Rasos e lo Donatz, in: Studi di 
HI. rom., fasci. Ili (1885), pag. 386*402. 

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Provenzalisti antichi e moderni. 3 


di Federico II tra il 1239 e il 1247. Alcuni ma¬ 
noscritti che contengono il Donatz proensals ne 
dànno anche una traduzione in latino. Una tradu¬ 
zione italiana ancora inedita, un po’ in compendio, 
ne fece per suo uso il noto storico Benedetto Var¬ 
chi. Il Donatz del resto non fu conosciuto affatto 
fuori d’Italia, mentre più che le Razos , seguitò ad 
essere conosciuto dai provenzalisti italiani dei se¬ 
coli XVI e XVII. 1 

§ 3. Le Razos di Raimon Vidal trovarono un 
imitatore, o meglio un seguitatore nel catalano 
Jaufrè de Foxi. Egli era dapprima monaco fran¬ 
cescano; poi nel 1275 passò monaco benedettino 
nel convento di S. Felice di Guixols presso Gerona. 
Nelle vicinanze di Gerona è pure Foxà o Foixa pa¬ 
tria di lui. Non è improbabile che siano anche 
sue tre poesie religiose attribuite a un Monaco di 
Foissan , il quale si qualifica come frate minore : 
esse sarebbero perciò anteriori al 1275. L’operetta 
grammaticale e didattica di Jaufrè s’intitola: 7?e- 
gles de trobar; fu scritta per domanda di Gia¬ 
como re di Sicilia; ciò permette di porre tra il 
1286 e il 1299 la composizione dell’opera, ma non 
possiamo dire se l’autore scrivesse in Sicilia o in 
Catalogna. Il suo libretto, come egli stesso affer¬ 
ma, è iin seguito dell’opera di R. Vidal, ma steso 


1 Donatz . V. nota paragrafo precedente. 

9 Ugo Faidit, II Gròeber [Z. Vili, 113-17. e 290] credeva au¬ 
tore del Donatz Ugo de Sant Circ, il prof. P. Merlo [Giornale 
stor. d. lett. ital.y II, 1-27, III, 218-21 e 398-400, IV, 203] Gau- 
celm Faidit. Il Biadene sciolse la questione. 

Jac. da Morra e Corr. da Sterleto. C. Frati: Appunti dai 
Regesti di Innocenzo IV in : Propugnatore , a. 1889, p. 165-83, 
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4 Capitolo primo . 


secondo un piano abbastanza imperfetto e con os¬ 
servazioni molto elementari, e però poco istrut¬ 
tive, Anche la lingua sebbene Jaufré si sforzi di 
assimilarla al pretto provenzale, è fortemente ca- 
talanizzata. 

Un breve trattatello in prosa di arte poetica, 
che forse non è che il compendio di opera più 
vasta ora perduta, è la Doctrina de compondre 
dictats (comporre poesie) di anonimo autore. Con¬ 
sta di 34 brevi articoli, coi quali si può, dice Fau¬ 
tore, leugerament (facilmente) venir a perfeccio 
de la art de trohar . Ma in realtà essi non sono 
che una esposizione precisa sì, ma del tutto som¬ 
maria, di sedici diversi generi di poesie. Circa la 
composizione dell’operetta può dirsi solamente che 
ella con tutta probabilità è anteriore alle Leys 
d’Awors. 

Un’altra Arte poetica , o meglio un frammento 
di essa, conservato da un manoscritto vaticano, 
appartiene al secolo XIII. Essa pure era in prosa, 
ma corredata di copiosi esempi poetici tolti spe¬ 
cialmente dalle poesie di Ugo de Saint Circ. 1 

§ 4. Opera d’un italiano è la Doctrina $e cort, 
scritta da Gerolamo Terramagnino da Pisa, del 
quale abbiamo anche un sonetto rinterzato ita¬ 
liano, edito nella Storia della volgar poesia dal 
Crescimbeni (III 57). L’opera del nostro compa¬ 
triota non dimostra in lui molta originalità e nep- 

• 

1 Regles de Trohar. P. Meyer, Romania , IX, 51. Su Jaufré 
de Foxó, in: Romania , X, 323, A. Thomas. 

Doctrina de comp. dictats. P. Meyer, Romania, VI, 355. Arte 
poetica. E. Monaci, Facs. di ant. mss ,, 3-4. 

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Provenzalisti antichi e moderni . 5 


pur molta conoscenza di grammatica. Egli si è 
limitato a mettere in versi provenzali, vacillanti 
nel metro e a rime accoppiate, le Razos de trobar 
di Raimondo Vidal, le quali egli segue passo a 
passo, senza peraltro nominarle. Tutta l’originalità 
sua consiste nella scelta degli esempi, che non 
sono mai quelli del suo modello. Anche questa 
scelta è poco felice, perchè talvolta l’esempio non 
conviene affatto con la regola grammaticale ch’ei 
vuole illustrare, ma è preziosa per noi perchè ta¬ 
lora egli cita poesie a noi ignote di trovatori noti, 
e anche ci ha conservato il nome di un trovatore, 
Andrians del Palais , che altrimenti sarebbe del 
tutto sconosciuto. La Doctrina de Cort si può ri¬ 
tenere scritta tra il 1250 e il 1282, e forse più 
presso quest’ultima data che all’altra ; e come opera 
letteraria e poetica non ha molto più valore di 
quanto n’abbia pel lato grammaticale. La lingua 
provenzale in Italia sulla fine del secolo XIII, e 
nella prima metà del seguente, ebbe ben altri cul¬ 
tori e conoscitori che il nostro Terramagnino ! E, 
senza anticipare quanto dovremo dire altrove in¬ 
torno all’efficacia della poesia di Provenza sulla 
nostra, ci sia lecito ricordare i nomi di Dante e di 
Petrarca, studiosi e amantissimi di quella lette¬ 
ratura. 1 

§ 5. Appunto nel secolo XIV, in che con tanto 
amore la si studiava qui da noi, essa nella sua 
patria era colpita, per cause che studieremo più 
innanzi, da precoce decadenza. Ad arrestare la 


1 Doctr . de cort. E. Monaci, Testi ani. prov Roma, 1888, 
pag. 6-21. Gfr. su Terramagnino. 0. Schcltz, in Z. XII, p. 262. 

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* 



6 


Capitolo primo. 


quale e a tentare di far rifiorire il buon tempo 
antico, si institui in Tolosa nel 1324 la compagnia 
della Gaya sciensa , specie d’Accademia letteraria 
della quale dovremo riparlare più a lungo. Qui 
basti il dire che il segretario o cancelliere di essa 
Guillem Molinier ebbe l’incarico di comporre una 
Arte poetica completa, che fosse come il Codice 
della buona poesia. Il suo libro in prosa mista di 
poesia porta il titolo di Flors del gay saber 
f Fiore di poesia) o più comunemente Las Leys 
d’Amors o leggi d’amore; frase in cui la parola 
Amor ha da essere intesa in tutta la vasta com¬ 
prensione filosofica e letteraria che il medioevo 
le attribuiva. La ponderosa opera fu compiuta verso 
il 1350 ed è divisa in tre parti : grammatica, me¬ 
trica e retorica. L’ordine è rigorosamente serbato 
in ogni particolare: abbondano le divisioni e le 
suddivisioni tanto care alla scolastica, il che ne 
rende greve la lettura ; ma è opera senza la quale 
non si intenderebbe pienamente la complicata ela¬ 
boratissima tecnica della poesia provenzale. La 
definizione ed esposizione dei vari generi poetici, 
delle varie forme metriche, delle incatenature delle 
rime, sono per noi aiuti preziosi alla piena intel¬ 
ligenza della poesia trovadorica. Delle Leys (LA - 
mors si conservano due redazioni, di cui la prima 
nell’Archivio àe\V Accademia dei giochi florali a 
Tolosa, pare essere l’abbozzo o il primo disegno, 
mentre la seconda, nello stesso Archivio e in quello 
di Barcellona, ci dà l’opera completa e limata. 
Inutile il dire che essa non valse punto ad arre¬ 
stare la poesia di Provenza nella sua parabola di¬ 
scendente. 


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Provenzalisti antichi e moderni. 


7 


La quale parabola verso la fine del 300 e nel 
secolo seguente, sempre più e più velocemente 
precipitò al basso, quando nella Provenza stessa 
al gusto classico e tradizionale cominciò a preva¬ 
lere il gusto e lo spirito francese che più o meno 
dominava allora in tutte le letterature romanze. 
In Italia la poesia aveva già trovato la sua via e ' 
sempre più si staccava dal suo primiero modello ; 
in Catalogna invece la tradizione e la scuola pro¬ 
venzale continuarono, ed ebbero, nel secolo XV 
con Ausias March un periodo di vivo splendore: 
ma di un’importanza del tutto regionale. La glo¬ 
riosa letteratura di Provenza giacque obliata, e i 
documenti di essa in gran parte, andarono irrepara¬ 
bilmente perduti, in parte rimasero celati e polve¬ 
rosi nei più dimenticati scaffali delle biblioteche. 1 

§ 6. La gloria d’avere scosso un cosi ingiusto 
oblio è per molta parte italiana. Qui non si era 
mai perduta del tutto la memoria dei benefici che 
la poesia di Provenza aveva recato alla nostra; 
la tradizione letteraria, non foss’altro nella scuola 
dei Petrarchisti, non potea dimenticare i trovatori, 
primi maestri (famore alle rinnovate genti latine. 
E però molti dei migliori nostri del cinquecento 
indagarono e conobbero assai più che non si creda 
la vecchia letteratura provenzale. Forse neppure 
adesso sono in Italia tanti conoscitori di essa, 
quanti ce ne furono nella prima metà di quel se¬ 
colo. Nè solamente il numero loro, ma anche il 


1 Leijs d'Amor8. Gatien-Arnoult, Monumenta de la liti . ro¬ 
mane. Toulouse, 1841, voi. I-III . Su \VAccademia tolosana . Cha- 
baneau. Hist. gènèrale du Languedoc , X. 

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8 


Capitolo primo . 


metodo delle ricerche, è senza contestazione lo¬ 
devole e buono. Nomineremo Mario Equicola (1460- 
1539) il quale nel Libro de natura de Amore 
(l. a ediz. 1525) fece un buon quadro della poesia 
trovadorica, giovandosi di fonti ora in parte per¬ 
dute. Non meno degni di menzione sono il cardi¬ 
nale Pietro Bembo (1470-1547) e Angelo Colocci 
(1467-1549) il quarultimo amorosamente raccolse 
molti preziosi manoscritti neo-latini. Il Vellutello 
pure nelle sue Annotazioni ai sonetti del Petrarca 
(l. a ediz. 1525) e lo storico Benedetto Varchi (1502- 
1565) nel suo dialogo delYErcolano (l. a ediz. 1570) 
mostrano una allora non comune conoscenza della 
poesia provenzale. E tra i moltissimi studiosi delle 
due letterature di Francia appare da varie testi- 
; monianze che fossero Gian Vincenzo Pinelli, Ja- 
' copo Corbinelli, Domenico Veniero, il Cariteo, il 
Summonte, il Casassagia e forse anche il generoso 
protettore di letterati italiani, Alfonso Davalos 
(m. 1546) insigne uomo di guerra e luogotenente 
di Carlo V in Italia, A lui furono inviati un Vo¬ 
cabolario provenzale italiano e probabilmente un 
Trattateli di fonetica provenzale composti, spe¬ 
cialmente il secondo, con abbastanza cura e dili¬ 
genza da Onorato Drago. Ma su tutti, la lode 
maggiore va data al modenese Gian Maria Bar¬ 
bieri (1519-1574). Egli imparò, si può dire da sè, 
e assai profondamente la lingua e la letteratura 
dei trovatori ed iniziò a questi studi Ludovico Ca- 
stelvetro, modenese anch'egli, e tra i più acuti 
intelletti di quel secolo. Il Barbieri, disgraziata¬ 
mente, aveva concepito per l'opera ch'egli medi¬ 
tava sulla storia della poesia, un piano troppo va- 

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Provenzalisti antichi e moderni . 


9 


sto. Dei materiali da lui raccolti rimase una parte 
che fu pubblicata solo nel 1790 dal Tiraboschi, 
col titolo di Origine della poesia rimata . Parlando 
ivi della poesia di Provenza, mostra tante cogni¬ 
zioni e tal sicurezza di metodo che a buon diritto 
si potè dire ch’ei pare un provenzalista moderno. 
Dal punto a cui egli era arrivato, con breve sforzo 
si sarebbe giunti alla pienezza e sicurezza del 
metodo comparativo, se la fiorente letteratura cin¬ 
quecentista avesse potuto liberamente seguitare 
nel suo svolgimento; molte cagioni Tarrestarono, 
non ultima delle quali, la reazione religiosa che 
— com’ebbe a dire il Rajna — mise in ceppi una 
civiltà quasi adulta e la ridusse colle torture alla 
imbecillità. 1 

§ 7. La Francia era assai meno preparata del- 
Tltalia alla intelligenza della sua stessa antica 
letteratura. Ebbe una grande voga, ma del tutto 
immeritata, uno strano libro di Giovanni de No- 
tredame, procuratore alla corte del Parlamento di 
Provenza, morto nel 1590, degno fratello di quel 
Michele Nostradamus che fece il profeta e il mago 
in pieno secolo XVI. Il libro è intitolato: Vies 
des plus celebres et anciens poètes provensaux 

1 Sui codici usufruiti dall’ Equicola, Bembo, Colocci. Cfr. in 
Romania , XVIII. De Lollis. Sui loro studi provenzali : V. Cian. 
Un decennio di M. P„ Bembo , Torino, 1885, capit. Vili. Sul 
Corbinelli e altri: V. Crescici. Lettere di I. Corb., in: Giorn. 
stor, d. lett. Hai ., II, 303-33. Sui mss. di provenzalisti italiani 
e francesi, preziose indicazioni in: Chabaneau, Sur quelques 
Mss. prov. perdu8 ou égarés , in : Rdlr. XXI-XXVIII. Fonetica 
e Vocab. del Drago : P. Rajna, in Giorn, di Fil . rom. N. 7. 
IVr G. M. Barbieri, A, Mussafia, Ueber d. prov. Liederhand *, 
dee G. M. B., Wien, 1876. 

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10 


Capitolo primo . 


(l. a edizione: Lione, Marsilij, 1575). Certamente il 
Notredame vide e studiò molti canzonieri proven¬ 
zali, ma il risultato dei suoi studi, ora per non 
aver capito i testi, ora per intenti suoi particolari, 
così fattamente confuse ed alterò, che si può dire 
aver egli fatto opera più da romanziere che da 
storico. E nemmeno da romanziere onesto: poiché 
dove gli mancarono i documenti autentici non si 
peritò di pubblicarne dei falsificati, sicché i mi¬ 
gliori dei provenzalisti moderni s’accordano nel 
chiamarlo un falsario impudente . 

E tuttavia solo la critica moderna ha ridotto al 
giusto loro valore le affermazioni del procuratore 
menzognero; per allora il suo libro fece autorità 
e il nostro Giovan Maria Crescimbeni (1663-1728) 
nei suoi lodati Commentarii intorno alla storia 
della volgar poesia (l. a ediz. 1710, voi. 2, p. te l, a ) 
lo tradusse 1 e vi pose alcune giunte e alcuni 
esempi di poesie provenzali di cui il testo e la 
traduzione, fattane dal Salvini, lasciano a deside¬ 
rare. Prima del Crescimbeni s’era occupato di 
cose provenzali quel vasto e acuto ingegno di 
Francesco Redi (1626-98) come appare dai suoi 
Commentari al Bacco in Toscana (l. a ediz. 1685). 

Procedendo nel secolo XVIII, troviamo lavori 
più importanti e interessanti. Un catalano D, An¬ 
tonio Basterò, canonico di Girona, trovandosi in 
Roma per affari ecclesiastici, ebbe agio di stu¬ 
diare i manoscritti provenzali della Vaticana; vide 


1 Nostradamus. Cfr. Monaci, Testi ani. prov., XIII. Prima 
del Crescimbeni ci fu una traduz. ital. di Giov. Giudici: Lp 
vite delli più celebri , ecc. Lione, 1575. 

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Provenzalisti antichi e moderni , 


li 


poi anche a Firenze i canzonieri della Lauren- 
ziana ed altri. Frutto delle sue ricerche fu una 
curiosa opera di cui solamente egli scrisse e pub¬ 
blicò il primo volume in Roma nel 1724, col ti¬ 
tolo: La “ Crusca Provenzale „ ovvero le voci, 
frasi , forme e maniere di dire, che la genti¬ 
lissima e celebre lingua toscana ha preso dal 
provenzale , arrichite ed illustrate, ecc. ... Il 
titolo da solo mostra sotto quale aspetto affatto 
arbitrario il Basterò componesse il suo libro, dopo 
tutto assai commendevole; e siccome poi non gli 
era sfuggita la stretta affinità che è tra il cata¬ 
lano e il provenzale, e quello credeva essere il 
volgare più antico, in realtà veniva a glorificare 
la propria lingua. 

Anche in Francia molti cominciavano a inte¬ 
ressarsi della letteratura medioevale di Provenza. 
Ma sopra tutti è degno di menzione Giovan Bat¬ 
tista La Curne de Sainte-Palaye (1697-1784). Su¬ 
perando difficoltà e disagi non lievi egli indagò i 
manoscritti di Francia e due volte scese in Italia 
ricercando i codici di Roma, di Milano, di Firenze 
e di Modena, trascrivendo, confrontando, anno¬ 
tando. Quindici volumi di composizioni provenzali 
trascritte con le varianti dei diversi manoscritti, 
altri otto che contengono queste poesie in parte 
tradotte e registrate in un indice e inoltre un glos¬ 
sario, varie tavole e numerose note, fanno testi¬ 
monianza della sua operosità. Delle sue fatiche 
egli non potè cogliere il frutto ; il materiale da 
lui messo insieme fu utilizzato da un altro, l’abate 
Millot che pubblicò nel 1774 una Histoire litté- 
raire des troubadours, senza conoscere sillaba di 

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12 Capitolo primo. 


provenzale. Ciò deve metterci in guardia contro 
le idee e i travestimenti che il Millot appose alla 
antica poesia, pur rimanendo ottimo il materiale 
di cui egli disponeva. 1 

§ 8. Il nostro secolo comincia con un illustre 
nome: quello di Francesco Raynouard (1761-1836). 
Egli dal 1816 al 1821 pubblicò uno Choix des 
poésies originales des troubadours in sei grossi 
volumi, e più tardi, dal 1838 al 1844, pure in sei 
volumi, il Lexique roman. I concetti storici e il 
sistema generale del Raynouard sono stati dimo¬ 
strati erronei, ma i copiosi materiali sia letterarii 
sia lessicali da lui raccolti sono di un indiscuti¬ 
bile valore. Frattanto nel 1819 a Tolosa, un am¬ 
miraglio in ritiro, Rochegude, pubblicava un’al¬ 
tra raccolta di poesie trovadoriche col titolo di 
Parnasse occitanien facendola seguire da un Es¬ 
sai d’un glossaire occitanien, che fu il primo 
tentativo di lessicografia provenzale. Questo fu 
poi oscurato dal grande Lexique del Raynouard, 
già accennato, che rimane ancora la base neces¬ 
saria di ogni studio lessicale occitanico. 

Maggior ingegno e fama dei già accennati ebbe 
Claudio Fauriel (1772-1844) facondo professore 
della Facoltà di lettere di Parigi. Egli svolse ivi 
nel 1831-1832 un corso sulla storia della lettera¬ 
tura provenzale pubblicato nel 1846, morto il Fau¬ 
riel, da Giulio Mohl col titolo di Histoire de la 
poésie provengale. Le lezioni del Fauriel sono at¬ 
traentissime per la forma, per le vedute nuove e 


1 Riscontri e indicazioni in: Bauquier, Les provengalistes du 
XVIII e. t in Udir. a. 1880, (serie terza). 

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Provenzalisti antichi e moderni , 


13 


le intuizioni sempre geniali, se non sempre esatte : 
ma, scientificamente parlando, da non accogliersi 
se non con le maggiori cautele. La mancanza as¬ 
soluta di metodo infirma quasi tutte le conclusioni 
che il Fauriel credette di poter trarre dai suoi 
studi; egli è più artista che critico. 

Quasi altrettanto si può dire del nostro Gio¬ 
vanni Galvani, modenese, che pubblicò a Mo¬ 
dena nel 1829 alcune sue Osservazioni sulla poesia 
de 9 trovatori e a Milano nel 1845 un Fiore di Sto¬ 
ria letteraria e cavalleresca della Occitania , che 
rimase incompiuto. Entrambe le opere sono an¬ 
cora degne d’esser lette e, con qualche riguardo, 
studiate. La via del vero rigore scientifico nello 
studio dei fatti e nelle deduzioni generali era bene 
allora conosciuta e seguita, come vedremo, dal 
Diez in Germania ; ma degli studi tedeschi il Gal¬ 
vani non ebbe sentore. 1 Anche in Ispagna proce¬ 
dette dal Raynouard e dal Fauriel, un eminente 
provenzalista, Don Manuel Mila y Fontanals (1818- 
1884). Egli stesso confessava d’aver conosciuto 
solo tardi e in modo incompiuto i libri del Diez ; , 
ma dotato di natura veramente critica, trovò da i 
sè i& via esatta, ed il suo libro De los trovadores \ 
en Espana pubblicato a Barcellona nel 1861 è | 
ancora il miglior contributo che la Spagna abbia ! 
dato a questi studi. 

§ 9. In Germania i semi gettati dal Raynouard 
e dal Rochegude dovevano fruttificare abbondan¬ 
temente. Il libretto di Augusto Guglielmo Schle- 

1 Scrisse sui trovatori (a Este) il Gavedoni, pure modenese, 
in Memorie R . Accad. di Modena , II, 128. 

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14 


Capitolo primo . 


gel (1767-1845) Observations sur la langue et la j 
littérature provenQales, edito a Parigi nel 1818, 
prova soltanto l’interesse destato dalle pubblica¬ 
zioni del Raynouard. Poco dopo, nel 1825, usciva I 
in Berlino un libretto Sulle Corti d’Amore, di j 
Federico Diez (1794-1876) il grande restauratore 
di questi studi. 1 II libretto doveva essere la prima 
parte di un opera più vasta, ma non ebbe altro 
seguito. Importanza capitale ebbero invece due 
altre' opere del Diez, uscite a breve intervallo a 
Zwikau, l’una nel 1826, l’altra nel 1829. La prima, 
intitolata La poesia dei trovatori, tratteggia in 
modo magistrale la storia di essa poesia, deter¬ 
minandone il contenuto e la forma, e ricercando 
quanta e quale efficacia eli’abbia avuto sulle let¬ 
terature vicine. La seconda, Vite ed opere dei 
trovatori, indaga la vita dei singoli trovatori, 
analizzandone e traducendone le poesie più im¬ 
portanti. Il Diez instaurò anche gli studi gramma¬ 
ticali e lessicali con la sua Grammatica compa¬ 
rata delle lingue neo-latine (l. a ediz. 1836) e col 
Dizionario etimologico delle lingue romanze (l. a 
ediz. 1853). La scuola del Diez fu centro cui ac¬ 
còrsero d’ogni parte gli amatori della filologia 
romanza, e di là per mezzo loro se ne sparse in 
ogni parte d’Europa il culto e lo studio. Ora pur 
troppo la fìtta schiera degli scolari del Diez co¬ 
mincia a diradarsi. 

Tra i migliori e più attivi furono : Carlo Bartsch 


1 Sul Diez: U. A. Carello: Il prof '. JFV. Diez e la fil. rom. 
nel nostro sec. Firenze, 1872. Biografie tedesche e francesi enu¬ 
merate in: Korting , I, 167. 

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Provenzalisti antichi e moderni . 


15 


(1832-1888) professore a Heidelberg 1 e Ugo An¬ 
gelo Canello (1848-1883) professore a Padova, le 
cui opere avrò occasione e necessità di citare in 
appresso: il Delius cui dobbiamo una raccolta di 
Canti inediti provenzali (Bonn 1853) e il Mahn 
(1802-1887) che raccolse : Le opere dei trovatori 
(voi. 4. Berlino 1853-86), Le poesie dei trovatori 
Berlino 1856-73, voL 4, non compiuta), voluminose 
e piene di materiali ma un po’ incerte neir ordi¬ 
namento. Dei viventi, poiché il grande numero mi 
obbliga a immeritate esclusioni, non accenno qui 
se non coloro che pubblicarono lavori d’indole ge¬ 
nerale, i quali sono quasi il seguito e il comple¬ 
mento delle collezioni del Raynouard. E innanzi 
tutti “ a tout seigneur tout honneur „ va il nome 
di Paolo Meyer (n. 1840) professore al collegio di 
Francia e alPÉcole des Chartes a Parigi, inde¬ 
fesso illustratore della letteratura provenzale. Oltre 
a un numero grande di pubblicazioni parziali che 
citeremo al luogo loro, dobbiamo a lui: l.° uno 
studio sui a Derniers troubadours de la Provence „ 
(Paris 1871); 2.° Recueil d’anciens textes bas- 
latins proven<?aux et fran<?ais „ (Paris 1877) e uno 
“ De l’influence des troubadours sur la poesie des 
peuples romans„, nella Romania del 1877. Ca¬ 
millo Chabaneau ha pubblicato molte cose pro¬ 
venzali inedite nella 1Bevue des langues romanes 
(confr. voi. XX, XXVIII, XXXII, ecc.) di cui è 
dei più attivi collaboratori, e a lui si deve pure la 


1 Collezione: Denkmdler derprov. Litt. Stuttgart, 1856; sto¬ 
ria letteraria: Grundriss der Gesch. der Prov. Litt . Elberfeld, 
1872. Lista delle sue opere in : Korting, I, 173 e Register , 6-7. 

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16 


Capitolo primo. 


più completa edizione delle Biografìe dei trova¬ 
tori (Tolosa 1885). In Germania le raccolte sono 
assai numerose. Le più voluminose sono le già 
citate del Mahn; nel 1883 ad Halle il professore 
Hermann Suchier pubblicava una raccolta intito¬ 
lata, quasi come la già citata del Bartsch, Monu¬ 
menti della lingua e letteratura provenzale. Nel 
1888 il prof. Ernesto Monaci in una piccola scelta 
di “Testi antichi provenzali,, (Roma, Loescher) 
dava, oltre a copiosi cenni bibliografici, un buon 
numero di liriche attinenti a cose italiane, Poco 
tempo fa, (Lipsia ^890) Carlo Appel, col titolo 
Cose inedite provenzali pubblicava quanto di non 
pubblicato era rimasto nei manoscritti di Parigi. 

Infine Fattività in questo campo di studi è così 
vasta e fervente, e le pubblicazioni così numerose 
e così sparse, che si incomincia a sentire il bi¬ 
sogno di raccogliere, ordinare e classificare i ri¬ 
sultati ottenuti. A ciò tendono due opere d’indole 
generale, l’una del prof. Gustavo Korting: Ency - 
klopadie und Methodologie der rom. Philologie , 
Heilbronn 1884-88, voi. 3 — l’altra del prof. Gu¬ 
stavo Gròber: Grundriss der rom. Philologie , 
Strassburg 1886, non ancora compiuta; ambedue 
ottime, e aiuto ormai necessario ad ogni roma¬ 
nista. 


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CAPITOLO II. 


LINGUA PROVENZALE: CONFINI E NOMI. 

LA PROVENZA GRECO-ROMANA : INVASIONI BARBARICHE: 

IL BASSO LATINO. PRIMI DOCUMENTI LETTERARI. 

* 


§ 1. La lingua provenzale nel suo più ampio 
significato, abbraccia non solo tutto il mezzodì 
della Francia, ma oltre i Pirenei anche la Cata¬ 
logna e l'antica contea di Valenza fino a com¬ 
prendere le isole Baleari. In così vasto territorio 
dobbiamo fissare le divisioni e le distinzioni che 
naturalmente vi si produssero. E innanzi tutto 
staccheremo in modo definitivo dal complesso pro¬ 
venzale il gruppo catalano-valenziano, del quale 
linguisticamente fa parte — ù bene notarlo — la 
contea del Rossiglione, quantunque al di qua dei 
Pirenei. La Catalogna per sue particolarità di lin¬ 
gua e più ancora di svolgimento letterario, seb¬ 
bene più d’ogni altro paese abbia sentito e seguito 
l’impulso venuto di Provenza, merita un posto se¬ 
parato: e la storia della letteratura catalana non 
deve confondersi con quella della provenzale. 

Al Sud dunque i Pirenei, a Levante le Alpi 
sono confini se non dappertutto esattissimi almeno 
ben visibili tra la lingua della Provenza e le fa- 

RSSTOEI. n f 2 

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18 


Capitolo secondo . 


velie vicine. Non altrettanto agevole è il tracciarei 
la linea che separa il Provenzale dal Francese.! 
Essa linea è stata cercata con minuziosissime ri¬ 
cerche, 1 ma si capisce che queste n#n potevano 
dare un risultato indiscutibile. Dove manchi una 
barriera naturale e n<5n si tratti di popoli di razza ' 
diversa, il confine tra due lingue o tra due dia- I 
letti non può essere come una cinta «daziaria o I 
una frontiera politica; non si passa bruscamente | 
dalj’una all’altra, ma per gradi insensibili. Dice in j 
modo evidente Gaston Paris: “ se si immagina 
una catena di contadini dal golfo di Marsiglia allo 
stretto della Manica, ciascun di essi intenderà per¬ 
fettamente i suoi vicini di destra e di sinistra : in¬ 
tenderà meno se si salta uno o più gradi; ma se 
poi porrete di fronte il primo e l’ultimo (se essi 
non conoscono che il proprio dialetto) non s* in¬ 
tenderanno affatto. , f Dal provenzale al francese si 
passa dunque per sfumature, come tra i colori 
dell’iride : il che non toglie che siano due lingue 
veramente distinte come distinti sono, per esem¬ 
pio, il giallo ed il violetto dell’arcobaleno. Fatte 
queste riserve, diremo che comunemente per age¬ 
volare anche il metodo della trattazione, si suole 
dividere la lingua francese dalla provenzale con 
una linea che partendo dall’Atlantico al di so¬ 
pra di Bordeaux salga al Nord, passando per la 
parte orientale della Charente e pel Settentrione 
della Haute Vienne e della Creuse, e toccando il 


1 De Tourtoulon et Bringuier: Ètude sur la limite gèogra • 
phique de la langue d*oc et de la langue d’oìl. Paris, 1876. Cfr. 
Suchier in: Z., II, 325. P. M. in: Romania , VI, 539. 

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Lingua provenzale, eec . 


19 


Rodano poco sotto Lione si prolunghi fino alle 
Alpi traverso il Delfinato. 1 Dell’alto Delfinato, 
di una porzione del Lionese fino alla Franca- 
Contea e al lago di Neufchàtel, comprendendo 
la Svizzera francese e parte della Savoja, l’in¬ 
signe glottologo Ascoli, guidato da importanti 
caratteri glottici ha formato un sistema a parte 
da lui chiamato franco-provenzale , appunto per¬ 
chè come geograficamente, così anche nella fa¬ 
vella tiene caratteri dell’uno e dell’altro. Noteremo 
poi anche, che verso il Sud-Est quel gruppo di 
dialetti che sono compresi tra i Pirenei e la Ga- 
ronna, ossia nella regione di Guascogna, presen¬ 
tano particolarità così distinte che alcuni dei più 
dotti romanisti come lo Chabaneau e il Luchaire, 
inclinano a considerarlo come lingua separata. 
Riassumendo, distingueremo quattro grandi varietà : 
il franco-provenzale al Nord Est; il provenzale 
al centro; il Guascone al Sud Ovest; e, oltre i Pi-j 
renei, il Catalano . 2 

l § 2. Questo breve esame linguistico non deve 
spaventare il lettore ; soltanto dopo la precoce de¬ 
cadenza che colpì la letteratura provenzale, i dia¬ 
letti si differenziarono assai e si isolarono sempre 
più gli uni dagli altri. Ma nella letteratura me- 


1 In modo più spiccio, si tiri una linea dalla Rochelle a 
Grenoble: essa è press’ a poco esatta. Cfr. Aubertin: Hist. de 
la langue et liti, fr., Paris, 1883, I, 159. 

2 Alberto de Sisteron, poeta del XII sec., divide la Fran¬ 
cia, .pel linguaggio, in due parti, Catalani e Francesi , e nei 
primi comprende la Provenza, il Limosino, la Guascogna, l’Al- 
vernia e il Viennese. Cfr. Diez : Poéaie des Troub pag. 2 della 
traduz, fr. 

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20 


Capitolo secondo . 


dioevale del Mezzodi della Francia vi fu assai 
maggiore unità di quanto potrebbesi credere: un 
tipo comune di linguaggio si stabili, al quale più 
o meno come a lingua letteraria s’accostarono i 
trovatori e gli scrittori; tanto anzi, che il deter¬ 
minare a quale provincia appartennero gli autori 
delle molte opere giunteci anonime è una delle 
più difficili e più delicate indagini della scienza 
moderna. 

Questa lingua letteraria che non offriva, nei 
suoi dialetti, differenze sostanziali, i cui poeti erano 
intesi e le loro poesie applaudite dalla Loira *al- 
F Ebro, dal golfo di Guascogna alle Alpi, l’abbia- 
mo finora chiamata provenzale. Ebbe anche altri 
nomi. Gli antichi trovatori la chiamavan general¬ 
mente roman o lengua romana, ma questo epi¬ 
teto non può essere applicato ad una sola delle 
lingue nate dalla favella di Roma. E infatti con 
la stessa parola i Francesi designavano il loro vol¬ 
gare, ed uguale diritto a una simile denomina¬ 
zione avrebbero e V italiano e lo spagnuolo e il 
portoghese. Fu anche detta limosino (lengua de 
Lemosì) dal nome della provincia ove la si par¬ 
lava con maggior purezza e che diede i migliori 
poeti. Lo constata Raimon Vidal nelle sue Mazos 
e le Leys d’amors rimproverano ai loro compa¬ 
trioti tolosani alcuni vizi di lingua, opponendovi 
la correzione grammaticale del limosino. I primi 
trovatori, benché guasconi e santongesi \ scrissero 
in esso idioma e oggi ancora il limosino moderno 

1 Per es., Cercamon, Marcabru, G. Rudel. Gfr. Chabaneau, 
in Udir., XV, 157. 

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21 


Lingua provenzale , eco. 


merita d’esser detto il toscano dei dialetti pro¬ 
venzali. I catalani poi ritennero questo nome di 
llemosi a significare il proprio idioma, il che è 
ad un tempo una verità ed una usurpazione. Ve¬ 
rità perchè, come vedemmo, il catalano è un dia¬ 
letto e non dei meno importanti, della lingua pro¬ 
venzale; usurpazione, perchè essi ristrinsero a sè 
un nome che doveva indicare il comune linguag¬ 
gio del Mezzodi della Francia. 1 2 Un terzo nome è 
quello di Lingua d’oc (o, in basso latino, lingua 
occitanica) prendendo la divisione dalla particella 
affermativa oc in provenzale, oìl nel francese an¬ 
tico, e sì in italiano. Questa denominazione ha per 
sè nientemeno che l’autorità di Dante, 3 oltre a 
quella di alcuni trovatori delia decadenza: ed 
avrebbe il merito d’esser più generale e meno atta 
ad equivoci. Pure non prevalse; ed il comune con¬ 
senso le ha conservato il nome di lingua proven¬ 
zale . Tal nome non fu ignoto agli antichi: abbia¬ 
mo visto Ugo Faidit (cap. I, § 2) chiamare la sua 
grammatica Donatz proensals; il nome di Pro¬ 
venza o Regno provenzale è poi quasi sempre 
usato da cronisti e da poeti quando intendono ac- 


1 II vezzo di citare un dialetto per la lingua, ossia di pren¬ 
dere la parte pel tutto, spiega i nomi di lengua d'Alvernha o 
de Caer8in (del Quercy), e perfino di gascon , che si trovano 
talora usati a indicare la lingua letteraria. 

2 De Vulg . Eloq., I, 8: olii oc, alii o'il, alii si affirmando lo- 

quuntur. Dante conosce anche il nome di provincialis o pro¬ 
venzale : usato poi da Francesco da Barberino, dall’ autore del 
Novellino , da Fazio degli Uberti. Cfr. P. Meyer: La langue ro¬ 
mane du Midi de la Franco et ses differente noma, negli An¬ 
nate #u Midi , N. 1. 


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22 


Capitolo secondo. 


cennare al complesso politico dei paesi al Sud 
della Loira. 1 Perciò noi accetteremo questo nome, i 
ma bisogna espressamente notare che con esso 
intendiamo la lingua letteraria generale e comune 
al Mezzodì della Francia, e non il dialetto della 
Provenza propriamente detta, il quale anzi di tutti 
i dialetti della lingua d'oc era il meno vicino alla 
purità classica. 2 Ne abbiamo una prova parlante: | 
verso il 1300 un poeta che nacque e scrisse nella 
Provenza, Raimond Feraud, si scusava di non scri¬ 
vere in puro provenzale dicendo 

Car ma lengua non es 
de dreg proensales. 

§ 3. Finora della lingua provenzale abbiamo 
soltanto definito alcune particolarità esteriori : quali 
confini e quali nomi ebbe e quale ne conserva. E 
tempo di addentrarci in più intime ricerche. La 
prima domanda è naturalmente quella delle sue 
origini. 

Nessuno ignora che la parte meridionale della 
Francia, abitata dagli Aquitani a Ovest, dai Celti j 
ad Est, fu una delle prime conquiste di Roma e 
che, anzi, la si disse per antonomasia Provincia , | 

donde il nome di Provenza. In questo paese a ì 
differenza di altri, per esempio, della Francia del 
Nord, Roma ebbe certo un’azione civilizzatrice al¬ 
meno negli ordinamenti politici: ma è bene ricor¬ 
dare che ivi aveva trovato non barbari feroci, ma 


1 Diez: Poesie , ecc., pag. 5, trad. fr. 

2 La Provenza , intesa in istretto e proprio significato, è 
presso a poco tra le Alpi, la Duranza, il Rodano e il mar?, 

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Lingua provenzale, ecc. 


23 


popolazioni che il contatto dei Greci aveva già 
dirozzate. Marsiglia era colonia greca ; 1 essa aveva 
fatto sentire la propria influenza su tutta la costa 
e anche assai addentro nel paese ; ad ogni nuovo 
scavo in Provenza si trovano monete, vasi greci, 
inscrizioni che attestano quanto vasto fosse il 
campo dei commerci e delle relazioni gallo-elle¬ 
niche. Ognuno vede che il felice connubio della 
greca gentilezza e della forza romana doveva fare 
della Provenza un paese privilegiato, e in realtà 
il Mezzodì della Francia, fu, tra le provincie del¬ 
l’impero, quella che più prontamente si latinizzò, 
e la più feconda di uomini illustri, di oratori, di 
storici, di poeti. 

Questa accettazione dei costumi, della lingua, in 
una parola della civiltà di Roma, doveva essere 
e fu assai pronta nelle classi sociali più elevate, 
le quali avevano tutto l’interesse a confondersi coi 
dominatori; fu più lenta invece nelle masse popo¬ 
lari. Esse certo dovettero per lungo tempo con¬ 
servare l’antica lingua celtica; e la lotta tra gli 
idiomi indigeni e il latino dovette nei bassi strati 
sociali essere più lunga e tenace. Il latino ne fu 
bensì vincitore, ma non senza profonde ferite. Se¬ 
condo ogni apparenza questa lotta non finì com¬ 
pletamente che nel IV secolo, ed è giusto il dire 
che alla vittoria del atino contribuì potentemente 
l’espandersi del cristianesimo. Il quale, se minò 


1 II Fauriel scrisse sulla influenza della civiltà greca nel 
Mezzodì della Gallia due dei più attraenti capitoli della sua 
opera (il 3° e il 4°); ma le sue affermazioni non hanno ancora 
trovato una prova sufficiente. 

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24 


Capitolo secondo . 


resistenza politica dell* impero di Roma, con l’a- 
dottarne la favella fu strumento efficacissimo a 
farla intendere e usare dai volghi, facendola di¬ 
scendere e penetrare tra le plebi cittadine, tra i 
contadini, tra gli schiavi, a profondità insomma 
dove l’efficacia della civiltà, dell’arte, della legge, 
della scienza, era nulla o quasi. Gli estremi avanzi 
degli idiomi indigeni, ultimo ricettacolo delle an¬ 
tiche superstizioni, furono allora cancellati dalla 
memoria del volgo e la vittoria del latino assicu¬ 
rata. Del latino però quale poteva parlarsi da plebe 
indotta e straniera; del sermo vulgaris o rusticus 
ben diverso dal terso e puro linguaggio dei poeti 
e degli oratori. Il quale, notisi, non piacque mai 
troppo alla chiesa; poiché se da una parte l’idio¬ 
ma celtico era la lingua dei Druidi e dei loro dia¬ 
bolici riti, dall’altra gli autori classici riboccavano 
delle non meno abbominevoli memorie di Giove, 
di Apollo e di Venere. 

§ 4. Finché per altro l’Impero rimaneva saldo, 
anche il latino classico restava fermo ed assoluto 
signore, nelle scuole, nei tribunali, in ogni cosa 
che si scrivesse o che, tra le classi colte, si di¬ 
cesse. Le invasioni barbariche del V e del VI se¬ 
colo rovesciando appunto le scuole ed i tribunali 
e sminuendo e distruggendo, in alcuni luoghi, af¬ 
fatto ogni azione delle classi colte sul popolo, 
fecero sì che i vari parlari del volgo non più com¬ 
pressi da una lingua officiale e saldamente ferma 
nelle sue basi grammaticali e sintattiche, si svi¬ 
luppassero più liberamente e più rapidamente e, 
com’è naturale, nel loro sviluppo s’andassero sem¬ 
pre più gli uni dagli altri differenziando. Così dal 

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Lingua provenzale, eco. 


25 


tronco latino si separarono come rami le varie 
lingue che noi chiamiamo romanze o neo-latine. 
Accordare alle invasioni barbariche maggiore ef¬ 
ficacia di quanto abbiam detto, efficacia che i bar¬ 
bari esercitarono indirettamente e inconsciamente, 
è una vecchia opinione ormai sfatata. Tranne po¬ 
chi vocaboli, generalmente di cose di guerra, di 
caccia o di marina, nulla nella lingua provenzale 
attesterebbe una sovrapposizione germanica. Ed è 
naturale: perchè se nei campi di battaglia vince 
quasi sempre, purtroppo, il popolo più barbaro, 
nel conflitto tra due lingue, vince sempre quella 
che oltre il numero dei parlanti, ha per se più 
lunga e venerata tradizione letteraria e più ric¬ 
chezza di idee, quella in una parola, che rappre¬ 
senta una maggior somma di civiltà. Il Mezzodì 
della Provenza, sotto questo aspetto, fu più favo¬ 
rito che le regioni vicine : nel V secolo all’Est si 
stanziarono i Burgundii, ad Ovest tra la Loira e i 
Pirenei, i Visigoti, popoli geniali e inclini alla ci¬ 
viltà latina assai più che, ad esempio, i Franchi 
al Nord, i Vandali in Africa, e i Langobardi in 
Italia. 

Al principio del VI secolo Clodoveo re de’ Fran¬ 
chi e cattolico, dopo avere sottomesso i Burgundii 
scese al Sud per combattere i Visigoti, ariani. Ma 
ad onta di questa dominazione franca, nel Mezzodì 
l’elemento germanico rimase incomparabilmente 
minore del romano: e ciò spiega la profonda di¬ 
visione che in tutto il Medio Evo è tra la Francia 
del Nord e del Sud, e gli sforzi continui di que- 
st’ultimfi per sottrarsi alla signoria di quella. Le 
popolazioni del*Mezzogiorno con cui oramai i Vi- 
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26 


Capitolo secondo . 


sigoti s’erano completamente fusi, continuavano a 
parlare il latino, la lingua romana rustica , o # 
come noi diciamo, il basso latino. Del quale è bene 
farsi una chiara idea. 

§ 5. Fino dal V secolo Mamerto Claudiano 
scrive a Sapaudo che i solecismi e i barbarismi 
scacciano la grammatica a pugni e a calci. 1 Gli 
scrittori si sforzano ancora di tener viva nella 
Gallia la purezza classica: nomineremo Claudio 
Mario Vittore, Paolino, Salviano, e più di tutti 
Sidonio Apollinare. Ma dopo la caduta dell’Impero 
la dissoluzione precipita; il VI secolo non ha più, 
se ne togli Titaliano Fortunato, un poeta che me¬ 
riti d’essere ricordato. Il linguaggio* del volgo al¬ 
terato dalla barbarie crescente, modificato libera¬ 
mente dal popolo, subisce una degradazione in¬ 
sensibile e si trasforma, senza soluzione di conti¬ 
nuità, in una lingua nuova, la quale pure essendo 
organicamente tutta latina, non offre del latino 
che un’immagine sfigurata. 

Di questa nuova lingua le traccio si trovano nei 
documenti religiosi e notarili dei secoli VII, Vili 
e IX, 2 ma si badi che in essi lo scrivano si sforza 


1 « Grammaticam video .... pugno et calce propelli, » Aubertin, 
op. cit., I, 54. 

2 I secoli anteriori al IX mostrano la corruzione del latino. 
Traccie volgari sono nei documenti del IX secolo; mescolanza 
di provenzale e di latino nell’ XI sec. ; tutti in provenzale, solo 
nel XII secolo. Numerosi documenti sono stati sparsamente 
editi in ogni tomo della Revue de langues romanes . La colle¬ 
zione più importante è il così detto Memoriaì des Nobles che 
comprende 613 documenti dell’Archivio di Montpellier, tra il 
1020 e 1204. Circa un centinaio sono in provenzale t di questi 
il più antico è del 1180 ( Rdlr , IV, 480, A*. Montzl. Ediz. più 

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Lingua provenzale, eco. 


27 


sempre di accostarsi al latino: la lingua di quei 
documenti è, per così dire, una media proporzio¬ 
nale tra la lingua volgare che risonava tutto dì 
alle orecchie e sulle labbra dello scrivente e il 
latino ch’ei pretendeva di sapere e di scrivere. Ma 
che povera scienza! Si può infatti immaginare 
qual fosse il latino parlato quando il latino scritto 
si permette di queste licenze : tt Praesentiam ipsius 
lai „ (alla sua presenza); “ Requiiscit membri bone 
memoriae Andolena bona caretate suam „ (qui ri 
posano le membra di Andolena di buona memoria, 
amata per la sua carità) ; “ se penetivit v (si pentì), 
e infine si racconta che il papa Zaccaria, neirVin 
secolo, dovette rassegnarsi a convalidare dei bat¬ 
tesimi fatti con questa strana formula; u In no¬ 
mine de Patria, et Filia, et Spiritua sancta. „ La 
ignoranza e la corruzione linguistica furono però 
assai maggiori nella Francia del Nord che nella 
Meridionale. 1 Infatti la vita letteraria non cessò 
mai interamente nella Provenza e neirAquitania : 
si hanno notizie di scuole ad Arles, a Vienna sul 
Rodano, a Poitiers; si insegnava la grammatica e 
il codice Teodosiano a Clermont ; v’era una scuola 


completa nel 1886 per A. Germain). Bisogna poi ricordare le 
cosi dette Glosse viennesi (Jahrbuch, Vili, 1-13), specie di di¬ 
zionario a uso tedesco, che raccoglie parole italiane e proven¬ 
zali; è assai interessante per la linguistica; dell* Vili secolo, 
ma francesi, non provenzali, paiono essere le Glosse di Cassel 
e di Reichenau (Diez: Altroman. Glossare . Bonn, 1865). 

1 Di tale ignoranza si citano esilaranti esempi. Santo Ouen 
(VII sec.) tratta come scellerati Virgilio Omero e Menandro; 
fa di Tullio Cicerone due persone distinte. Il biografo di Santo 
Bavone confonde Titiro e Virgilio, e fa fiorire la lingua latina 
ad Atene, sotto il repno di Pisistratoj 

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28 


Capitolo secondo . 


monastica a Luxeuil in Borgogna. Anche il con¬ 
tatto con gli Arabi, durante l’VHI secolo, dovette 
influire per qualche cosa sull’indole della nuova 
letteratura; ma questa influenza da alcuni tanto 
esagerata, fu minima, se se ne toglie l’aver dato 
occasione, con le guerre ardenti e continue, a canti 
popolari storico-epici di cui però non conosciamo 
che 1’esistenza. Anche altre composizioni in lingua 
volgare possiamo constatare fino dall’epoca caro¬ 
lingia. Sul principio del IX secolo la chiesa rac¬ 
comanda al clero di predicare in lingua romana : 1 
sappiamo di canti volgari religiosi. Nulla di tutto 
ciò rimase, perchè nulla probabilmente ne fu scritto; 
l’uso del latino come lingua letteraria, rinforzato 
nel clero dal rifiorimento degli studi promosso da 
Carlomagno, rimaneva indiscusso: si parlava, si 
cantava e si pregava in volgare ma si scriveva 
in un gergo che voleva esser latino ; e ciò perchè 
il discorso, il canto e la preghiera è di tutti, ma 
lo scrivere è solo di chi o bene o male ha studiato. 
Però quest’uso del latino toglieva alla grande mag¬ 
gioranza della popolazione ogni godimento intel¬ 
lettuale, vietandole la conoscenza di ogni produ¬ 
zione letteraria meno quella rozza dei cantatori di 
piazza e degli istrioni. E in questa condizione, 
tranne i chierici, erano tutti nobili e plebei, ricchi 
e poveri : v’ era l’eguaglianza dell’ ignoranza. Ma 
tra il secolo IX e il X, rimosso ogni pericolo da 
parte degli Arabi, spezzato da tempo il legame 
che riuniva la Provenza alla Francia, erano de¬ 
terminati dalla pace e dalla prosperità, nuovi bi- 


* Gfr. Capit. Vili, § % 

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Lingua, provenzale , eoe. 29 


sogni e desideri nuovi. Ai quali si prestò la nuova 
lingua, che incominciò allora ad apparire capace 
di ricevere una forma artistica e meritevole perciò 
d’essere scritta. 

§ 6. I primi documenti che ne abbiamo sono, 
e non è meraviglia, tutt’ altro che popolari, ma 
scritti per diletto dei laici o per edificare i fedeli. 
Essi peraltro dimostrano tale relativa sicurezza e 
stabilità di metrica, di lingua e perfino di carat¬ 
teri artistici, che possiamo risolutamente affermare 
che li dovette precedere una lunga serie di nar¬ 
razioni e di canti, i quali forse perchè più popo¬ 
lari non furon creduti degni della scrittura. Il pri¬ 
mo apparire di qualche cosa che arieggi il docu¬ 
mento letterario è nientemeno che del principio 
del secolo X, e consiste in un ritornello proven¬ 
zale ad una alba latina contenuta nel manoscritto 
vaticano M Regina 1462 „. L’alba, o canto del mat¬ 
tino, è un genere che si svolse poi con eleganza 
nel periodo dei trovatori. Questa ha già alcune 
delle caratteristiche di forma e di contenuto che 
conservò nei secoli XII e XIII; disgraziatamente 
il ritornello volgare è assai corrotto e guasto. Se¬ 
condo il Rajna esso sarebbe da dividere cosi: 

L’alba part umet mar atras ol poy 
pasa bigil miraclar tenebras; 

♦ 

i quali due decasillabi 1 significherebbero : “ L*alb&> 


1 Raj.ya : L’alba bilingue ecc., in : Studi di fil. rom II, 67. 
Regens, in: Romania ; avverto qui, una volta per tutte, che 
conto i vèrsi alla francese, che cioè dà il nome al verso l’ul¬ 
timo accento (così decasillabo quello che ha l’accento sulla 10*, 
settenario sulla 7*, ecc.J. Nel 2.° verso bì pronunci tenebrds . 

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30 


Capitolo secondo . 


di là dall 9 umido mare , dietro il poggio , passa 
vigile a spiar per entro alle tenebre. „ La frase 
per sè stessa mostra di non esser popolare. Avrem¬ 
mo invece degli accenni a cose veramente popo¬ 
lari nel mistero di S. Agnese. In questa sacra 
rappresentazione, per indicare su quale motivo mu¬ 
sicale s’avevano da cantare le parole, si citano le 
prime parole di canti profani. Come esempio di 
tali citazioni dirò che il Planctum beatae Agnetis 
doveva esser cantato sull’aria della romanza po¬ 
polare : 

E1 bosc d’Ardena justal palaie ausor 
a la fenestra de la plus auta tor 

(nel bosco d 9 Ardena presso l 9 eminente palagio, 
alla finestra della torre più alta). Il mistero di 
S. Agnese è del secolo XIV : questa romanza e 
le altre quattro citate sono certo assai più anti¬ 
che, ma di quanto? E ciò che non si può dire 
con certezza, e però è solo assai dubitativamente 
che le riponiamo tra i documenti più remoti della 
letteratura provenzale. 

Un documento più importante e di molto inte¬ 
resse è il cosidetto Poema su Boezio. È un fram¬ 
mento di 257 decasillabi in un manoscritto del 
secolo XI della biblioteca d’Orleans. Il Bartsch ne 
pone la composizione verso l’anno 950, il Meyer 
invece con maggiore probabilità tra il 1000 e il 
1050, ma anche con questa seconda data esso resta 
il più antico documento letterario, propriamente 
detto, di Provenza. La lingua di esso mostra es¬ 
sere del Limosino o della Marche; quanto al con¬ 
tenuto esso non è che un travestimento cristiano 

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Lingua provenzale, eoe. 


31 


di alcuni passi del famoso libro De consolatione 
Philosophiae di Boezio. L’autore è certamente un 
ecclesiastico, il quale adotta la lingua e la me¬ 
trica popolare 1 per spargere le sane dottrine della 
vanità delle cose mondane e della necessità di 
attendere al cielo. Incomincia come al solito a 
vituperare la generazione presente e continua nar¬ 
rando come Boezio fu, per ‘fellonia del re, incar¬ 
cerato, e come nella carcere scendesse a conso¬ 
larlo una donna celestiale che simboleggia la 
Filosofìa cristiana, il cui abbigliamento e la cui 
bellezza sono minuziosamente descritti. Il merito 
estetico in questo frammento di poesia morale è 
scarso; è invece di alta importanza per la storia 
della lingua e della letteratura. 

§ 7. Da un poema come questo alla poesia pret¬ 
tamente religiosa è facile il passo. 2 Noteremo pri¬ 
ma un piccolo gruppo di vite di Santi, di cui ab¬ 
biamo qualche frammento. Sono una Vita del beato 
Amando, vescovo di Rodez, di cui non ci restano 
che trentasette versi alessandrini conservatici in 


1 E propriamente della poesia epica. Sulle convenienze tra 
la epopea e il Boeri, cfr. Rajna: Origini dell’Ep. fr., p. 491. 
(Edizioni: Monaci; Facs. di ant. mss., 33-39, paleografica. Hììnd- 
gen: Boethius . Oppeln, 1883, critica). 

2 Ricordo qui in nota le 129 strofe della Passione di Cristo 
e le 40 strofe della Vita di S. Ledgier (Leodegario) ; sono in 
un mss. della Bibl. di Glermont. La 1% scritta in un paese 
intermedio tra la lingua d’oc e di oìl è solo semi-pronvenzale : 
è in ottosillabi rimati a coppia e divisa in quartine ; risale al 
X sec. e non è forse che 1* ultima parte, sola rimastaci, di una 
compiuta storia volgare di Cristo. La 2% dello stesso secolo, 
borgognona, appartiene ancor più alla lingua d’oli. (Cfr. G. Pa¬ 
ris: Litt. fr., ediz. 1890, p. 201, 211). . 

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32 


Capitolo secondo. 


due opere del giureconsulto Dominiey di Cahors 
del 1645 e 1648: il Dominiey li credeva di 600 
anni più antichi di lui, ma in realtà essi sono di 
assai più recenti e forse indegni di figurare tra i 
primi documenti provenzali; un frammento, assai 
piu antico, di una Vita di S. Fides di Agen : sono 
20 ottosillabi formanti due serie ineguali e mono¬ 
rime, conservatici dal Fauchet nel suo libro* sul¬ 
l’origine della poesia francese edito nel 1581 ; essi 
sono secondo jil Raynouard dell* XI secolo. 1 Un 
altro frammento della Vita di S. Fides di Rouer- 
gue riportato dal Catel nella sua Storia dei Conti 
di Tolosa (1623) del quale non si può precisare 
l’antichità. Certo l’idea di parafrasare in versi una 
vita o un inno latino non potea venire che in una 
epoca in cui la poesia popolare esistesse di già. 
Altrettanto possiamo dire del Pianto di S . Ste¬ 
fano 2 che è un’epistola inframmezzata, ossia che 
si cantava alla festa del santo, in chiesa, dopo 
l’epistola canonica. In diciassette strofe di quattro, 
ottosillabi monorimati, essa compendia brevemente 
la vita e il martirio del santo. Di una epistola 
dello stesso genere su S. Giovanni Evangelista 
possediamo solamente le due prime strofe. Ab¬ 
biamo infine un breve Intermezzo di sei decasil¬ 
labi che si cantava nella messa di Natale sopra 
note musicali assai acute, a giudicarne dalla in¬ 
genua frase scritta dal cantore: “ Un poe soi las, 


1 Tutt’al più del principio del XII. 

2 Esso, anzi, è forse posteriore al secolo XII. Il Gaudin 
( Rdlr , II, 133-39), ne pubblica due redazioni, ma la 2* non è 
provenzale ma francese, fortemente provenzalizzata dal copista 
(Gfr. Romania , I, 363). 

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Lingua provenzale , eco. 


33 


que trop fo aut lo sos; „ esso trovasi in un ma¬ 
noscritto di S. Marziale di Limoges, ora a Parigi 
(manoscritto latino 1139). 1 

Carattere più lirico, ma sempre ecclesiastico, 
hanno due poesie conservateci nello stesso mano¬ 
scritto, le quali anche paiono più antiche delle 
precedenti. L*una è un Noel cioè canto per la 
notte di Natale, a strofe alternate, otto latine ed 
undici provenzali sul ritmo e sulla melodia del¬ 
l’inno latino In hoc anni circulo . L’altra è una 
Preghiera alla Vergine in dodici strofette, alcune 
delle quali riporto come esempio delle ingenue 
preghiere della fine del secolo XI: 

1. 0 Maria, deu maire, 
deus t’es e fìls e paire : 
domna, preja per nos 
to fìl lo glorios. 

2. E lo pair’ aissamen 
preja per tota jen; 

e c’el no nos socor, 
tornat nos es a plor. 

5. Èva, moler Adam; 
quar creet lo Setam, 
nos mes en tal afan 
per qu’avem set e fam. 

6. Èva mot foleet 

quar de queu frut manjet, 
que deus li devedet, 
e cel que la creet. 

1 Su questi frammenti, v. le citazioni in Bartsch : Orundris» 
§ 7 ; in generale però si nota nel Bartsch la tendenza di cre¬ 
derli più antichi di quel che realmente sono. 

Restosi. 


3 




34 


Capitolo secondo . 


(1, 0 Maria, madre di Dio, Dio t’ è figlio e padre, 
domi/v prega per noi tuo figlio il glorioso.) 

(2. E il padre altresì prega per tutti, e s’ei non ci 
soccorre, ci convien piangere.) 

(5.'Èva moglie d’Adamo, perchè credette a Satanai 
cl inisè in questo affanno, che abbiamo sete e fame.) 

(6. Èva molto commise follia che di quel frutto man¬ 
giò che le avea vietato Iddio, (ella) e (Adamo) che la 
credette). 

Sè à queste finora ricordate aggiungeremo due 
poesie di carattere religioso-didattico, un Atto di 
Fede e una formula di confessione in versi ac¬ 
coppiati di misura disuguale, di pochissimo inte¬ 
resse entrambe, e di cui non è neppur molto certa 
la remota antichità, avremo terminata la rassegna 
dei primi documenti poetici, morali e religiosi 
della letteratura provenzale. 1 

§ 8. Ci resta un altro documento poetico di 
materia affatto profana ma che pure è volto an- 
ch’esso a scopo didattico : è un frammento di un 
poema su Alessandro Magno, in 105 ottosillabi 
a serie monorime. 2 Sulla storia favolosa dell’eroe 
macedone fu composto un romanzo greco nel se¬ 
colo II, in Alessandria, conosciuto col nome di 
Pseudo-Callistene. Questo libro fu tradotto in la¬ 
tino nel IV secolo da un certo Julius Valerius, e 
questa traduzione fu fortemente abbreviata ai tempi 
di Carlomagno. In tale stato venne alle mani di 
Alberico di Besan<?on (o Brian<?on) al principio 


1 Su queste e le precedenti poesie, cfr. P. Meyer: Ancien - 
rì'és poèsies religieuses cn langue d’oc. Paris, 1860. 

2 Sulla versificazione di questo frammento, cfr. Rajna : Ori¬ 
gini deìl’Ep. fr ., p. 500 in nota. 

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Lingua provenzale , ecc. 


35 


dell’XI secolo, ed egli se ne servì pel suo poema 
in volgare, il quale (a giudicarne dal principio che 
solo ci rimane) nella gloria e nella morte prema¬ 
tura del suo eroe, vede illustrata la massima bib- 
blica che tutto sulla terra è vanità. Il dialetto del 
poema è quello del Delfinato, vale a dire appar¬ 
tiene al territorio Borgognone o franco-provenzale, 
ed ha perciò mescolanza di caratteri linguistici, 
con prevalenza provenzale. È da lamentare la per¬ 
dita di esso non solo perchè è il più antico dei 
molti poemi su Alessandro Magno, ma anche per¬ 
chè si vede dal poco rimastoci che non era privo 
di qualche merito artistico. 1 

§ 9. In prosa, se noi facciamo astrazione dai 
documenti o carte legali in latino semivolgare che 
nulla hanno che fare con la letteratura, non ab¬ 
biamo da assegnare a questo primo periodo se 
non un frammento di traduzione dell 1 Evangelo di 
S. Giovanni , comprendente i capitoli 13-17. Si 
trova in un manoscritto del Museo Britannico (bi- 
bliot. Harl. 2928) del secolo XII; la traduzione 
però pare che risalga al secolo antecedente ; essa 
è letterale ma non senza una certa elegante bre¬ 
vità. Il Meyer giudica che sia in dialetto valdese. 
Eccone un breve tratto posto a confronto della 
traduzione italiana del Diodati. 2 

C. XIII, — 21. Cum (Jesus) ac aizo diith, fo torbaz per 


1 Gfr. G. Paris: Litt. fr ediz. 1890, pag. 74, e le indica¬ 
zioni bibliografiche a pag. 263. 

2 Edito da G. Hofmann: Gelehrte Anzeigen'^dev K. bayer. 
Akad. der Wissenschaften T 1858. Anche per questo Evangelo non 
si è assolutamente certi che risalga oltre il 1100. 

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36 


Capitolo secondo. 


espirit, e afermet e diss : veramen, veramen vos die 
que us de vos me traira, — 22. Dono esgardaven li 
disciple l’us l’autre, dobtan de cal o dezia. — 23. Mas 
us de sos disci ples era jazens e a se Jesu, lo cal amava 
Jesus. — 24. Aquest cennet Peir, e diiss li: cals es. 
de cui o dii? — 25. E eli cum jaguessa sobre lo peiz 
Jesu diiss li: dom, cals es? — 26. Respon Jesus: 
aquell es cui eu darai lo pa molliat. E cum ac mol- 
liat lo pa, donet lo Juda Simó d’Escarioth. — 27. E 
apres la bucella adone intret en lui Sadenas. 

(21. Dopo che Gesù ebbe dette queste cose, fu tur¬ 
bato nello spirito: e protestò, e disse: In verità, in ve¬ 
rità, io vi dico, che V un di voi mi tradirà. — 22. Laonde 
i discepoli si riguardavano gli uni gli altri, stando in 
dubbio di chi dicesse. — 23. Or uno de’ discepoli, il 
quale Gesù amava era coricato in sul seno d’esso. — 
24. Simon Pietro adunque gli fece cenno, che doman¬ 
dasse chi fosse colui, del quale egli parlava. — 25. E 
quello inchinatosi sopra il petto di Gesù, gli disse: 
Signore, chi è? — 26. Gesù rispose: Egli è colui 
al quale io darò il boccone, dopo averlo intinto. Ed 
avendo intinto il boccone lo diede a Giuda Iscariot, 
figlio di Simon. — 27. Ed allora, dopo quel boccone, 
Satana entrò in lui.) 


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CAPITOLO III. 


LA LIRICA PROVENZALE: SUE ORIGINI. 

LA CAVALLERIA E SUOI RAPPORTI CON LA LIRICA 
DEI TROVATORI. 


§ 1. Gli accennati documenti letterari che si 
ritengono anteriori o di poco posteriori al 1100, 
e specialmente quelli in poesia, mostrano, insieme 
con irrefragabili prove della loro antichità, una 
tale stabilità e fissità nei caratteri e nella tec¬ 
nica del verso e della strofa, che è diffìcile da 
spiegare in uno stadio cosi primitivo. Questa dif¬ 
ficoltà è ancora più grande quando consideriamo 
la poesia lirica dei trovatori; essa ci compare in¬ 
nanzi a un tratto già adulta e cosciente di sè, già 
in possesso delle varie qualità di verso, già abile 
a intrecciare le strofe. Le più antiche liriche ri¬ 
masteci sono di Guglielmo VII conte di Poitou 
e IX duca d’Aquitania, che governò tra il 1087 e 
il 1127; l’alto grado del loro autore spiega il per¬ 
chè esse sieno le prime che ci sieno state con¬ 
servate, ma si può assicurare (e ce ne sono in- 
dizii nei versi stessi di Guglielmo), che egli non 
fu il primo trovatore, 1 e che prima di lui vi fu 


1 Trovatore è in provenzale trobaire , e nei casi obliqui tro- 
bador. L’origine, secondo il Paris, sarebbe un termine dell’arte 


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38 


Capitolo terzo. 


un periodo più o meno lungo di formazione e di 
preparazione. In tale periodo che potrebbesi dire 
dell’infanzia della lirica provenzale vorremmo potere 
spingere lo sguardo con sicurezza, ma i pochi ac¬ 
cenni dati da Guglielmo e da altri poeti poste¬ 
riori non consentono che una semi-oscurità. 

La poesia trovadorica, si può dirlo con certezza, 
non ricevette nulla in eredità dalla letteratura 
aulica-latina del Basso Impero: nè il verso, che 
riposa su un principio essenzialmente diverso, nè 
i vari atteggiamenti di serie monorime o di strofe ; 
essa è invece una lenta trasformazione della poesia 
popolare la quale non venne mai meno nel mez¬ 
zodi della Francia. 

Questa poesia dagli ultimi secoli dell’Impero 
fino oltre al 1000 era specialmente cantata e tra¬ 
sportata di borgo in borgo dai cantori ambulanti, 
saltimbanchi, buffoni, razza di gente che Tanti¬ 
chità conobbe col nome di mimi o thymelici e il 
medio evo con quelli di joculatores , ministrales, 
histriones. Dei loro salti e delle loro rozze can¬ 
zoni si dilettavano, accomunati dalla ignoranza, 
baroni e popolani, e non mancano, fino dal se¬ 
colo VII, le testimonianze del disprezzo e dell’odio 
che a loro, coinè a stromenti di barbarie e di 
immoralità, portavano i poeti clerici latineggianti 
e gli ecclesiastici. Di quella poesia, che Al- 
cuino chiama turpissima e vanissima , nulla pur 
troppo ci rimane; pure, data la rozzezza della so¬ 
cietà cui essa piaceva, noi crediamo che le invet- 


musicale, tropus = motivo melodico, aria; onde trobar sarebbe 
propriamente il fare tropi , inventare arie musicali. 

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La!* lirica, provenzale, eoe. 


■39 


tive dei clerici non fossero del tutto immeritata. 
Ma sulla fine del secolo X, la feudalità francese, 
specialmente meridionale, addolcisce a poco a poco 
i costumi e la vita; sul robusto tronco feudale 
sboccia il fiore della cavalleria, e i cantori seguono 
questo movimento civile ; il joculator o istrione, 
passato dalla piazza alla sala del castello si tra* 
sformò in trovatore e poeta, cosi come il canto 
della taverna nella canzone armoniosa e grave. 

I cantori o histriones , erano parte quasi obbli¬ 
gatoria della masnada di ogni signore ; perciò fin 
da principio s’eran trovati in una condizione infe¬ 
riore e ciò spiega il loro riservato rispetto alla 
dama del barone feudale, naturale patronessa dei 
seguaci e servi del marito. 

Per questo la lirica provenzale ebbe fin dalle 
origini quell’impronta tanto caratteristica di illi¬ 
mitata devozione alla donna, devozione che ebbe 
poi ordine e regolamenti dalla cavalleria. 1 Ed an¬ 
che è da osservare come risulti da tutto questo che 
la poesia trovadorica fin dal suo nascere è un 
prodotto della società feudale : per essa si ingen¬ 
tilì, da essa ebbe le prime festose accoglienze e 
quasi sempre le più generose rimunerazioni; sicché 
la lirica provenzale e la società feudale di Pro¬ 
venza crebbero e vissero così indissolubilmente le¬ 
gate che i colpi della crociata albigese, rovinando 
l’una, non potevano non ferire mortalmente l’altra. 

Non si creda però che questo rapido e fiorente 
crescere di una poesia artistica e aristocratica 


1 Su ciò si veda uno* splendido articolo di P. Meyer, nella 
Encyclopaedia Brittannica . XIX, 867. 

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40 


Capitolo terzo . 


facesse cessare la poesia popolare; anzi procedet- j 
tero entrambe per la loro via, non senza molte¬ 
plici contatti. I poeti aulici pretesero in generale 
il nome di trovatore rigettando quello di giullare, 
cui rimaneva attaccato l’antico dispregio per gli 
histriones, ma nell'uso corrente i due nomi non 
furono mai nettamente separati. 1 La poesia aulica 
inoltre ha ben altri debiti verso la sua sorella più 
umile e popolana; i trovatori vi trovarono le più 
schiette forme della loro poesia, come ad esempio, 
la ballata, la pastorella , Falba , la ronda : veri fiori 
che l'arte finissima di quei maestri seppe ornare, 
senza che perdessero il profumo e la freschezza 
nativa, coi più vari e graziosi colori. 

§ 2. È questo, per quanto si può congetturare 
con tutta probabilità, il modo con cui nacque la 
poesia dei trovatori, trasformazione aristocratica ! 
della rozza poesia del volgo. Quando poi la scienza 
della poesia e il nome di poeta cominciarono ad 
ottenere fama e compensi tra la scelta società, 
molti naturalmente si volsero per quella via affa¬ 
ticandosi con più o meno fortuna a sorpassare 
in eccellenza artistica i competitori. Sono frequen¬ 
tissimi nelle poesie dei trovatori i vanitosi accenni 
alla cura del ben comporre e tornire le strofe, 
allo sforzo del ben limare, all'ingegno di cui do¬ 
vevasi dar prova. Marcabru, uno dei più antichi, 
si compiace già di sapere cosi bene incatenare 


1 Gfr. Diez; Poes. des troub. p. 27-31 della traduzione fran¬ 
cese. In generale col nome di giullare intenderemo chi canta 
o recita cose altrui, e trovatore diremo colui che, pagato o no, 
espone composizioni sue proprie. 

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La lirica provenzale , eco. 


41 


1* argomento e i versi che niuno potrebbe togliervi 
una sola parola. 1 Appunto questa coscienza e ri¬ 
flessione estetica, questo amore dell’arte per sè, 
questa ricerca dei mezzi più sottili e acconci ad 
ottenere la bellezza, sono il merito e la novità più 
grande che abbia la poesia provenzale. 

Duchi, Re e perfino Imperatori, non disdegna¬ 
rono le lodi che erano date al sapere poetico e 
vi si applicarono con passione ed ora figurano con 
onore nel catalogo dei trovatori. Ma della onorata 
e lodata falange poetica poteva far parte chiunque 
avesse ingegno e valentia. Molti trovatori uscirono 
dalle più umili classi del popolo, come ad esem¬ 
pio, il più elegante poeta amoroso di Provenza, 
Bernardo di Ventadorn figlio di un fornaio del 
castello, Giraut de Borneil che meritò il nome di 
maestro dei trovatori, Perdigon figlio di un pesca¬ 
tore e che diventò cavaliere e amico del Delfino 
d’Alvernia. Altri uscirono dalla borghesia la quale 
nel mezzodì della Francia godeva già di molta 
considerazione ; tra essi, Pietro d’Alvernia ed Elias 
Fonsalada; e altri dalla mercatura, come Folchetto 
di Marsiglia e Aimeri co da Pegulhan. Molti che 
avevano incominciato gli studi da clerici, abban¬ 
donarono la via ecclesiastica per la vita libera e 
gioiosa del poeta, come Arnaldo di Mareuil, Ugo 
di S. Oirc, Aime rico da Belenoi, Pietro Cardinal; 
altri che erano già veri monaci fuggirono dal chio- 


^àykouard, IV, 303: 

tt Marcabrus, segon s’entensa pura 
Sap la razo è ’l vers lassar e faire 
Si que autr’om no l’en pot un mot traire„. 


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42 


Capitolo terzo. 


atro, come Guiberto di Puicibot. La chiesa per 
altro combattè pertinacemente questo abuso. Fol- 
chetto di Marsiglia, diventato vescovo, si doleva 
come di enormi peccati delle sue giovanili poesie 
amorose; e il canonico Gui d’Uisel fu dal legato 
del papa costretto con giuramento ad abbandonare 
il trovare ed il cantare. La poesia amorosa non 
poteva alla chiesa sembrare che una impura fonte 
di guadagno; salvo però casi speciali; perchè, se 
vogliamo credere ai manoscritti, rallegro e biz¬ 
zarro Monaco di Montaudon avrebbe ottenuto dal 
suo Abbate licenza di poetare e cantare a condizione 
che i profitti andassero a beneficio del monastero. 
Altri trovatori uscirono dalla piccola nobiltà; figli 
cadetti di castellani, che non potendo mantenere 
il grado di cavaliere si facevano giullari; tali Rai¬ 
mondo di Miràvàl, Peirol, Cadenet, Rambaldo di j 
Vacqueiras; alcuni infine furono principi potenti, 
poeti e protettori dei poeti, come il già nominato 
Guglielmo di Poitou. Rambaldo d’Orange, Bla- 
casso, il visconte di S. Antonin e altri. 

Donde apprendevano la loro arte i trovatori? 
Quasi tutti affermano unico loro maestro essere 
stato Amore; ma noi, pur concedendo molto alla 
inspirazione individuale, non vediamo in questa 
risposta che una lusinghiera adulazione alla loro 
dama. Tuttavia si può asserire che vere scuole 
d’arte poetica 1 non ci furono; i trovatori appren- - 


1 Art de trobar o saber de trobar : i trovatori non usano 
che queste frasi per designare la loro scienza; i termini di 
gai saber o gaya scienea sono dell’Accademia Tolosana e pas¬ 
sarono a torto nell’ uso tradizionale. 

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La lìrica provenzale, eco. 


43 


devano l’uno dall’altro i precetti e la pratica del 
canto e del suono, e le leggi della composizione; 
il fatto è assicurato fino dai più antichi trovatori: 
Marcabruno , dice la biografia provenzale, tanto 
stette con un trovatore che avea nome Cerca- 
mondo che egli pure cominciò a poetare . E di 
Ugo di S. Circ dice la biografia che molto imparò 
dell 9 altrui sapere e volontieri lo insegnava altrui . 
Questi insegnamenti e la elaborata composizione 
delle nuove poesie e della musica loro appropriata, 
erano specialmente riservati aH’inverno, la stagione 
morta dei trovatori. La primavera riportava loro 
la libertà e la vita; riprendevano le loro corse di 
corte in corte e di castello in castello, e la fama 
delle nuove più belle canzoni e della nuova mu¬ 
sica più applaudita, li precedeva da lungi e ne 
rendeva gradita la visita, e il nome della dama 
in esse celebrata, sebbene sempre velato di un 
pseudonimo, passava di bocca in bocca sussurrato 
allora come ora, tra i sorrisi dei maldicenti. Que¬ 
sta clausura invernale, oltre il vero sentimento 
della natura, spiega l’odio dei trovatori per l’in¬ 
verno e i loro ripetuti e un po’ convenzionali en¬ 
tusiasmi per la dolce stagione e per le rose di 
maggio. 

Come ho detto di sopra, i trovatori, almeno i 
migliori, oltre la poesia componevano anche la 
musica di accompagnamento; erano autori, come 
dicevasi allora, del motto e del suono . Le bio¬ 
grafie che nei manoscritti accompagnano le poesie 
tengono minuzioso conto di questa duplice abi¬ 
lità, e notano se alcuno eccelleva nell’una o nel- 
l’altra. 


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44 


Capitolo terzo . 


Quasi sempre le poesie erano cantate dai tro¬ 
vatori stessi che le avevano composte, i quali 
anche si accompagnavano colla viola ; le biografie 
notano espressamente se erano bravi nel cantare 
e nel suonare. Di Aimerico da Pegulhan, per esem¬ 
pio, dice il biografo ch’ei componeva bene ean- 
zoni e sirventesi , ma molto male cantava; di molti 
invece 1 è detto che sapevano bene trobar , violar 
e cantar ; di Pietro Vidal poi il biografo assicura 
che cantava mielbs d'ome del mon . Se il trova¬ 
tore non aveva bella voce si faceva seguire da 
un giullare o due che cantavano le sue poesie, 
come fecero Pietro Cardinal, Arnaldo di Mareuill. 
Guiraut de Borneil e altri. Un’abilità molto apprez¬ 
zata in que’ tempi in cui erano piu famigliari le 
armi che l’alfabeto, era quella di sapere ben nar¬ 
rare e leggere romanzi d’avventura e di saper 
scrivere ; moltissimi trovatori dovevano contentarsi 
di tenere le loro poesie a memoria o dettarle a 
qualche scrivano. 

§ 3. Una classe meno pregiata dei trovatori 
ma certo più numerosa era quella dei giullari. 
Essi seguivano, come dissi, i trovatori che non 
cantavano le loro produzioni; ma oltre a ciò, a: 
giullari dovevano per forza affidare le loro poesie 
quei poeti illustri, principi e castellani, che noe 
potevano certamente nè correre il paese nè faro 
mercato dei loro talenti. Anche se il trovatore 


1 Vedi le biografìe di Pons de Gapduelh, di Ugo le Peks» 
di Perdigos, di Bartolomeo Zorgt, ecc. a pag. 60, 50, 71, 110 
delle Biographies des Troubadours edite dallo Chabaneau : 
Tolosa, Privat, 1885. 


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La lirica provenzale, ecc. 


45 


stesso era cantore mercenario è evidente che tanto 
più gli conveniva spargere di sè la maggior fama, 
ed è probabile che durante l’inverno insegnasse a 
uno o più giullari le nuove sue composizioni, per¬ 
chè le andasser cantando in quei paesi dov’egli 
non poteva per allora recarsi. E presso i trova¬ 
tori in voga non dovevano mancare questi volon¬ 
terosi apprendisti, poiché certo nessuna corte o 
castello si chiudeva al giullare cho annunciasse 
avere nel suo repertorio una recente canzone amo¬ 
rosa di Bernardo di Ventadorn, o una sestina di 
Arnaldo Daniello o un nuovo sirventese di Ber- 
tran de Born. 1 

Questo contatto continuo tra trovatori e giullari 
favoriva la confusione delle due classi ; di alcuni, 
per esempio, di Pistoleta, di Aimerico di Sarlat e 
di Perdigon, le biografie dicono espressamente che 
da cantori e giullari riuscirono col senno e l’in¬ 
gegno trovatori e poeti. In generale oltre al can¬ 
tare poesie e suonare stromenti, il giullare doveva 
narrare novelle e romanzi d’avventura, e doveva 
anche divertire all’uopo la società con talenti meno 


1 1 profitti di tal mestiere erano spesso considerevoli, e con¬ 
sistevano in denari, abiti, cavalli. Raimondo di Miravai, rivol¬ 
gendosi al suo giullare Bayona, gli dice: « So bene, Bayona, 
che sei venuto da me per un sirventese; questo sarà il terzo, 
perchè io te n’ho già fatti due coi quali hai guadagnato molto 
oro e argento, e molti abiti, e roba assai tra buona e cat¬ 
tiva. » Ma Bayona — da vero artista ! — avrà giuocato e 
mangiato tutto, perchè poi Raimondo gli dice: « Dio m’aiuti, 
Bayona,ti veggo così meschinetto e mal vestito di povera gonna! 
ma ti trarrò d’impaccio con un sirventese che ti prometto. » 
^ Anche a un altro giullare, di nome Fornier, insegnò Raimondo 
f l’arte del cantare. 


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46 


Capitolo terzo . 


nobili, di acrobata e di prestidigitatore. Abbiamo 
due poesie, una di Guiraut de Cabreira e l’altra di 
Guiraut de Calanso, in cui i due poeti enume¬ 
rano ai loro giullari. Cabra e Fadet, ciò che 
essi dovrebbero saper dire e fare ; ma la lista è 
così lunga (solo gli strumenti da suonare sareb¬ 
bero nove!) che è permesso credere sia quello il 
ritratto di un giullare affatto ideale. 

§ 4. Tali erano gli artisti e i giullari dei secoli 
tra T undicesimo e il decimoterzo; rimane a ve¬ 
dere in che stesse l’arte loro. A intender la quale, 
bisogna dire poche cose (perchè l’argomento fu già 
molto trattato e bistrattato) intorno alla Cavalleria. 
Essa risale originariamente ad una cerimonia ger¬ 
manica, già nota a Tacito; i’ giovani guerrieri 
giunti all* età voluta erano solennemente vestiti 
dfelle armi da alcuno dei capi tribù, o dal padre. 
Stabilitisi i Germani su territorio romano, la ce¬ 
rimonia rimase la stessa, ina il Cristianesimo le 
diede un’impronta religiosa. Il giuramento che si 
imponeva al giovane cavaliere o miles, 1 dandogli 
l’armi innanzi l’altare, di difendere la religione e 
gli oppressi , fu uno dei tanti vincoli coi quali la 
Chiesa tentò di frenare e domare la feroce e 
turbolenta feudalità dei secoli nono e decimo. 
Così il cavaliere divenne, in teoria, il soldato della 
fede e delia giustizia; le crociate furono la più 
potente manifestazione di questo sentimento. Se- 
nonchè ilrpremio a tali virtù, promesso nell’altra 
vita dalla Chiesa, era se non incerto troppo lon- 


1 La parola cavaliere {homines caballarii) è già in un do¬ 
cumento dell’859. 

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La lirica provenzale , ecc. 


47 


tano; e come tra i deboli da difendere v’erano le 
donne, questa dolce difesa diventò ben presto pre¬ 
mio a sè stessa. L’impulso cavalleresco fu dunque 
prima la fede, poi la donna e 1*amore; ma un 
amore che, almeno in teoria, risentì sempre del¬ 
l’origine sua mistica e ideale, e rimase o almeno 
fece di tutto per rimanere hulPaltro che inspirazione 
purissima di nobili pensieri e di imprese gene¬ 
rose. Amore fu allora, dice il Carducci, l’espres¬ 
sione formale del più alto ideale civile, il princi¬ 
pio supremo di ogni virtù, di ogni merito morale, 
di ogni gloria. 

Perchè cosi si credesse, e in conformità della 
credenza si operasse, bisogna immaginare una 
società intimamente diversa da qualunque forma 
sociale del giorno d’oggi. 

E realmente fu così; il medio evo, l’età delle 
contraddizioni, non ne ha alcuna più stridente, a 
nostro modo di vedere, che quella tra siffatta esal¬ 
tazione dell’amore e della donna e la costituzione 
della famiglia feudale e la parte che la donna era 
chiamata a rappresentarvi. La società feudale è 
essenzialmente basata sul principio della proprietà 
del suolo, donde il continuo desiderio nei baroni 
di crescere le loro terre e a tal uopo due mezzi 
principalmente valgono, le armi e i matrimoni. La 
donna, che nel mezzodì della Francia poteva avere 
e trasmettere feudi, venne ad essere uno strumento 
di potenza e un mezzo di combinazioni diploma¬ 
tiche. Quando mutavano le circostanze, il potente 
barone trovava sempre un vescovo compiacente 
che scoprisse tra lui e la sposa un lontano grado 
di parentela e pronunciasse il divorzio. Da ciò i 

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4S 


Capitolo terzo . 


frequentissimi ripudii, e una indegna posizione 
fatta alla donna nella famiglia, perchè per tacere 
di altre cose, in siffatti matrimonii non s’aveva 
nessun riguardo al sentimento, e assai poco alla 
convenienza d’età degli sposi. L’amore cavallere¬ 
sco sorse dunque fuori, anzi in opposizione al ma¬ 
trimonio, e ne* bei tempi della cavalleria, alla fine 
del XII secolo, Maria di Champagne sentenziava 
seriamente che amore non può essere tra sposi, 
perchè questi si devono per legge quello che 
tra amanti è grazioso favore . Ma perchè l’amore 
cavalleresco fosse veramente compenso al fami¬ 
gliare, e la donna godesse come amante il pre¬ 
stigio che non aveva come sposa, era necessario 
tenere quest’amore al di là di ogni sospetto di 
vizio. Da ciò le leggi minuziose e codificate dei 
favori permessi tra la dama e il cavaliere, e fis¬ 
sati i gradi dei rapporti amorosi e — stando ad 
una canzone di Pietro di Barjac — sanzionati dal 
sacerdote i legami tra il cavaliere e l’amata con 
cerimonie simili alle nuziali. Che le barriere tra 
il lecito e l’illecito non fosser mai valicate, e amore 
non scendesse mai di cielo in terra, sarebbe im¬ 
prudenza il dire: le biografie di molti trovatori 
smentirebbero con le loro indiscrete notizie l’in¬ 
genua affermazione; pure non fu quella una delle 
età più corrotte, e trasmodò più nel lusso, nelle 
feste, nell’allegria romorosa e scialacquatrice, nella 
piena e lieta gioia della vita, che nelle sozzurre 
del vizio, e vi fu certo, anche nel tempio d’amore, 
più intemperanza che corruttela. 

§ 5. Vigili custodi di questo tempio, ed esegeti 
di questa religione furono i poeti e i cavalieri di ! 

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La lirica provenzale, eco. 


49 


grado inferiore. Nei potenti feudatari e nei sovrani 
molte volte gl’interessi politici prevalevano su quei 
bei principii di disinteresse, di difesa dei deboli, 
di generosa liberalità che la cavalleria imponeva. 
Ma quei cavalieri, assai più numerosi in Provenza 
che altrove, privi di terra, o perchè cadetti disere¬ 
dati o perchè * scesi in povertà, i quali formavano le 
truppe assoldate dei più potenti baroni; quei tro¬ 
vatori che talvolta di nascita oscura con l’ingegno 
e con r abilità nella nobilissima loro arte trova¬ 
vano non solamente accesso nelle sale del castello 
ma liberalità di doni e protezione fino ad essere 
ammessi alla intimità della vita castellana; tutti 
infine il cui unico patrimonio era questa somma 
di principii elevati e di doti intellettuali che li 
nobilitava agli occhi proprii e altrui, quanto meno 
possedevano di mezzi materiali tanto più si acca¬ 
nivano a difendere i loro ideali cavallereschi e i 
simboli astratti della loro fede. Là poesia fu il lin¬ 
guaggio con che ella si manifestò, e i trovatori i 
suoi apostoli. 1 

Tutta una serie di vocaboli provenzali furono per 
convenzione impiegati a designare i vari gradi di 
amore, le sue cause ed i suoi effetti. Amore, come 
dissi, era stimato principio d’ogni nobile impulso, 
d’ogni pensiero generoso ; ogni cavaliere, ogni tro¬ 
vatore doveva dunque per poter avviarsi alla per¬ 
fezione avere una dama. Nella scelta le qualità 
fisiche erano assai meno considerate di quanto si 
crederebbe; forse ci entrava di più il calcolo, e 


'Per questo il codice tolosano della scienza poetica potè 
intitolarsi Le leggi d*Amore (Leys d’Amors). 

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50 


Capitolo terzo . 


T interesse personale. Primo effetto dell* amore 
(amor, in provenzale femminile) era di produrre 
nell’animo una certa esaltazione generosa, un de¬ 
siderio di imprese belle e degne dell’oggetto amato, 
che i poeti con vocabolo intraducibile dissero joi 
o joi d’amór. 1 A questa letizia spirituale che il¬ 
lumina l’amante, seguono naturalmente altre virtù, 
come valor , cortesia , mesura; cortesia è il per¬ 
fetto contegno e il piacere del piacere altrui, cui 
non arriva chi non osserva mesura , cioè regola e 
saggezza nelle parole e nei modi. Dovere asso¬ 
luto del cavaliere è la liberalità e la larghezza nel 
donare, fino allo spreco, fino alla rovina dei pro¬ 
pri beni: ed è un dovere che, per buone ragioni, 
i trovatori non cessano di raccomandare. Sebbene 
non meno frequenti di tali raccomandazioni sieno 
le recriminazioni che cortesia è morta e larghezza 
è sparita, noi abbiamo ricordi di una prodigalità 
veramente eccessiva; il donare pareva scusa di 
ogni cosa, perfino del rubare, come si ricava da 
una tenzone nella quale il marchese Alberto di 
Malaspina, rimproverato da Rambaldo di Yacqueiras 
d’aver assaltato alla strada, risponde: 

Per dieu, Rambautz, de so us port guarentia 
Que mantas vetz, per talen de donar, 

Ai aver tol, e non per manentia 

Ni per thesaur qu’ieu volgues amassar’. 2 


- 1 Settega st, Ueber joi in der Sprache der Troub. 1889. — 
Joi è maschile ; il provenzale ha anche il femminile jota con 
lo stesso significato del gioia italiano. A spiegare il joi po¬ 
trebbe dirsi che esso è il principio attivo ed operante da cui 
la gioia , sentimento passivo, scaturisce. 

9 « Perdio, Rambaldo, di ciò vi garentisco che molte volte, 

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La lirica provenzale, eco . 


51 


Colui che era cortese e misurato, e largo dei 
propri averi, e amante dell’arte e dei nobili pia¬ 
ceri, quegli era detto giovine (joves ), e giovi¬ 
nezza (jovérì) Tinsieme di tali qualità, così come 
vielhs e veliatz (vecchio e vecchiezza) indicano 
la grettezza della vita e la sordidezza delFanimo. 

Verso la propria dama poi, il cavaliere e poeta, 
aveva molti e gravi doveri. Innanzi tutto essa sola 
era principio e fonte di ogni sapere e virtù; come 
Orazio alla Musa, il trovatore diceva alla dama: 
Quod spiro et placeo, si placeo, tuum est Si ve¬ 
dano questi versi di Gaucelmo Faidit: 

Mon cor e mi e mas bonas cansos 
E tot can sai d’avinen dir ni far 
Conosc qu’ eu tene, bona domna, de vos ; 1 

e questi di Americo da Peguilhan: 

Bona dompna, de vos teing e d’amor 
Sen e saber, cor e cors, motz e eban, 

E s’ ieu ren die que sia benestan 
Devetz n’aver lo grat e la lauzor. 2 

Le lodi che il trovatore dà alla dama non gli 
ottengono subito il ricambio : la scala d’amore è 
rigorosamente fissata. 


per talento di donare, ho rubato roba, e non perch’ io volessi 
ammassare nè ricchezza nè tesoro. » 

1 « Il mio cuore, me stesso, e le mie buone canzoni e tutto 
quello ch’io so dire e fare di bello, io riconosco che da voi, 
bella dama, lo tengo. > 

2 « Bella dama, da voi tengo, e da amore, senno e sapere, 
cuore e corpo, poesia e musica; e s’io dico cosa che sia gra¬ 
ziosa, a voi sola ne spetta la lode e l’applauso. » 

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52 


Capitolo terzo. 


Quatre escalos a en amor 
Lo premier es de fegnedor 
E1 segone es de precador 
E lo ters es d’entendedor 
E lo quart es Drut apelat. 1 

L’ultimo grado di drudo non importava altro 
che l’accettazione formale del cavaliere come vas¬ 
sallo; la dama riceveva da lui un giuramento 
fedeltà che suggellava con un bacio, e il più delle 
volte questo era il primo e l’ultimo. D’allora in poi 
correvano tra la dama e il drudo rapporti di fedeltà 
ed obbedienza e di vero vassallaggio; molti favori 
che i trovatori chiedono nelle loro canzoni, come 
ad esempio, di levare in ginocchio gli stivaletti 
della dama, o di entrar nella camera a far l’uffi- 
cio di valletto mentre ella si spoglia, nascondono 
forse desiderii inconciliabili coll’amore ideale, ma 
di per sè non sono che il riflesso di costumi feu¬ 
dali universalmente radicati, per cui simili uffici 
spettavano ai paggi e ai donzelli e talora allo 
scudiero. 2 In ogni modo questo edificio di barriere 
artificiose e regolamentari era troppo debole per 
non essere rovesciato al primo urto di una vera 


1 « Quattro gradi v’ha in amore: il primo è di amante noe 
dichiarato, il secondo di supplicante, il terzo di intenditore <* 
riamato e il quarto è chiamato drudo ». Questa parola (dal- 
l’alto-tedesco trilt = amico, fedele) non ebbe mai in proven¬ 
zale il significato carnale che prese in italiano. 

2 Uno strascico di siffatto servigio feudale è il privilegio 
(che rimase alla corte francese fino alla rivoluzione) dei no 
bili di grandi entrate di assistere e aiutare il sovrano al cori¬ 
carsi e allo svegliarsi. — I trovatori per^indicare il complesso 
dei servigi che il cavaliere doveva alle dame, usano il verbo 
domnear e domnejaire è colui che accudisce a tale servigio. 

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La lirica provenzale, eco. 


53 


passione. La fine sanguinosa di alcuni trovatori, e 
l’esilio cui parecchi furono costretti: alcune poesie 
che scordando il grazioso linguaggio convenzionale 
prorompono in accenti di vero dolore, di ango¬ 
scioso desiderio o inneggiano trionfalmente alle 
dolcezze godute, non lasciano alcun dubbio in pro¬ 
posito. Pur tuttavia, riguardando la grande lirica 
amorosa di Provenza nel suo complesso, crediamo 
giusta l’osservazione del Diez, che essa è nata dal 
cervello piu che dal cuore ed è un brillante pro¬ 
dotto dell’intelletto più che del sentimento. 

§ 6. La lirica provenzale non si restrinse alla 
canzone d’amore ; ma creò eziandio il serventese che 
tratta la poesia politica e sociale. I trovatori, privi 
di terre e di interessi personali, meglio d’ogni 
altro potevano giudicare e condannare le guerre 
colpevoli o le paci vergognose. Certo la politica 
dei potenti non avrà piegato alla voce d’un poeta, 
ma non si può trascurarla del tutto quand’ella 
esprime le credenze o le dicerie dei contempo¬ 
ranei; ed era tanto più temibile in quanto l’unico 
mezzo di influenzare la pubblica opinione erano 
appunto i racconti e i canti oralmente trasmessi. 
È per questo che spesso ad un sirventese contro 
un signore o una città, ne troviamo uno di difesa 
di qualche trovatore cortigiano o cittadino. E bi¬ 
sogna convenire che questa parte di pubblici giu¬ 
dici, di accusatori imperterriti o di zelanti difen¬ 
sori, i poeti la esercitarono con un’arditezza di 
pensiero e con una virulenza e libertà di linguaggio 
che si crederebbe inverosimile ne’ tempi del ser¬ 
vaggio feudale. Meno l’amore, il serventese si pie¬ 
gava ad ogni argomento, dalle questioni più alte 

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54 


Capitolo terzo. 


fino alla satira o alla invettiva personale. Due delle 
forme che esso assunse sono degne di menzione; 
l’una è il compianto, con cui si lamenta la morte 
di qualche sovrano o barone, e ve ne hanno dei 
bellissimi, pieni di bei pensieri, di amare osser¬ 
vazioni sulle condizioni politiche d’allora, di toc¬ 
canti elogi del defunto verso il quale il poeta ave a 
quasi sempre debiti di gratitudine. L’altra è il 
Qanto della crociata. Non vi fu una di tali spedi¬ 
zioni contro gl* infedeli di Palestina o di Spagna, 
che non sia stata preceduta e accompagnata dai 
canti dei trovatori. In essi, le lodi ai crociati, le 
invettive contro i sovrani restii, contro i baroni pol¬ 
trenti nell’ ozio, sono animate da slanci di vera 
poesia e da una fede ardente e sincera. E non 
tutti diedero parole soltanto: in buon numero 
presero la croce e seppero cingersi la doppia au¬ 
reola del poeta e del guerriero. 


Nota sulle principali forme della lirica proven¬ 
zale. — Il verso si chiama mot motto; fare una poesia 
è lassar motz, allacciare motti. I versi sono gli stessi 
che in italiano. La strofa è cobla ; in principio le coblas 
erano probabilmente di versi della stessa misura e mo¬ 
norimati; poesie di siffatta guisa erano chiamate vers , 
e le biografie avvertono che al tempo dei primi tro¬ 
vatori tutte le poesie erano dette vers e non canzoni. 
Pure Guglielmo di Poitiers conosce già l’arte di in¬ 
trecciare versi di varia misura. Quest’arte progredendo 
creò la canzone, che rimase la regina della lirica tro- 
vadorica. All’artificiosa combinazione strofica di versi 
variati corrisponde la sapiente disposizione delle rime 
(in prov. rima o rim). Nessuna letteratura usò ed 
abusò delle rime come la provenzale ; rime facili (rizhas 
planas) o ricercate e ardue ( rimas caras\ rime ba- 
» Google - 



La lirica provenzale , ecc. 


55 


ciate, alternate, a eco, in mezzo ai versi, retrogradate 
di strofa in strofa, nulla si trascurò per trarre ogni 
partito da questo stromento d’armonia. 1 

La canzone ( cansos ) ammette i versi più varii e le 
rime piane (femminine) e tronche (mascoline); ha nu¬ 
mero non fìsso di strofe, ma la canzone d’amore per 
solito n’ha da cinque a sette; la strofe varia da 2 a 42 
versi, ma questi estremi son rari. Se la canzone è meno 
ricercata e più snella si chiama canzonetta (< chanso - 
neta): se si riduce a poche strofe o, secondo altri, se 
canta di opposti sentimenti è una mezza-canzone (me- 
iachanso ), o canzone mezzo divisa (c. mieg partida). 

Del sirventese (sirventes e di raro sirventese o sir - 
ventesca) già abbiamo visto il contenuto. Il nome non 
ò chiaro: la Docirina de compondre dictats e il Rajna 
spiegano essere detto così perchè si cantava sulla mu¬ 
sica di altro canto, al quale esso è perciò servente. Il 
Diez e il Bartsch spiegano come canto composto in 
servigio o in* lode d’un signore, dal verbo servire. 
Il Meyer dice che sirventes è in origine il canto del 
sirvent ; sirvent indicava il soldato mercenario, l’av¬ 
venturiere. Vi è, come la mezza canzone, il mezzo sir¬ 
ventese (mieg sirventes ), e se la poesia aveva della 
canzone e dei sirventese a un tempo, cosa non fre¬ 
quente, la si chiamava canso-sirventes o chàns me - 
sclatz , poesia mista. 

La tenzone (tensos o contentios) fu pure molto 
amata; essa è la disputa intorno a un punto sottile 
'della scienza d’amore, saber de drudaria , oppure tratta 
di politica, non senza personalità ed invettive. Se l’uno 
*dei due è quegli che posa il dilemma e lascia all’altro 
facoltà di scegliere, la tenzone dice vasi allora partimen 
*o jocx partitz , gioco partito. Se entravano in lizza più 


1 Si veda: Bartsch, Die Beimhunst der Troub. nel voi. L° 
del Jahrbuch , * 

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/ 



56 


Capitolo terzo . 


di due avversari, s’aveva allora un torneo (i torneya - 
men), forma poco comune. La tenzone per lo più era 
trattata in iscritto, ogni strofa rigorosamente confer¬ 
mata nella disposizione dei versi e delle rime alla 
prima. I disputanti finivano nel commiato (tornada) ri¬ 
mettendo il giudizio a tale o tal’altro barone o dama, 
ma questo era più un omaggio e una occasione di lo¬ 
dare il protettore o la protettrice che una vera richiesta 
di sentenza. Pure si ha memoria, assai rara, che qual¬ 
che sentenza intorno ad argomenti discussi in tenzone 
fu veramente pronunciata. Quest’uso suggerì forse al 
Nostradamus la spiritosa invenzione delle C'orai d’A~ 
more , che non hanno mai esistito. 1 

Buon numero di generi secondari ebbe la lirica pro¬ 
venzale, di fattura meno complicata e più affine alla 
disinvolta e semplice poesia del popolo. Ne è fre¬ 
quente segno caratteristico il ritornello ( refranbs ). La 
romanza , tanto amata nella Francia del Nord è rara 
in Provenza; ne abbiamo esempio però fino dai più 
antichi trovatori, Guglielmo di Poitou e Marcabruno; 
essa narra un’avventura amorosa del poeta stesso. La 
ballata e la danza (balada, dansa), accompagnanti il 
ballo, amorose e spesso voluttuose : in esse aveva molta 
importanza la melodia. La ronda (causo redonda\ in cui 
l’ultimo verso d’ogni strofe è il primo della seguente; 
ed è incatenata (encadenada) se le rime sono retro¬ 
grade di strofa in strofa. La retroenza (retronxa o re- 
troenza) solitamente di 5 strofe a rime diverse. I /alba 
e la serena , d’origine assai antica, in cui il ritornello 
termina appunto con le parole alba o sers (sera) ; vi 
si dipinge le gioie degli amanti, vigilati da una guar¬ 
dia o amico fedele (gaita): vi sono però albe di ca- 


1 Ogni indicazione su questo tanto discusso argomento si 
troverà nello studio dei Rajna : Le Corti d> Amore. Milano, 
Hoeplj, 1890. 


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La lirica provenzale, eco . 57 

rattere religioso, vere preghiere del mattino. La pasto¬ 
rella (pastorela o pastoreta) descrive rincontro, non 
sempre platonico, tra il poeta e la forosetta: prende i 
nomi di vaqueira, porqueira, cabriera, auqueira, ver¬ 
siera, ortolana , monja , secondo che la fanciulla è 
guardiana di vacche, di porci, di capre, di oche, o è 
giardiniera, ortolana o monaca. Il disaccordo ( descort ) 
con le strofe inegualissime e con le incoerenze e an¬ 
titesi di pensieri esprime il turbamento e il delirio 
amoroso. La sestina , che credesi invenzione di Arnaldo 
Daniel, imitata da Dante e Petrarca: metro il cui prin¬ 
cipale pregio si perde se non è accompagnata dalla mu¬ 
sica. Il sonetto era sconosciuto ai provenzali (le pa¬ 
role so e sonet indicano sempre la melodia) ma ve ne 
ò di posteriori a quelli italiani : il più antico è di Dante 
da Maiano. Affine al genere lirico è P epistola amo¬ 
rosa (breu, letras ) in cui eccelse Arnaldo di Marueilh; 
se è in forma di saluto alla dama dicevasi salutz. 

Le Leys cCAmor specificano altre e numerose forme 
poetiche; questo lussureggiare di divisioni e suddivi¬ 
sioni è segno di povertà più che di ricchezza. Così 
abbiamo il comjat, in cui il poeta s’accomiatava dalla 
dama: il devinalh , giuoco di parole: Vescondig o giu¬ 
stificazione dell’amante: Vestampida, per una musica 
speciale e già fatta: i somis sogni, le vezios visioni, 
il cossir desiderio appassionato, Yenuegz canto di tri¬ 
stezza, la gilozesca canto di gelosia, e altri ancora. 

Parte importantissima, ma poco studiata, dell’arte 
lirica provenzale è la musica: nel giudicare dell’arte 
trovadorica, trascurando la musica, noi perdiamo al¬ 
meno la metà di quanto formava la delizia e l’incanto 
de’ contemporanei. Pochi studi, che spero rendere pub¬ 
blici, mi permettono d’assicurare che l’accusa che si 
fa solitamente a quelle melodie, di essere semplici e 
monotone, è assurda. Quando i manoscritti oltre le pa¬ 
role conservano anche le note, sarebbe preciso dovere 
di un editore critico il riprodurle almeno come stanno, 
s’ei non sa in notazione moderna, 

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CAPITOLO IV. 


LA LIRICA PROVENZALE: I PRIMI TROVATORI. 
PERIODO DI SPLENDORE DELLA POESIA TROVADORICA. 


§ 1. Guglielmo di Poitou, il più antico trova¬ 
tore di cui ci sono rimaste poesie, fu principe valo¬ 
roso ma leggiero. Trascinato dall’entusiasmo uni¬ 
versale, prese parte con un numeroso esercito alla 
crociata del 1101, ma le sue truppe caddero nella 
traversata deH’Anatolia, ed egli a stento trovò 
rifugio in Antiochia presso Tancredi; donde, dopo 
aver visitato il Santo Sepolcro, mosse pel ritorno. 
Così triste pellegrinaggio non abbuiò il suo spi¬ 
rito. Tornato fra le liete brigate di Provenza egli 
stesso narrò in versi giocosi le miserie sofferte 
oltremare, e, come prima della partenza, si dà 
tutto alle guerre feudali e agli amori. Il cronista 
Guglielmo di Malmesbury lo chiama fatuus et 
lubricus e Goffredo Grosso: totius pudicitiae ac 
sanctitatis iniwìcus. Questi epiteti contengono 
qualche esagerazione inquantochè Guglielmo non 
era molto tenero pei clerici, per le chiese e i j 
monasteri: ma che a lui piacesse la gioiosa vita 
ce ne assicura anche la biografia provenzale: I 
tó II conte di Poitiers si fu uno dei più cortesi 
del mondo, e dei maggiori ingannatori di donne: 

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La lirica provenzale, eco. 


59 


e buon cavaliere d’arme, e largo nel donneare. E 
seppe ben trovare e cantare; e lungo tempo andò 
pel mondo per ingannare le donne. „ 

Le poesie che di lui ci rimangono, undici in 
tutto, confermano queste notizie; sono graziose, 
facili, ma senza profondità. Morì nel 1127, non 
senza dolersi de’ suoi trascorsi, se s’ha da credere 
a una bella canzone piena di pentimento e di 
buoni propositi. 1 

Il periodo antico della lirica provenzale arriva 
fino alla metà del secolo (a. 1150) o poeo oltre; 
ad esso appartengono pochi trovatori. Il visconte 
Eble II di Ventadour, contemporaneo ed amico di 
Guglielmo di Poitiers, fu pure buon poeta, ma di 
lui nulla ci rimane. Nel suo castello, allevato dal 
figlio di lui Eble III, crebbe Bernardo di Ven¬ 
tadour, il migliore dei poeti amorosi di Provenza. 
La sua biografia provenzale, scritta da Ugo di 
San Ciré, dice testualmente così : “ Bernardo di 
Ventadorn fu del Limosino, del castello di Venta- 
dorn. Fu uomo di povera nascita, figlio di un 
servo del castello che era fornaio che scaldava il 
forno a cuocere il pane. Bello era e destro e seppe 
ben cantare e trovare ed era cortese e istruito. E 
il visconte suo signore si compiacque molto di 
lui e del suo trovare e fecegli grand’onore. Il vi¬ 
sconte avea moglie molto gentildonna e gaia,' che 
delle canzoni di Bernardo molto si compiacque e 


1 Cfr. Chabaneau: Biog. des Troub., pag. 151; a quelle in¬ 
dicazioni si aggiunga: Sachse: Ueber das leben und die Lieder 
dea Wil. IX. Leipzig, 1882. Prepara redizione delle sue poesie 
il prof. H. Suchier. 


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60 


Capitolo quarto . 


\ 


s’innamorò di lui ed egli della donna, sì ch’ei 
fece suoi versi e canzoni per lei, e dell’amore 
ch’ei le aveva e del valore di lei. 1 Lungo tempo 
durò il loro amore, prima che il visconte e la 
gente se n’ avvedesse ; e quando il visconte se 
n’ avvide, si straniò da lui, e fece ben serrare e 
guardare la donna. E la donna fece dare com¬ 
miato a Bernardo, che si partisse e s’allonta¬ 
nasse da quella contrada. Ed ei se ne partì e andò 
alla duchessa di Normandia 2 che era giovane e 
di gran valore, ed apprezzava pregio e onore ed 
elogi, e piacevanle assai le canzoni e i versi di 
messer Bernardo. E lo ricevette e l’accolse assai 
bene. Lungo tempo stette nella sua corte, e inna- 
morosgi di lei ed ella di lui; e focene molte belle 
canzoni. Mentr’era con lei, il re Enrico d’Inghil¬ 
terra 3 la prese per moglie e la trasse di Norman¬ 
dia e menolla con sè. Bernardo sen rimase, triste 
e dolènte; e sen venne al buon conte Raimondo 
di Tolosa e con lui stette fin che il conte morì. 4 
E Bernardo, per quel dolore, resesi monaco del¬ 
l’abbazia di Dalon, ed ivi morì. „ 

Tornando ai trovatori del periodo antico è da 
ricordare Cercamondo, del quale la concisa bio¬ 
grafia dice ch’ebbe questo nome per le continue 


1 II visconte ebbe due mogli; pare si tratti della prima, 
Margherita di Turenna. Sulla vita e le opere di Bernardo si 
veda l'importante studio del Carducci, nella Nuova Antologia 
del 1881. 

B Eleonora d’Aquitania. 

3 Enrico II de’Plantagenefi (1154-1189). 

4 Raimondo V, morto pel 1194. Bernardo morì dunque dopo 
quest’anno. 


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La lirica provenzale , eco. 


61 


sue peregrinazioni. Fu questi assai più antico di 
Bernardo, perchè una sua tenzone con un certo 
Guglielmino (Gulhalmi) si può fissare al 1137; di 
questo poeta Guglielmino nulla si sa. 1 Scolaro di 
Cercamondo, figlio di ignoti e nudrito per cura di 
messer Aldric del Vilar, ei pure poeta, fu Marca- 
bru di poco anteriore a Bernardo, ed è perciò il 
primo di cui si abbiano poesie in buon numero, 
(oltre quaranta). Ma egli amò la elocuzione oscura, 
e però mólte di esse sono poco intelligibili ; poche 
sono amorose, anzi egli si dichiara nemico giu¬ 
rato del bel sesso: 

Que anc non amet neguna 
Ni d’autra no fon amatz. 2 * * * * * 

nè meglio tratta l’amore: 

Fams ni mortaldatz ni guerra 
No fai tan de mal en terra 
Com amors qu’ab engan serra; 

Escoutatz, 

Quan vos veira en la bera, 

No sera sos huehls mulhatz. 8 


1 La tenzone comincia Car vei fenir tota dia ; cfr. studio del 
Kajna in Romania VI, 115. Lo Zenker ( Zeits . rotn. Phil. XIII, 
298) combattè l’opinione del Rajna, ma il Jeanroy (Romania 
XIX, 394) distrugge gli argomenti dell’oppositore. Contempo¬ 
raneo o poco posteriore a Cercamondo fu Giraudo lo Ros, di 
cui ci restano 8 poesie. 

2 c Che mai non amò alcuna, nè da alcuna fu amato. » — 

Su Marcabru, vedi studio del Suchier nel Jahrbuch. XIV, 158, 

e del’Meyer in Romania , VI, 119. 

8 «^Fame nè pestilenza nè guerra non~fa tanto di male in 

terra comeTÀmoreche con inganno avvince; ascoltate: quando 

Amore é vi vedrà nella bara non sarà neppur [bagnato il suo 

occhio. » 

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62 


Capitolo quarto . 


Contemporanei di Marcabruno furono Ugo Ca- 
tola, di cui ci rimane una tenzone con Marcabruno 
stesso e un grazioso Contrasto tra amante e amata, 
primo esempio di tal forma poetica; 1 e Pietro di 
Valeira di cui pochissimo ci rimane e che il bio¬ 
grafo stesso provenzale dice di poco valore. 

Più famoso è Jaufrè Rudel principe di Blaia, 
cui Marcabruno inviò una sua canzone. La bio¬ 
grafia di Giaufredo dice così: “ Giaufredo Rudel 
di Blaia fu molto gentile uomo, principe di Blaia ; 
e innamorossi della contessa di Tripoli 2 senza 
vederla, sol pel bene e la cortesi^, grande che 
egli udì di lei dire ai pellegrini tornati d’An¬ 
tiochia... E per volontà di vederla crociossi e 
misesi in mare per andarla a vedere. E appunto 
nella nave lo colse una grave malattia sì che 
quelli con lui lo credettero morto nella nave : pure 
tanto fecero che per morto il condussero in un 
albergo a Tripoli. E fu fatto sapere alla contessa, 
e venne al suo letto e preselo tra le braccia. E 
come seppe ch’ell’era la contessa ricovrò la vista, 
l’udito e l’anelito, e lodò e rese grazie che Dio 
l’avesse tanto sostenuto in vita ch’ei l’avesse vista. 
E morì così tra le braccia della contessa; ed ella 
lo fece onoratamente seppellire nel chiostro del 
Tempio in Tripoli. E quel giorno stesso andò mo- 


1 Bàrtsch: Chrest. prov. p. 61. 

2 La contea di Tripoli era allora in un ramo della fami¬ 
glia dei Conti di Tolosa. La contessa fu o Odierna, moglie di 
Raimondo 1 conte di Tripoli, o la loro figlia Melisenda. La 
questione tutta è magistralmente riassunta da V. Crkscini: 
Appunti su Jaufrè Eudeì. Padova, Ratti, 1890. 

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La lirica provenzale, eco. 


63 


naca, pel dolore eh*eli*ebbe di lui e della sua 
morte. „ 

Peccato che a creder vera così vaga e pietosa 
narrazione facciano ostacolo non già il fatto di 
per sè, chè anzi T innamorarsi per sentite lodi è 
in tutto secondo lo spirito cavalleresco, e ne ab¬ 
biamo altri esempi irrefutabili, 1 ma alcune circo¬ 
stanze storiche e cronologiche che attendono an¬ 
cora una soluzione. In ogni modo non tutto deve 
essere falso: il Petrarca accenna con uno stupendo 
verso a: 

“ Jaufre Rudel che usò la vela e ’l remo 
A cercar la sua morte. „ 

e delle poche poesie (sei in tutto) che abbiamo 
di Budello, tre almeno si riferiscono a questo amore 
lontano che al poeta faceva doler tutto il cuore , 
a questo affetto per l’ignota bellezza, il quale do¬ 
veva così pietosamente finire. 

§ 2. Sorpassando l’anno 1150, più ci si avvici¬ 
na alla fine del secolo, più si allarga il quadro 
della lirica provenzale: si entra nel periodo del 
pieno fiorimento, nel quale risplendono i più grandi 
maestri dell’arte, e non solo cresce il numero delle 
poesie che di ogni singolo poeta c’è rimasto, ma 
cresce di tanto il numero dei trovatori che, non¬ 
ché tener dietro a tutti, potremo appena menzio¬ 
nare i più degni. 2 Fra i contemporanei dei già 


1 Vedi gli Appunti citati, p. 14 e 15. Rudel sarebbe morto 
secondo alcuni nel 1147, secondo altri verso il 1170. 

2 11 Bartsch ( Grundriss ) nota di Gaucelm Faidit 65 poesie 
rimasteci, di Giraud de Borneil 81, di Peire Cardenal 70; la 


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64 


Capitolo quarto . 


nominato Bernardo di Ventadom 'è da ricordare 
Rambaldo III conte d’Orange (regn. 1150-73) buon 
poeta ma alquanto affettato : egli inspirò, sebbene 
le corrispondesse tiepidamente, un’ardente pas¬ 
sione a Beatrice contessa di Die (1135-1189) che 
a lui diresse versi pieni di tenerezza appassionata 
e di spontaneità, pregio raro tra i poeti proven¬ 
zali; 1 ella meritò perciò di essere detta la Saffo 
di Provenza . 2 Un trovatore di merito fu pure Pietro 
d’Alvernia (1148-1200); sotto un certo rispetto po¬ 
trebbe essere considerato come un antico, poiché 
la biografia ci dice che egli non scrisse che dei 
vers e che soltanto dopo di lui, Giraldo di Borneil 
scrisse la prima canzone. Le poesie rimasteci, 
quasi una trentina, rivelano in generale più abi¬ 
lità che inspirazione. Una per altro è interessante 
perchè mette in satira dodici trovatori suoi oon- 
temporanei, tre soli dei quali giustamente celebri. 
Ecco come incomincia il satirico Pietro: 

Chantarai d’aquest trobadors 
que chantan de maintas colors, 
el sordejer cuida dir gen; 

Daisso mer mal Peire Rotgiers, 
per que n* er enqoipatz premiere, 
quar chanta d’amor a prezen; 
e covengral melhs us sautiers 
' en la gleiz’ o us candeliers 
portar ab gran canderarden. 

media però oscilla tra il 12 e il 30 ; di trovatori ne elenca 460, 
ma ne mancano molti. 

1 Raynouard, III, 22. 

2 Sulle poetesse provenzali ; Gfr. Osgar Schultz : Die prot. 
Diclerinnen. Leipzig*, 1888. 

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La lirica provenzale, eco . 65 


E1 segons Guiraufz de Bornelh 
que sembF oire sec al solelh. 
ab son magre cantar dolen 
qu’es chans de velha portaselb ; 
e sis vezia en espelh, 
nos prezari* un aguilen. 1 

Il terzo è l’amoroso Bernardo di Ventadorn; gli 
altri ci sono ignoti o mal noti. 2 Ma i due ac¬ 
cennati per primi meritano una menzione speciale. 
Pietro Rotgier aveva incominciato la carriera ec¬ 
clesiastica, ma per amore dell’arte e della vita 
libera vi rinunciò e si stabilì in Narbona. Ivi re¬ 
gnava la celebre Ermengarda (reg. 1143-1192) 
figlia del conte Aimerico II, la quale divenne 
ben presto l’oggetto del culto e dei canti appas¬ 
sionati del nostro poeta. Vi si trattenne a lungo, 
ma infine per le dicerie sul suo amore, dovette 
partirsene e dopo varie peregrinazioni per la Pro¬ 
venza, la Castiglia o l’Aragona, fini monaco nel¬ 
l’abbazia di Grammont, 3 


1 < Canterò di questi trovatori che cantano di molte guise 
e il peggiore pensa di dir bene... Di <yò merita rimprovero 
Pietro Rotgiers che ne sarà incolpato pel primo: chè canta 
d’amore francamente e meglio converrebbegli un salterio o 
un candelliere portar nella chiesa con una gran torcia. — Il 
secondo è Giraldo di Bornello che sembra un otre secco al 
sole, col suo magro cantare dolente, che è canto da vecchia 
portatrice d’acqua ; s’ei si vedesse in uno specchio non si pre¬ 
gierebbe un fior secco ». 

* Il serventese di P. d’Alvernia fu poi imitato dal Monaco 
di Montaudon in una sua poesia ove passa in rassegna 15 poeti 
suoi contemporanei. — (In Raynouàrd, IV, S68). 

• Cfr. G. Appel : Leben u. Werke des Trob . P. P. — Ber¬ 
lin, 1882. 

Restori. 5 

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66 


Capitolo quarto . 


L’altro trovatore, Giraldo di Bornelh (1175 circa 
1220), di Excideuil nel Limosino, benché di bassa 
nascita seppe con l’ingegno e l’arte sollevarsi 
ad alti onori; la biografia provenzale dice che: 

Ei fu miglior trovatore di quanti erano stati 
prima o furono dopo di lui, sì che fu chiamato 
Maestro dei Trovatori e tale egli è per ognuno 
che si intenda di gentili poesie e ben composte 
d’amore e di sapienza. Assai fu onorato dai va¬ 
lenti uomini e intendenti, e dalle donne che ascol¬ 
tavano i maestrevoli versi delle sue canzoni 

Anche Dante lo tenne in gran conto e lo chiamò 
il cantore della rettitudine (Vulg. El. II, 2 e 6) ma 
non gli accordò il primato tra i poeti provenzali. 
E noto a tutti che egli preferiva Arnaldo Da¬ 
niello : 

Versi d’amore e prose di romanzi 
Soverchiò tutti; o lascia dir gli stolti 
Che quel di Lemosi credon ch’avanzi: 

A voce più ch’ai ver drizzan li volti. 

E così ferman sua opinione 

Prima eh’ arte o ragion per lor s’ ascolti. 

(Purgat . xxvi, 118-23.) 

Non paia irriverenza se, coi migliori giudici di 
poesia provenzale, noi non accetteremo la sen¬ 
tenza dantesca e preferiremo quel di Lemosi , cioè 
Giraldo. L’arte e la ragiono non sono le sole cose 
che noi ricerchiamo nella poesia, e specialmente 
nella amorosa; ma è l’affetto vero e profondo e 
dell’affetto una espressione schietta immediata e 
viva. Che le strofe di Arnaldo dovessero parere, 
per le difficoltà di rima e d’artifìcio, meravigliose, 
noi concediamo: ma non in ciò sta l’eccellenza 


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La lirica provenzale^ eco. 


67 


del poeta. Giraldo, del resto, di cui possediamo 
una novantina di poesie, mostrò nella sua giovi¬ 
nezza di sapere affrontare e vincere le difficoltà 
del trobar clus , cioè dello stile poetico chiuso 
e condensato e della forma ricercata e oscura; ma 
egli medesimo, con intuito di vero poeta, rinnegò 
tali artifiziosità dicendo che poco vai cantò che 
non sia compreso: 

.... non a chans pretz entier 
quan tuich non so parsonier 1 

Nei serventesi Giraldo seppe fare delPalta poesia 
morale senza cadere al monotono nè eccedere nelle 
invettive ; niuno come lui sentì piena e intera la 
dignità del suo ufficio, ed egli elevò, tra i primi, 
la voce per rampognare la corruzione della no¬ 
biltà feudale che doveva necessariamente condurre 
alla decadenza della poesia: 

Jeu vi torneis mandar 
E segre gens garnitz, 

E pueys dels miels feritz 
Una sazo parlar; 

Ar es pretz de raubar 
Buous, motos e berbitz; 

Cavaliers si’ aunitz 
Ques met a domneiar 
Pus que toca dels mans motos belans, 

Ni que rauba gleizas ni viandans. 

.On son gandit joglar 
•Qu’ ieu vi geni aculhitz? 


1 « Canto non ha intiero pregio quando non tutti ne sono, 
partecipi. * 


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68 


Capitolo quarto . 


E vi per cortz anar 
De joglaretz petitz 
Gen caussatz e vestitz 
Sol per domnas lauzar: 

Ar non auzon parla* 

Tant es bos pretz delitz. 1 

Prima di parlare di Arnaldo Daniello, emulo di 
Giraldo nella estimazione dei posteri, è da ricor- j 
dare Guglielmo di Cabestaing, e per il suo merito I 
poetico e per la pietosa sua storia; eccola testual¬ 
mente tradotta dalla più breve versione proven¬ 
zale: “ Guglielmo di Cabestaing fu un cavaliere 
delia contrada del Rossiglione, che confina con Ca¬ 
talogna e col Narbonese. Ben fu avvenente e pre¬ 
giato in armi, in servigio di dame e in cortesia. 

Ed era in quella contrada una dama che avea 
nome madonna Seremonda, moglie di ser Rai¬ 
mondo da Castel-Rossiglione, che molto era ricco j 
e nobile e scontroso e bravo e fiero e orgoglioso. I 
E Guglielmo di Cabestany amava la donna d’a¬ 
more e cantava di lei e faceva di lei sue canzoni. 

E la donna, che giovin’era e gentile e bella e 
piacente, gli voleva bene più che a cosa al mondo. 

Fu detto a Raimondo: ed egli, com’uomo irato 
e geloso, indagò il fatto, e seppelo vero, e fé’ 


1 « Vidi tornei ordinare, e armati a schiera, e dei colpi me¬ 
glio assestati lunga stagione parlare: ora è pregio il rubar 
buoi, montoni e pecore; vile quel cavaliere che con dame fa 
il galante e poi ghermisce di sua mano le belanti greggie, e 
chiese e viandanti deruba. — Ove son fuggiti i poeti ch’io 
già vidi accolti ad onore ?... E vidi andar per le corti giullari 
dappoco che, sol per lode di dame, ebbero e maglie e vestiti ; 
e ora non osan mostrarsi, sì ogni buon pregio è morto. » 

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La lirica provenzale , eco . 


69 


chiudór la moglie ben forte. E quando venne 
un giorno che Raimondo trovò Guglielmo alla 
strada senza gran compagnia, lo uccise, e gli 
trasse il core del corpo e fello portare da uno 
scudiere al suo albergo, e lo fece arrostire e far 
salsa, e lo diè a mangiare alla moglie. E quando 
la donna l’ebbe mangiato, set Raimondo le disse 
di chi era, ed ella a udirlo perde la vista e’1 sen¬ 
tire. E come rinvenne disse: Signore, ben m’a¬ 
vete dato cosi buon mangiare che mai più altro 
ne mangierò. E quand’egli la udi, corse alla spada 
e volle darlene sul capo, ma ella corse al verone 
e lasciossi cader giù, ed è morta. „ A narrazione 
cosi pietosa si fecero poi aggiunte e modifica¬ 
zioni, e, tra l’altre, che i due corpi fossero se¬ 
polti insieme e la loro tomba diventasse meta di 
amorosi pellegrinaggi di cavalieri e dame: anche 
si volle che il feroce marito fosse imprigionato 
da Alfonso II d’Aragona e fatto perire. Ma nulla 
di tutto ciò è vero, e noi non abbiamo qui che 
una versione di un’antica e assai sparsa leggenda 
popolare. Di storico non sonvi che i nomi de* per¬ 
sonaggi, e forse il loro amore. 1 Anche è vero 
che Guglielmo è tra i pochi trovatori che, come 
Bernardo di Ventadorn, dimenticarono sovente il 
linguaggio convenzionale dell’amore cavalleresco 


1 Vedi Chabaneau: Biogr. des Troni, pag. 99, e G. Paris: 
Romania , Vili, 333 e XII, 359. Seremonda, già vedova di 
Ermengardo de Vernet sposò Raimondo da Castel-Rossiglione 
nel 1197, e in terze nozze Ademaro de Masset; ella viveva 
ancora nel 1221. Guglielmo di Gabestany, del cantone di Per- 
pignan, 'prese parte nel 1212 alla battaglia de las Navas 
contro i Mori andalusi; ci rimane di lui una decina di poesie. 

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70 


Capitolo quarto . 


per quello più schietto e vivo <Tun affetto vera¬ 
mente sentito. 

Tali non sono, come già dicemmo, i meriti per 
cui va giustamente famoso Arnaldo Daniello (circa 
1180-1200) ; egli è il maestro e caposcuola dei 
poeti oscuri ed enigmatici. Nacque a Bibérac in 
Dordogna, e per molti anni sospirò, ma inutil¬ 
mente, per la moglie di Guglielmo di Bouvila. Ei 
passa per inventore della sestina; le sue poesie 
amorose dovevano avere, forse dalla musica, una 
attrazione che a noi pare ora poco spiegabile; 
già s’ è riferito il giudicio di Dante ; il Petrarca 
non gli è meno favorevole: 

Fra tutti il primo Arnaldo Daniello 
Gran maestro d’amor, che alla sua terra 
Ancor fa onor col suo dir novo e bello. 

Stando a Benvenuto da Imola, antico cementa¬ 
tore della Divina Comedia, Arnaldo si trovò in 
vecchiezza povero di mezzi: con una canzone si 
diresse ai re di Francia e dTnghilterra che lo 
soccorsero generosamente: morì in convento. 

Men sapiente di Arnaldo Daniello ma più ele¬ 
gante nella semplicità della forma e nella deli¬ 
catezza del sentimento fu Arnaldo di Mareuil. Il 
Petrarca lo chiama, al paragone del Daniello, il 
men famoso Arnaldo : ma è un giudicio non di¬ 
viso, a quanto pare, dai compagni d’arte dei due 
trovatori, che citano assai più spesso e con mag¬ 
gior lode quel di Mareuil che quello di Bibérac. 
L’avvenenza della persona e la triplice abilità di 
poetare, cantare e leggere bene, gli valsero il 
favore di Adelaide di Tolosa sposa di Buggiero II 

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La lirica provenzale, eco. 


71 


dì Beziers (1167-1194). Dapprima egli si contentò 
di sospirare secretamente per lei: 1 

Belha domna, cui joys e jovens guida, 
la no m’ametz, totz tems vos amarai, * 
Qu’amors o voi ves cui no m puesc guandir;. * 

E quar conois qu’ieu am ab cor verai, 

Mostram de vos de tal guisa jauzir: 

Pensan vos bais e us maney e us embratz; 

* Aquest domneis m’es dous e cars e bos, 

E no 1 me pot vedar negus gelos. 

Ma la fiamma lungamente repressa divampò : le 
poesie di Arnaldo divennero sempre piu ardenti 
e più esplicite: 2 

Domna, la genser criatura 
que anc formes el mon natura, 
melhor que non pose dir ni sai, 
plus bela que bels jorns de mai, 
solelhs de mar, ombra d’estiu, 
roza de mai, plòja d’abriu, 
flors de beutat, miralhs d’amor, 
claus de fin pretz, escrins d’onor. 


1 € Bella donna, cui gioia e giovinezza guida, se anche 
non mi amate io v'amerò sempre, chè così vuole Amore cui 
non posso sottrarmi; e poich’egli sa ch’io v’amo di cuor ve¬ 
race così m’insegna a godere di voi: che, cioè, nel mio pen¬ 
siero io vi bacio e vi premo e vi abbraccici e ciò mi appaga 
e m’è dolce e buono e non mel può vietare nessun geloso. » 

2 « Donna, la più gentil creatura che mai natura formasse 
al mondo, migliore ch’io possa o sappia dire, più bella che 
bel giorno di maggio, spera di mare, ombra d’estate, rosa 
di maggio, pioggia d’aprile, fior di bellezza, specchio d’amore, 
chiave di fino pregio,* scrigno d’onore, casa di doni, capitana 
di giovinezza, cima e radice di sapienza, camera di gioia, 
stanza di cortesia, Donna, a mani giunte vi supplico, pren¬ 
detemi a seryo e promettetemi il vostro amore. > 

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72 


Capitolo quarto . 


mas de do, capdels de joven, 
cims e razitz d’ensenhamen, 
cambra de joi, locs de domnei, 

Domna, mas jointas, vos soplei: 

' prendes m’al vostre servidor, 
e prometee me vostr’amor. 

Ohi poteva resistere a simile valanga? Non Ade¬ 
laide di certo. Ma poco tempo dopo imparò Ar¬ 
naldo a sue spese che: 

Femmina è cosa mobil per natura 
e che un amoroso stato 

In cor di donna picciol tempo dura. 

Il suo fortunato successore fu nientemeno che 
re Alfonso II d’Aragona (1162-96). Arnaldo, ab¬ 
bandonato e disilluso, si ritirò a Montpellier alla 
corte di Guglielmo Vili (f 1202) dove, dice la 
biografia, molto indarno pianse e sospirò. 

Poeta guerriero più che amoroso fu Bertrando 
dal Bornio. Ognuno ricorda come lo vide Dante 
nella nona fossa di Malebolge: 

... il capo tronco tenea per le chiome 
Pésol con mano a guisa di lanterna 
E quel mirava noi, e dicea: u 0 me! „ 

degno supplicio di chi aveva sparso la discordia 
tra padre e figlio. “ Ber tran de Born nacque, pri¬ 
ma del 1140, in Altaforte presso Perigueux; sempre, 
dice la biografia, guerreggiava tutti i suoi vicini, 
il conte di Peiregors [Elia V,, 1166-1205] e Ric¬ 
cardo fino che rimase conte di Peitieus [dal 1169 
all’89]. Buon cavaliere fu e buon guerriero, e buon 
galante e buon trovatore, e dotto e ben parlante; 

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La lirica provenzale , eco. 


73 


e seppe stare al male e al bene. E molto poteva 
sul re Enrico d’Inghilterra e sul figlio di lui {En¬ 
rico dal Cortomantello, n. 1155 m. 1183] ma sem¬ 
pre voleva ch’essi avesser guerra insieme, il pa¬ 
dre e il figlio e’1 fratello l’un l’altro, e che il re 
di Francia guerreggiasse quel d’Inghilterra. E se 
aveano pace nè tregua e* si sforzava coi suoi ser- 
ventesi di disfar la pace. „ Tutta l’ardenza di que¬ 
sto accanito guerreggiatore è nelle sue poesie; 
niuno meglio di lui che Dante chiamò illustre 
cantor d’armi „ seppe esprimere l’ebbrezza della 
battaglia e l’entusiasmo militare. Di lui ci rimane 
una quarantina o poco più di poesie. Come molti 
altri trovatori, anch’egli giunto a vecchiezza si 
sarebbe ritirato in un chiostro, a Dalon dell’or¬ 
dine cisterciense. Mori d’età assai avanzata: pro¬ 
babilmente verso il 1207. 

Un vero enigma, non solo per noi, ma anche 
pei suoi contemporanei, fu il trovatore Pietro Vidal 
(1175-1215 circa). In lui sono così commiste ra¬ 
gione e pazzia, buon senso e stranezza, che se 
ne meravigliavano i suoi stessi amici; Blacasso, 
il famoso protettore de’ trovatori del quale Sor- 
delio in un sirventese giustamente celebre pianse 
la morte (1236), chiedeva a Vidal come mai avesse 
follia in tutto e nel poetare avesse senno e talenti. 
Vidal rispose evasivamente; ma un trovatore ita¬ 
liano, Bartolomeo Zorzi, lo difese asserendo che 
vera follia era il credere folle un uomo come 
Vidal, che faceva versi così belli. Ma tal difesa 
è, al più, un giuoco di parole; e che Pietro avesse 
un grano di pazzia asseriscono concordi le notizie 
biografiche provenzali. Molte donne amò; da tutte 

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74 


Capitolo quarto. 


credeva essere amato: 

Cent donas ai faitas plorar 

Et autras cent rir’ e jogar. 

li fatto è che colle sue vanterie di godere i fa¬ 
vori di tutte le dame fu, secondo Tumore dei ma¬ 
riti, ora preso a gioco, ora solennemente basto¬ 
nato. Ma egli imperterrito correva da una in altra 
avventura; ora esiliato per aver risvegliato Ada- 
lasia viscontessa di Marsiglia a forza di baci, es¬ 
sendole penetrato in istanza mentre dormiva; ora, 
facendo senno a un tratto, scriveva serventesi ai 
re di Francia, di Spagna e d’Alemagna, pieni di 
virili e nobili idee; ora ricascando nelle stram¬ 
berie, si vestiva con pelli di lupo in onore di Lupa 
di Penautier, e vagava carponi pei boschi, sì che 
fu preso e malamente battuto da alcuni pastori. 
La più strana gli occorse in Oriente, ove volea 
seguire la crociata del re inglese; ma si termo 
in Cipro e vi sposò e si portò in Provenza una 
greca. Ed ecco che gli amici gli danno a inten¬ 
dere ch’ella è nipote dell’imperatore di Costanti¬ 
nopoli e che a lui spetta di diritto l’impero ! Vidal 
non era uomo da abbandonare così bella idea, e 
cominciò a spendere in navigli e a portare titoli 
imperiali. Ma dalla conquista fu forse distolto da 
altre avventure. È impossibile seguirlo ne’ suoi 
molteplici viaggi: verso la fine del secolo lo tro¬ 
viamo in Italia alla corte di Bonifazio di Mon¬ 
ferrato e allorché questi si apprestava a passar il 
mare nel 1202, fu Pietro Vidal a intonare il canto 
della crociata. Poco prima era stato in Provenza 
tra i brillanti cortigiani di re Alfonso d’Aragona i 

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La lirica provenzale , eec. 


75 


al cui buon umore egli doveva contribuire d’assai 
colle sue vanterie da capitan Fracassa: 

Las aventuras de Galvanh 
Ai ieu e mai d’autras assatz, 

E quan soi en cavals armatz 
Tot quant trobi pesseg e franh: 

Cent cavaliers ai tot sol pres 
E d’autres cent ai tout l’arnes. 1 

L’anno di sua morte s’ignora, ma certo egli do¬ 
vette seguitare incorreggibile fino alla fine, ri¬ 
dendo e facendo ridere. 

Ma la gioia e la serenità del bel cielo di Pro¬ 
venza non dovea mantenersi più a lungo; grossi 
nuvoloni forieri di tempesta s’addensavano al nord 
e dalla parte di Roma: era imminente la crociata 
contro gli Albigesi. Il passaggio dalla lieta poesia 
al feroce fanatismo ci è rappresentato da Fol- 
chetto di Marsiglia, di cui le prime poesie sono 
del 1180 circa. Egli era figlio di un mercante di 
Genova stabilito a Marsiglia: 

Folchetto che a Marsiglia il nome ha dato 
, Ed a Genova tolto, ed airestremo 
Cangiò per miglior patria abito e stato 

(Petrarca: Tr. d’Am. cap. IV) * 

Per lungo tempo stette alla corte di Adalasia 
moglie di Messer Barrai visconte di Marsiglia, e 
in onore di lei scrisse le migliori sue poesie, nelle 
quali, pure non dipartendosi dalla castigatezza 


1 c Le avventure di Galvano ho io, e molte altre assai, e 
quando sono armato a cavallo tutto quanto incontro io spezzo 
e frango; da solo ho fatto prigionieri cento cavalieri, e d’al¬ 
tri cento ho conquistato le armi. * 

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76 


Capitolo quarto , 


deiramore cavalleresco, seppe con grande maestria 
far pompa del suo ingegno ricco di eleganti frasi 
o di ben tornite immagini. Ma le angoscie, forse, 
del non corrisposto amore, e la morte de’suoi 
migliori protettori, Ser Barrai (f 1192), Raimondo V 
di Tolosa (f 1194) e Alfonso II d’Aragona (f 1196) 
gli insegnarono la vanità degli affetti terreni e lo 
indirizzarono al cielo. Preso l’abito di monaco ci¬ 
sterciense divenne poco dopo abate di Toronet, 
diocesi di Fréjus, e nel 1205 vescovo di Tolosa. 
Il suo zelo nel perseguitare gli Albigesi parve ai 
contemporanei giusto compenso de’suoi peccati 
di gioventù: egli stesso, con ardente buona fede, 
si imponeva un rigoroso digiuno a pane ed acqua 
ogni qualvolta gli avvenisse di sentire cantare 
dai giullari qualcuna delle sue poesie giovanili. 
Con tutto ciò fa fremere il pensiero che nella sola 
Tolosa più di 1500 persone egli facesse ardere: 
un Albigese diceva di lui che: 

... al seus faitz e als ditz 
Ez a la captenensa, sembla mielhs Antecriiz 
Que messatges de Roma; 1 

fa fremere il freddo sarcasmo ch’egli, predicando 
nel duomo di Tolosa, ebbe per un eretico a cui 
il conte di Monfort aveva fatto tagliare il naso e le 
labbra e strappar gli occhi. Ma erano colpo dei 
tempi più che sue, e parvero anzi ai Cattolici 
meriti grandissimi, tanto che Dante, nel canto IX 
del Paradiso, lo chiama: 


1 «...ai suoi fatti, ai suoi detti e al suo modo d’agire par 
meglio l’Anticristo che un legato di Roma *. (Poema della 
Crociata albigese , v. 3325-27; 

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La lirica provenzale, eco . 


77 


. . . luculenta e cara gioia 
Del nostro cielo. 

Tra siffatte care gioie finiva la libertà della 
Provenza e con essa la lieta vita e rumorosa 
poesia dei trovatori. 

Nota. — Vietando la ristrettezza dello spazio una 
più ampia rassegna dei principali poeti provenzali, tolgo 
dal citato articolo del Meyer, nell’ Encyclop. brittan - 
221 'ca, • il seguente quadro dei mecenati della poesia 
provenzale e dei trovatori da loro protetti: 

In Provenza. 

Eleonora di Guienna: Bernardo de Ventadorn. 
Enrico dal Cortomantello (regnò 117J-83) figlio 
d’Enrico II dTnghilterra-Bertrando de Born. 
Riccardo Cor di lione: Arnaldo Daniello, Pietro Vi- 
dal, Folchetto di Marsiglia, Gaucelmo Faidit. 
Ermengarda di Narbona (1143-92): B. de Ventadorn, 
Pietro Rogier, Pietro d’Alvernha. 

Ratmondo V conte di Tolosa: B. de Ventadorn, 
Pietro Rogier, Pietro Raimon, Ugo Brunet, Pietro 
Vidal, Folchetto di Marsiglia, Bernardo di Durfort. 
Raimondo VI conte di Tolosa (1194-1222): Raimondo 
di Miravai, Aimerico di Pegullan, Aimerico di Be- 
lenoi, Ademaro il Negro. 

Alfonso II conte di Provenza (1185-1209): Elia di Bar- 
jols. 

Raimondo Berengiero IV conte di Provenza (1209-45): 
Sordello. 

Barral visconte di Marsiglia (m. 1192): Pietro Vidal, 
F. di Marsiglia. 

Guglielmo Vili sire di Montpellier (1172-1204): Pietro 
• Ramon, Arnaldo di Mareuil, Folchetto di Marsiglia, 
Giraldo di Calanson, Aimerico di Sarlat. 

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78 


Capitolo quarto/ 


Roberto delfino d’Alvernia (1169-1234): Peirol, 
Perdigon, Pietro di Maensac, Gaucelmo Faidit. 

Guglielmo Du Baus principe d’Orange (1182-1218): 
Rambaldo di Vacqueiras, Perdigon. 

Sa vario de Mauleon (1200-1230): Gaucelmo di Pui- 
cibot, Ugo di San Circq. 

Blacatz, nobile provenzale (120D?-1236) : Cadenet, 
Giovanni d’Aubusson, Sordello, Guglielmo Figueira. 

Enrico I conte di Rodez (1208-1222?): Ugo di San 
Circq. 

Ugo IV (1222?-1274) e Enrico II (1274-1302) conti di 
Rodez: Giraldo Riquier, Folcbetto di Lunel, Serve- 
rico di Girona, Bertrando Carbonel. 

Nuno Sanchez conte di Rossiglione (m. 1241): Aime- 
rico di Belenoi. 

Bernardo IV conte di Astar ac (1249-91): Giraldo Ri¬ 
quier, Amanieu de Sescas. 

In Spagna: 

Alfonso II d’Aragona (1162-96): Pietro Rogier, Pie¬ 
tro Ramon, Pietro Vidal, Cadenet, Giraldo di Ca- 
Jbreira, Elia di Barjols, Monaco di Montaudon, Ugo 
Brune! 

Pietro II d*Aragona (1196-1213): Raimondo di Mira¬ 
vai, Aimerico di Pegulhan, Perctfgon, Ademaro il 
Negro, Ugo di San Circq. 

Giacomo I d’Aragona (1273-1276): Pietro Cardenal, 
B. Sicart de Maruejols, Giraldo Riquier, At di Mons. 

Pietro III d’ Aragona (1276-85): Paoletto di Marsiglia, 
Giraldo Riquier, Serverico di Girona. 

Alfonso IX di Leon (1138-1234): Pietro Rogier, Gi¬ 
raldo di Borneil, Aimerico di Pegulhan, Ugo di 
San Circq. , 

Alfonso X di Castiglia (1252-84): Bertrando di La- 
manon, Bonifazio Calvo, Giraldo Riquier, Folchetto 
di Lunel, Arnaldo Plages, Bertrando Carbonel. 

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La lirica provenzale, eoe. 79. 


In Italia: 

Bonifacio II marchese di Monferrato (1192-1207) 
Pietro Vidal, Rambaldo di Yacqueiras, Elia Cairel, 
Gaucelmo Faidit? 

Federico II Imperatore (1215-50): Giovanni d’Aubus- 
son, Aimerico di Pegulhan, Guglielmo Figueira. 

Azzo VI (1196-1212) e Azzo Vili (1215-04) marchesi 
d’Este: Aimerico di Pegulhan, Rambertino de* Bu- 
valelli. 




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CAPITOLO V. 


LA LIRICA PROVENZALE: SUA DECADENZA. 
SUOI INFLUSSI NELLE LETTERATURE VICINE. 


§ 1. Nell’anno 1209 due colonne di crociati, 
l’una da greco, l’altra da maestro si dirigevano 
sopra Tolosa, bruciando e uccidendo. Se nei cro¬ 
ciati, minuti cavalieri o del basso clero, impulso 
a tale orribile devastazione fu un vero, per quanto 
cieco e fanatico, sentimento religioso, non così 
può dirsi del ró di Francia, che la mosse, e dei 
capi che la diressero. Essi obbedirono a interessi 
politici e a cupidigia di acquisto: e se l’ultimo 
effetto di tanta rapina fu di fondare la grande e 
compatta unità della Francia, non è men vero 
che ciò si ottenne a tutte spese della Provenza, 
delle sue ricchezze, del suo sangue e, quasi direi, 
della sua anima: chè tale è veramente per un 
popolo la propria letteratura. Su di questa però, 
gli effetti della crociata non furono nè diretti, nè 
immediati. Non fu attaccata direttamente, perchè 
l’eresia albigese (o càtara o de’ Poveri di Lione , 
varie forme d’una stessa fede), per i suoi precetti 
di mortificazione e d’austerità, per gli umili e 
modesti suoi procedimenti, aveva attecchito tra 
i pazienti contadini e i laboriosi operai più che 

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La lirica provenzale, eco. 


81 


ne’brillanti e romorosi castelli; e anche dei tro¬ 
vatori, sebbene nei loro serventesi siano assai 
frequenti le invettive a Roma falsa ed avara, po¬ 
chissimi furono, che si sappia, infetti dall’eresia. 
Ma la crociata spense per sempre la vita ele¬ 
gante e liberale della nobiltà di Provenza e tolse 
così ai poeti di corte il loro principale aiuto: 
isolò i feudi lasciati ai Provenzali, e diede ai 
Francesi i più ricchi e i più vasti, per esempio 
la contea di Tolosa nel 1249 e nel 1246 quella 
di Provenza ai due fratelli del re di Francia: essa 
inaridì perciò le fonti della poesia cortigiana, e 
non mancò a ciò il sostegno di Roma; nel 1245 
Innocenzo IV dichiarava in una bolla che la lin¬ 
gua provenzale è una lingua eretica e ne proi¬ 
biva l’uso agli studenti. 1 

Pur tuttavia l’impulso del fiorente periodo an¬ 
teriore non poteva cessare a un tratto e dalla 
fine della crociata, nel 1220 circa, alla fine del 
secolo, la poesia ebbe una vita di più in più mo¬ 
ribonda. I molti e buoni trovatori ancora viventi 

/ 


1 La crociata e il susseguente impoverimento della feu¬ 
dalità non fu la sola causa della morte precoce della poesia 
provenzale. Anche senza la tempesta albigese, col cadere del 
sistema feudale sarebbe caduta la poesia cavalleresco-amo- 
rosa che ne fu la più alta e più spirituale espressione. Ma 
pel sirventese, per i generi popolari, come la pastorella, l’alba, 
la canzonetta, e per i generi storico e didattico in poesia e 
in prosa, tale ragione non sussiste. Se essi non seguitarono 
a svolgersi per una via indipendente e nazionale, egli è che 
rapidamente durante il secolo XV si impose nel mezzodì della 
Francia la egemonia letteraria francese, e ciò che si continuò 
a scrivere in provenzale si ridusse a poco a poco al grado 
più basso di produzione dialettale . 

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1 


CAPITOLO V. 

LA LIRICA PROVENZALE: SUA DECADENZA. 
SUOI INFLUSSI NELLE LETTERATURE VICINE. 


§ 1. Nell’anno 1209 due colonne di crociati, 
l’una da greco, l’altra da maestro si dirigevano 
sopra Tolosa, bruciando e uccidendo. Se nei cro¬ 
ciati, minuti cavalieri o del basso clero, impulso 
a tale orribile devastazione fu un vero, per quanto 
cieco e fanatico, sentimento religioso, non così 
può dirsi del re di Francia, che la mosse, e dei 
capi che la diressero. Essi obbedirono a interessi 
politici e a cupidigia di acquisto: e se l’ultimo 
effetto di tanta rapina fu di fondare la grande e 
compatta unità della Francia, non è men vero 
che ciò si ottenne a tutte spese della Provenza, 
delle sue ricchezze, del suo sangue e, quasi direi, 
della sua anima: chè tale è veramente per un 
popolo la propria letteratura. Su di questa però, 
gli effetti della crociata non furono nè diretti, nè 
immediati. Non fu attaccata direttamente, perchè 
l’eresia albigese (o càtara o de’ Poveri di Lione , 
varie forme d’una stessa fede), per i suoi precetti 
di mortificazione e d’austerità, per gli umili e 
modesti suoi procedimenti, aveva attecchito tra 
i pazienti contadini e i laboriosi operai più che 


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La lìrica provenzale, ecc. 


81 


ne’brillanti e romorosi castelli; e anche dei tro¬ 
vatori, sebbene nei loro serventesi siano assai 
frequenti le invettive a Roma falsa ed avara, po¬ 
chissimi furono, che si sappia, infetti dall’eresia. 
Ma la crociata spense per sempre la vita ele¬ 
gante e liberale della nobiltà di Provenza e tolse 
cosi ai poeti di corte il loro principale aiuto: 
isolò i feudi lasciati ai Provenzali, e diede ai 
Francesi i più ricchi e i più vasti, per esempio 
la contea di Tolosa nel 1249 e nel 1246 quella 
di Provenza ai due fratelli del re di Francia: essa 
inaridì perciò le fonti della poesia cortigiana, e 
non mancò a ciò il sostegno di Roma; nel 1245 
Innocenzo IV dichiarava in una bolla che la lin¬ 
gua provenzale è una lingua eretica e ne proi¬ 
biva l’uso agli studenti. 1 

Pur tuttavia l’impulso del fiorente periodo an¬ 
teriore non poteva cessare a un tratto e dalla 
fme della crociata, nel 1220 circa, alla fine del 
secolo, la poesia ebbe una vita di più in più mo¬ 
ribonda. I molti e buoni trovatori ancora viventi 


1 La crociata e il susseguente impoverimento della feu¬ 
dalità non fu la sola causa della morte precoce della poesia 
provenzale. Anche senza la tempesta albigese, col cadere del 
sistema feudale sarebbe caduta la poesia cavalleresco-amo- 
rosa che ne fu la più alta e più spirituale espressione. Ma 
pel sirventese , per i generi popolari, come la pastorella, l’alba, 
la canzonetta, e per i generi storico e didattico in poesia e 
in prosa, tale ragione non sussiste. Se essi non seguitarono 
a svolgersi per una via indipendente e nazionale, egli è che 
rapidamente durante il secolo XV si impose nel mezzodì della 
Francia la egemonia letteraria francese, e ciò che si continuò 
a scrivere in provenzale si ridusse a poco a poco al grado 
più basso di produzione dialettale . 


Restori. 


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6 



82 


Capitolo quinto . 


ripararono dalla tempesta alle corti ospitali di 
Catalogna, di Aragona e d’Italia; e in Provenza 
rimase la torma dei bassi giullari e dei guasta- 
mestieri dell’arte. Qualche buono e dignitoso poeta 
sorse ancora, quasi estremo bagliore della luce che 
s’andava spegnendo: ma la poco agiata vita e la 
coscienza del proprio abbandono e isolamento si 
riflettono tristemente in quei canti d’un’età de¬ 
caduta. 

Degli ultimi trovatori, pochi nomi sono sorvis¬ 
suti e poche poesie. Nomineremo Atto di Mons, 
Folco di Lunel, Serverico di Girona e, forse il 
migliore di tutti, Giraldo Riquier, del quale ab¬ 
biamo un numero abbastanza rilevante di poesie. 
Fiorì tra il 1254 e 1292, e sono notevoli quei 
canti come albe, pastorelle , contrasti ove egli si 
sforzò di imitare la freschezza e la semplicità della 
poesia popolare. Era una buona via, ed è pec¬ 
cato che la Musa provenzale ormai stanca non la 
abbia seguita. La Provenza propriamente detta, dalla 
morte di Blacasso (1236) ai primi del secolo XIV, 
ci dà ancora una ventina di nomi, ma di questi 
tardi rappresentanti della poesia di corte non si 
conoscono le vicende, e non sappiamo se, come 
i primi trovatori, vivessero dei doni dei signori 
che visitavano o fossero, come i poeti di Tolosa, 
onesti artigiani allietanti i loro ozii col culto delle 
Muse. Tra gli ultimi il più notevole è forse Ro- 
stanh Berenguier di Marsiglia protetto da Folco 
di Villaret Gran mastro degli Ospitalieri tra il 
1307 e il 1319;* ecco un suo sirventese contro i 


Templari, acerbo preludio alla tremenda perse¬ 
cuzione che aprì contro di loro nel 1310 papa 
Clemente V: 

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La lirica provenzale , eco . 


83 


Pos de sa mar man cavalier del Tempie 
Man cavali gris cavalcant si solombran, 

E lurs cabeils saurs remiran s’enombran, 
Mostran soven al mont malvays eysemple, 

Ez es tan grieus e tan fers lur ergueilhs 
C’om non los pot esguardar de dregz hueilhs, 
Diguas mi, Bori, per quel papa los sufre 
Pos sap e ves qu’ehn mans pratz, sotz veriz sims, 
Don lur ressort deshonors e grieus crims, 
Guastan lo ben que hom per Dieu lur hufre 
Car pos ho an per cobrar lo Sepulcre 
E guastan ho menan rumor el segle 
Ez enguanan lo pobol d’aquest segle 
Contrafasen Guolias e Sahul, ere 
Que desplassa a Dieu, car tan Ione tems 
Hill ez aquill de TEspital ensemps 
Han sufertat que li falsa gens turgua 
Haya tengut Iherusalem ez Acre, 

Car son fugen plus fort que falcon sacre, 

Per quem par tori quii segle non en purgua. 1 


1 « Poiché di qua dal mare molti cavalieri del Tempio si 
sollazzano cavalcando cavalli grigi e se ne stanno al rezzo 
curando i bei capelli biondi e dando spesso al mondo mal¬ 
vagio esempio, e tanto è greve e fiero il loro orgoglio ch’uom 
non li può guardare di buon occhio, dimmi, Bastardo, perchè 
il papa li soffre, già ch’ei sa e vede che in bei prati e sotto 
verdi fronde — onde lor viene disonore e grave colpa — 
sperdono i beni che in servigio di Dio sen loro offerti? £ 
poiché li hanno per ricovrar il Sepolcro e li sperdono nella 
vita romorosa [del mondo, ingannando il popolo di questa 
terra, contraffacendo Golia e Saulle, io credo che ciò spiaccia 
a Dio, poiché per tanto tempo essi e quelli dell’Ospitale in¬ 
sieme hanno sofferto che la falsa gente turca abbia occupato 
Gerusalemme ed Acri, poiché ne fuggon come falcone sacro, 
onde mi par torto ch’ei non ne purghi la terra. » [La poesia 
è diretta a un bastardo del re d’Aragona. Al verso 14 il ms. 
ha guolias e sahulcre : il Meyer (Derniers Trottò, de la Pro - 

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84 


1 


Capitolo quinto . 


§ 2. Tali gli accenti della cadente poesia di 
Provenza: e ch’ella fosse ben morta lo si vide 
quando in Tolosa nel 1323 alcuni onesti e bene 
intenzionati borghesi vollero far rivivere la poesia 
fondando il Consistorio della Gaia Scienza , e 
assegnando fiori d’oro e d’argento ( violeta , eglan- 
tina, soucis) in premio annuale alle migliori poe¬ 
sie. 1 Noi abbiamo la raccolta sebbene non com¬ 
pleta delle opere che furono coronate, e possiamo 
asserire che nulla è più contrario alla vera poesia. 
La formola per comporle era ormai stereotipata: 
saccheggiare gli antichi trovatori e adattare le 
loro frasi alle lodi della Vergine Maria assunta 
a protettrice di siffatti concorsi. Maria fu lodata 
dai concorrenti òoi poetici nomi di Amors e di 
Clemenza ; ed anzi quest’uso generò uno strano 
equivoco. Dopo il 1450, perdutasi la nozione esatta 
di quel che significava tal nome, si credette che 
Clemen 2 ^t fosse stata, la fondatrice o la restau¬ 
ratrice della Academia dei giuochi florali col 
qual nome si continuò fino a noi l’antico Consi¬ 
storio tolosano. Dato così origine al mito, se 
ne completarono i particolari: a Clemenza fu ag¬ 
giunto il cognome Isaura, perchè la si volle 
della nobii famiglia dei Conti Isaurici; e si trovò, 


vence , in Bibl . de VEcóle des Charles, tom. V serie 6*) non 
traduce; la mia lezione è una congettura che dò per quel 
che può valere]. 

1 Gfr. Cambouliu, Renaissance de la poés. prov. à Toulouse 
in Jahrbuch , III 125. Chabàkeau, Origine de VAcademie des 
Jeux floraux. Tolosa, Privat 1885. — Noulet, Recueil de poé- 
sies en langue romane couronnées par l f Academie t ecc., depius 
Van 1324 jusques eri Van 1498 . Tolosa 1849. 

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La lirica provenzale, eoe. 


85 


e si fece segno a pubbliche onoranze, la sua 
tomba! 

Come già si notò a suo luogo (Cap. I § 5) 
Faccademia tolosana incaricò il suo cancelliere 
Guglielmo Molinier, nel 1355, di stendere le Leys 
d'Amors , e vedemmo anche quale importanza eb¬ 
bero tra i contemporanei e qual grande interesse 
hanno per noi. I poeti che furono coronati dal 
1324 al 1498 furono poco più di 100, secondo 
l’elenco dello Chabaneau. Fino al 1355 si diede 
un sol premio, la violetta d’oro, alla migliore 
canzone; dal 1350, pur conservando la violetta 
come primo premio per le canzoni, si assegnò un 
fiore di calendula o fiorrancio (squcì) alla mi¬ 
gliore ballata e una rosa silvestre (eglantina) pei 
sirventesi, pastorelle, e simili. Come esempio di 
questa tarda poesia ecco una canzone che la 
Dama di Villanuova presentò al concorso del¬ 
l’anno 1496: 

Quan lo printens acampat a las nivas, 

B que tenen lo florit mes de may, A 
Vos uffriretz a manhs dictators gay 
del gay saber las flors molt agradivas. 

Reyna d’amors, poderosa Clamensa, 

A vos me clam per trobar lo repaus, 

Que si de vos mos dictatz an un laus 
Aurey la fior que de vos pren naysensa. 

Iotz lo mantel d’una verges sagrada 
La fior nasquet per nostre salvamen: 

Dosseta fior, don lo governamen 
Nos porterà la patz que molt agrada, 

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86 


Capitolo quinto. 


Baysar la fior, fons de tota noblessa 
Sera tostems mon sobira desir, 

E se del cel podi me far ausir 
Mitigara del peccat la rudessa. 

Maires del Christ, que sus totas etz pura, 
Donatz, sius platz, poder d’estre fizel; 

Gitatz nos len del gran serpen cruzel, 

E mostras nos lo carni de dreytura. 1 

Con varie modificazioni, tra cui principale nel 
secolo XVI di ammettere al concorso poesie fran¬ 
cesi, i Giuochi florali durarono fino a noi, ed ora 
anzi, pel risveglio affatto moderno della poesia 
provenzale, hanno preso una vera importanza. 

§ 3. Meglio che in Provenza, la Musa occita¬ 
nica trovò dalla fine del secolo XIII al XV oneste 
e liete accoglienze nei paesi vicini; ed è tempo 
ora di esaminare brevemente le sorti ch’ella ebbe 
al di là dei Pirenei e del Reno e al di qua delle 
Alpi. Ma non s’ha da credere che solamente dopo 


1 « Quando primavera ha fugato le nubi, ed abbiamo il 
fiorito mese di maggio, voi offrirete a molti gentili poeti gli 
aggradevoli fiori del Gaio sapere. Regina d’amore, poderosa 
Clemenza, a voi per riposo io ricorro ; chè se da voi hanno 
una lode i miei versi avrò il fiore che di voi nacque ; il fiore 
nato per nostra redenzione da sotto il manto di una vergine 
santa, fior di dolcezza il cui impero ci darà la pace che ognun 
brama. Baciar quel fiore, fonte d’ogni nobiltà, sarà ognora 
mio sovrano desìo, e se del cielo posso io farmi dimora sarà 
mitigata la colpa del peccato. Madre di Cristo, sopra tutte 
pura, date, se vi piace, ch’io possa esservi fida; allontanateci 
dal gran serpente crudele e mostrateci il diritto cammino. » 
È evidente la studiata ambiguità fra il fiore del premio poe¬ 
tico e il fiore della redenzione, il paradiso. 

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La lirica provenzale, eco. 


87 


la Crociata albigese essa varcasse questi confini: 
i trovatori erano troppo girovaghi, e i loro canti 
troppo accetti a tutti i nobili, per non credere 
che fino dal primo periodo della letteratura essi 
non tentassero loro fortuna in Italia e in Ca¬ 
talogna. Solamente, ciò che prima era breve 
apparizione si mutò, dopo il 1215, in istabile di¬ 
mora: e, riguardo alle lettere, que’minori e lon¬ 
tani centri di coltura che prima erano come sa¬ 
telliti, dopo che si spense il centro di irradia¬ 
mento, assunsero una maggiore importanza indi¬ 
viduale, seguitando ad avere ciascuno per sè e 
più o meno a lungo, una vita indipendente. 

In Francia, malgrado la vicinanza del paese c 
l’affinità della lingua, la influenza della lirica 
provenzale è difficile a precisare. 1 In quanto a 
ricchezza artistica in generale, la Francia del 
Nord non aveva nulla da invidiare a quella del 
Sud; è dunque credibile che i trovatori avranno 
scelto di percorrer paesi ove la concorrenza fosse 
minore e non ancora formato il gusto letterario. 
Con tutto ciò i contatti tra la lirica francese e la 
provenzale sono innegabili ed antichi, come pure, 
in minor grado, la reazione di quella su questa. 
Ne sono prove certe forme caratteristiche di strofe 
e i nomi di serventese , stampita , ballata , che 
passarono dal Sud al Nord, e di retroenza che 
fece il viaggio inverso. Che se poi, invece di ba¬ 
dare ai prestiti materiali, pensiamo quanto più 
grande importanza abbia l’esempio e l’emulazione, 


1 P. Meyer, La poesie des Tronvèrcs et celle tfes Trottici 
dours, in Romania XIX 1-62. 

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88 


Capitolo quinto . 


allora la Provenza cresce di molto i suoi crediti 
verso il Nord. Il quale ebbe nei secoli XII e XIII 
alcuni centri — come la corte di Maria di Cham¬ 
pagne (1164-98) — ove si coltivò la poesia amo¬ 
rosa, cavalleresca e convenzionalmente fine ed 
elegante, solo perchè le corti del Sud ne avevano 
dato l’esempio. La poesia di corte, lo stillato della 
scienza d’Amore, è in Francia un vero riflesso 
della primogenita musa di Provenza: e invece è 
a tutti noto che nei canzonieri francesi abbondano 
le poesie più leggiere, come pastorelle e romanze , 
le quali ci mostrano una grazia tutta originale e 
speciale. I migliori rappresentanti della poesia 
amorosa francese sono (oltre a Chretien de Troyes 
per certi rispetti*) Conon de Béthune (f 1224), 
Gace Brulé (verso 1180), Blondel de Nesle, Gui 
de Couci (f 1203), Tibaud de Champagne (f 1253) 
e Adam de la Halle, ma però è diffìcile analiz¬ 
zare ciò eh’essi possono aver attinto dai trova¬ 
tori. 1 2 Alla fine del secolo XIII la lirica francese, 
che oltre questi principali, conta quasi duecento 
poeti, cambia totalmente di carattere. 

Nella penisola spagnuola la poesia provenzale 
ebbe accoglienze diverse secondo i diversi terreni 
in che ella tentò di allignare. Uno dei più ribelli 
fu la Castiglia. Non già che essa chiudesse le 
vie ai trovatori; sappiamo anzi di molti che vi 
trovarono lunga e gradita dimora. Ma i loro canti 
non fecero scuola; rimasero diletto dei pochi 


1 G. Paris, Litt . fr. (ed. 1890) p. 96. 

2 Aubertin (Histoire de la litt. fr. I. 468*72) difende riso¬ 
lutamente la completa originalità della lirica del Nord, 

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La lirica provenzale, eco. 


89 


colti signori che ospitavano i poeti, mentre il po¬ 
polo non abbandonò la vecchia sua poesia eroica 
e nazionale. Oltreché è un fatto che il genio spa- 
gnuolo ripugna dalla lirica pura, e fino al 1400 
esso ci ha dato una abbondante produzione di 
opere epiche o morali e didattiche, e nessun poeta 
lirico. Come tale suolsi* generalmente considerare 
Juan Ruiz arciprete di Hita fiorito tra il 1300 e 
il 1351, ma la sua opera, documento solitario ed 
eccezionale, è troppo complessa per essere asse¬ 
gnata a un sol genere di poesia. Ivi, pur non 
falsando mai lo spirito nazionale, vi è qualche 
cosa di detratto altronde, ma mal facilmente de¬ 
finibile. Col secolo XV invece, la corte di Gio¬ 
vanni II di Castiglia (1406-54) divenne centro di 
una pleiade di poeti nei quali è indubitabile un 
riflesso della musa provenzale. Riflesso, dico, e 
non — salvo pochi casi — imitazione pedissequa; 
perchè essi conservarono, pur tra le forme me¬ 
triche desunte dalla poesia trovadorica, una fìso- 
nomia loro propria. Alla tradizione provenzale 
del resto non poteva a meno nel secolo XV di 
sovrapporsi un altro elemento, cioè l’imitazione 
italiana e classica. I nomi di Dante e del Pe¬ 
trarca si imponevano ben altrimenti che quelli 
degli antichi maestri d’amorei Pertanto se En¬ 
rico di Yillena (1384-1434) fondava un Consistorio 
della gaia scienza , già il più grande de’suoi di¬ 
scepoli, Inigo Lopez de Mendoza marchese di San¬ 
tillana (1398-1458), si metteva a imitare i classici 
italiani e così pure Juan de Mena, il Manrique, 
Alonzo di Cartagena, il Sanches, e quei moltis¬ 
simi le cui canzoni ci sono pervenute nei Can- 
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90 


Capitolo quinto . 


cioneros di Baena e di Stuniga. 1 In ogni modo 
questa fioritura di poesia aulica dei secoli XV e 
XVI non insinuò le radici tra il popolo; il quale, 1 
e ben fece, aìYallegotismo italiano messo in lin¬ 
gua spagnuola con metrica provenzale, continuò 
a preferire i cavallereschi suoi vecchi romances . 

In Portogallo la lirica provenzale ebbe una in¬ 
fluenza diretta e positiva. 2 3 Ella si manifesta fin : 
dai primi documenti di quella letteratura, che sono 
le poesie amorose dei poeti accolti alla corte del 
re Dionigi (1279-1323) e de’suoi successori fino 
a Duarte (1433-38). Il citato marchese di Santil- 
lana, in una sua celebre lettera, dice che in Por- 
togallo vi fu una antica fioritura lirica (alludeva ap¬ 
punto all’età di re Dionigi) e che chiunque avesse 
voluto scrivere una canzone usava il dialetto gal¬ 
iziano, che appartiene infatti al dominio por¬ 
toghese. Il fatto è rigorosamente vero: è noto 
che lo stesso re di Castiglia Alfonso X (reg. 1252- 
84) scrisse in gallego le sue cantigas . 3 Ci fu¬ 
rono conservate le poesie di oltre 120 poeti di 
quel periodo nelle raccolte che possediamo, tra 
cui la più importante è il Cancioneiro 4803 della 
Biblioteca Vaticana. 4 In esse poesie noi vediamo 


1 F. Michel, Catte de Juan Alfonso de Baena . Leipzig 1S60. 
{Catte, de Stuniga i è il voi. 4° delia Colecc. de libros raros ò 
c urioso8.) Madrid 1872. 

2 Diez, Portugiesiache Kunst - und Hofpoesie, pag. 26-36. 
Bonn 1863. 

3 Trovatorea golecio-portuguezez. Porto 1871 ; studio di 
Teofilo Braga, che è il più noto tra i pochi Portoghesi che 
studino la loro letteratura. 

4 Edito dal prof. E. Monaci. Halle, Niemeyer 1875, Le sue 

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La lirica provenzale , eoe. 


91 


due correnti, l’aulica e la popolare. Le prime sono 
in tutto secondo il modello provenzale e, come 
ogni imitazione, sono bene architettate ma fredde 
e convenzionali ; le altre invece costituiscono uno 
sciame di canzonette graziose e leggiere che nulla 
devono al provenzale se non l’impulso ad esser 
state raccolte e tramandate. Nel secolo XV an¬ 
che in Portogallo si fa sentire, a traverso i mo¬ 
delli castigliani, l’influenza italiana e classica, che 
fece mutare pensiero e forma e distrusse o na¬ 
scose ciò che di provenzaleggiante restava. 

L’Aragona, e più specialmente la Catalogna, 
per la vicinanza alla Provenza dovevan meglio 
risentirne l’influsso: la Catalogna ansi, come già 
notammo (Cap. II § 1), è linguisticamente par¬ 
lando una provincia del territorio occitanico e 
come tale fu considerata dagli stessi trovatori. 
Cosicché nel suo primo periodo che va fino oltre 
la metà del 1300 la storia della sua poesia si 
confonde con quella delia provenzale. Anche cir¬ 
costanze politiche, come le nozze di Berengario III 
di Barcellona con Dolcetta erede della contea di 
Provenza, assodarono l’unione, e quando tutta 
l’Aragona nel 1131 passò alla casa di Barcellona, 
un più ampio campo si aperse alle influenze pro¬ 
venzali. Come si vede dal quadro del precedente 
capitolo, i re Alfonso II, Pietro II, Giacomo I e 


relazioni con gli altri Cancioneiros furono ricercate in uno 
studio del Braga: O Catte, portuguez da Vaticana e suas re - 
la^óes cotti outros cancioneiros dos seculos XIII e XIV, pub¬ 
blicato nella Zeitschrift. f. rom. Phiì. I, 41 e 179. Anche le 
Leys d’Amors pare che sieno state conosciute in Portogallo. 
Gfr. Guabaheau, Orig. des jeux floraux , pag. 3 n.° 8. 

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92 


Capitolo quinto . 


Pietro III, furono liberali protettori dei trovatori 
e con loro ricambiarono essi stessi strofe pro¬ 
venzali. Molti trovatori sono di nascita catalani e 
anch’essi, abbandonando l’uso del loro dialetto, si 
servirono del limosino o provenzale classico. Un 
carattere speciale di Catalogna in questo primo 
periodo è il maggior pregio che vi ebbero gli studi 
storico-morali e filosofici, pei quali si distinsero 
Bernart Desclot, Ramon Muntaner, Raimondo Lui. 1 
Quanto alla poesia il novello impulso della Ac¬ 
cademia tolosana fu sentito più in Catalogna che 
in Tolosa stessa. Nel 1393 Luigi di Averso e 
Giacomo March, con commissione del re Gio¬ 
vanni I, fondarono un Consistorio a imitazione del 
tolosano. I re Martino e Ferdinando I lo dotarono 
di somme importanti perch’ei potesse dare premi 
alle poesie migliori. Le dottrine delle Leys d’A - 
mors restarono lungamente in vigore e ne sono 
prova le molte poesie che durante il XV e XY1 
secolo furono coronate ai concorsi dei Giuochi 
florali di Barcellona, di Valenza e di Palma. Anzi 
in quest’ultima città, nel 1550, ossia in pieno ri- 
nascimento, comparve un Art de trohar che non 
è che un compendio e un ultimo raffazzonamento 
del vecchio codice tolosano. Accanto a questo 
movimento ufficiale peraltro, la letteratura cata¬ 
lana si sviluppava ulteriormente: anch’essa alla 
imitazione provenzale sostituì modelli italiani, in 

1 Visse 1285-1315. Scrisse, in quasi puro provenzale, un 
romanzo intitolato Blaquerna , molte poesie, un Libro delie 
meraviglie ; è poi famoso per opere filosofiche. Poeti catalani 
suoi contemporanei furono Serverico di Girona e Guglielmo 
de Cerveira. 


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La lirica provenzale, ece. 


93 


ispecie Dante e il Boccaccio 1 e così rinsanguata, 
verso la fine del secolo XV raggiunse con Ausias 
March il suo apogeo. 

Anche nella lontana Alemagna, lontana più 
ancora per l’indole della lingua e pei costumi 
che per ispazio di terra, arrivò la fama dei tro¬ 
vatori; e certo qualche poesia provenzale fu letta 
e gustata da qualche Minnesinger o cantor d’a¬ 
more che possedeva l’idioma occitanico. Ma ciò 
non poteva essere che l’eccezione: la scuola 
dei minnesanger si svolse da germi nazionali e 
per una via propria, essa ha caratteri intimi e 
formali e termini tecnici che attestano la sua 
originalità. Le non molte coincidenze di pensiero 
o di forma che coi trovatori offrono alcuni dei 
migliori minnesanger tedeschi, come Henrick 
von Veldeck, Ugo di Werbenwag, Rumslaut, Bar- 
kart von Hohenfels, Rudolf von Rotenburg, Walter 
von Vogelveide, dimostrano la, conoscenza, almeno 
per fama, dei metodi e procedimenti convenzio¬ 
nali della scienza poetica provenzale, Aia l’imita¬ 
zione è superficiale e non intacca la nazionale 
originalità del pensiero. Solo caso di vera e pro¬ 
pria imitazione sostanziale è quello di Rodolfo 
conte di Neuenburg che saccheggiò le poesie di 
Polchetto da Marsiglia. 2 

§ 4. Ed eccoci all’Italia. Una storia degli in- 


1 Andrea Febrer tradusse la Divina Comedia nel 14-28. In¬ 
dicazioni sulla storia lett. catalana nell ’Enciclopedia del Kòr- 
ting, III 496-501, e in Chabaneau: Ot\ des. jeux fioraux , 
pag. 3. 

a Diez, Poesie des Troub . (trad. fran.) pag. 253-266. 

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94 


Capitolo quinto . 


flussi di Provenza sulla nostra letteratura non è 
stata ancora fatta in modo compiuto e soddisfa¬ 
cente. Noi non faremo che indicarne i materiali. 

La venuta de’trovatori fra noi, tanta era Taf- 
finità fra i due paesi e la buona accoglienza che 
eran sicuri di trovarvi, incomincia fino dal primo 
sorgere di quella letteratura. Non è assurdo il 
supporre che fin dal 1080, anno in cui Ruggero 
conte di Sicilia sposò Matilde di Raimon Beren- 
giero, avesse la Sicilia qualche vaga conoscenza 
di quella poesia provenzale che più tardi vi menò 
sì gran rumore. Anche alla corte del gran Fede¬ 
rico I Barbarossa (1152-1190) è probabile che i 
gentiluomini di Provenza aggregati al suo esercito 
portassero seco la fama e forse alcun giullare della 
nuova arte volgare. 1 Quello che è certo si è che 
alla prima sicura notizia di trovatori provenzali 
in Italia, noi troviamo già così conosciuta la loro 
lingua e apprezzata la loro arte, almeno nel ceto 
signorile e cortigiano, che i nostri signori si sen¬ 
tono in gràdo di tenzonare poeticamente con loro. 
Il che è difficile credere potesse avvenire senza 
lunga anteriore preparazione. Tra i più antichi 
trovatori che abbiano fatto dimora in Italia, ab¬ 
biamo già notato (V. cap. precedente) Pietro Vi- 
dal, il quale si trovava verso il 1195 alla corte 
di Bonifazio marchese [di Monferrato (f 1207) e 
cantava, con quella mobilità tutta sua, di cose 
italiane con affetto di concittadino, lodando: 

... la doussa terra de Canaves, 


1 Bartoli, I primi due secoli , pag. 76. 

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La lirica provenzale , eoe. 


95 


incuorando alla guerra i Pisani e alla pace i Mi¬ 
lanesi, e protestando ch’egli vuol prender sta¬ 
bile dimora: 1 

. . . entrels Lombartz joios 
pres de mi dona qu’es gaia blanc’e liza. . 

Unito al nome di Vidal troviamo quello di un 
italiano che ebbe con lui una tenzone, di poco 
anteriore al 1190, ed è‘Manfredi II Lancia. 2 Non 
è improbabile che Vidal si trattenesse qui fino 
al 1202, nel qual anno il marchese Bonifacio partì 
a capo della quarta crociata. é 

Alla corte dello stesso marchese erano stati 
anche altri trovatori. Gaucelmo Faidit (1190-1240) 
di ritorno dalla terza crociata pare si trattenesse in 
Monferrato: certo cantò le lodi di Bonifazio e di 
sua sorella Beatrice, e dalla Provenza, dove lo 
attirava il suo amore per Maria di Ventadorn, 
scriveva al pros marques proponendosi di tornare 
a vederlo : 


1 Monaci, Testi antichi , pag. 67. “ tra i Lombardi gioiosi, e 
presso la mia donna che è gaia bianca e grassoccia * Allude 
probabilmente a madonna Azalais moglie di Manfredi II mar¬ 
chese di Saluzzo. Cfr. Chàbaneau, Biogr . di Troub. pag. 86 n » 

2 La tenzone è in Monaci, op. cit. p. 68. Il figlio di questo, 
-Manfredi III Lancia che fu podestà di Milano nel 1253 e morì 
nel 1257, fu oggetto di due fiere invettive di Guglielmo de 
la Tor {Archiv. XXXIV 190) e di Ugo di S. Circ. (Mahn, 
Gedichte IV, 42). Si cfr. Schultz: Die Lebensverkàltnisse der 
ilalienischen Trobadors nella Zeitschrift. rom. Phil. VII, 187, 
e la recensione del Casini nel Giornale stor. della Lett. ital . 
II 395. 


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96 


Capitolo quinto * 


quar toiz los faitz son de bela semblansa: 
e diguas lim leialmen ses duptansa 
que mos Conortz mi rete sai tan gen 
perqu’ieu estauc que nols vei plus soven. 1 

Lo rivide in Oriente, alla quarta crociata ove egli 
lo accompagnò, donde poi tornò in Provenza al 
vecchio amore. 

Il trovatore che più famigliarmente visse in 
Monferrato fu Rambaldo di Vacqueiras (1180-1207). 
Questo eminente artista fu figlio di un povero 
cavaliere. Dopo aver preso attiva parte in Pro¬ 
venza alle questioni riguardanti la casa d’Orange, 
di Cui egli era protetto, venne in Italia ov’ era 
già noto di fama. Al passare per Genova un* av¬ 
ventura con una popolana non gli andò bene, 
che alle lusinghe del poeta la donna risponde con 
ingiurie del dialetto genovese, che, come si sa, 
no è ricchissimo. Rambaldo stesso ne fece un 
dialogo assai vivacemente umoristico: 

Rambaldo: Domna, no siat tan fera 

Que no s cove ni s’eschai: 

Ains taing ben, si a vos piai, 

Que de bon sen vos enquera, 

E que us ama ab cor verai, 

E vos que m gitetz d’esmai. 

Qu’eu vos sui hom e servire, 

Quar vei e conosc e sai, 

Quan vostra beutat remire 


1 « poiché le sue azioni son di bella sembianza; e digli 
(canzone), lealmente e senza dottanza che il Mio Conforto qui 
mi ritiene cosi gentilmente che per questo io sto che noi 
veda più sovente. „ Mio Conforto è il nome poetico della dama 
amata. 


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La, lirica provenzale , eco. 


97 


Fresca com rosa de mai, 

Qu’el mon plus bella no sai, 

Per qu’ieus am e us amarai, 

E si bona fes mi irai 

Sera peccatz. 1 

La donna: Iujar, io provenzalesco 
Si ben s’engauza de mi, 

Non lo prezo un genof, 

Nè t’entend chiù d’un Toesco 
0 Sardesco o Barbari, 

Ni non ho cura de ti: 

Vo’ ti cavillar con mego? 

Se lo sa lo meo mari 
Malo piato avrai con sego. 

Bel Messer, vero ve di’ 

Non voll’io questo lati: 

Frare, zo aia una fi: 

Provenzal, va mal vesti, 

Lagame star. 

Che il povero Rambaldo fosse mal vestito, par 
vero: Alberto marchese Malaspina, tempo dopo, 
gli rinfacciava in una tenzone, già citata a pag. 50 
d’averlo sfamato e albergato a Pavia. La fortuna 


1 « Donna non siate tanto fiera, chè non conviene e non 
sta bene, anzi è conveniente che, se vi piace, io di buon senno 
vi supplichi e che di cuor vferace io v’ami, e che voi mi to- 
gliate di pena. Chè io sono vostro vassallo e servo, perchè 
vedo e conosco e so, riguardando alla beltà vostra fresca come 
rosa di maggio, che al mondo non ve n’è migliore ; sì eh’ io 
v’amo e v’amerò e se buona fede mi falla sarà peccato. „ 
Vedi tutta la tenzone in Bartoli, op. cit. 80*81. È notevole che 
queste strofe genovesi e un’altra in un discordo poliglotta 
dello stesso Rambaldo sono i versi più antichi in lingua ita¬ 
liana ai quali si possa assegnare una data, essendo essi com¬ 
posti certamente innanzi al 1202, e questa tenzone forse prima 
del 1200. 

Restori. 


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7 



98 


Capitolo quinto . 


del Yaqueiras cominciò quando fu accetto in corte 
del marchese Bonifacio II: egli fu vestito, rega¬ 
lato, fatto cavaliere, tenuto come amico e fratello 
d’armi. Quivi lo attendeva anche l’amore di Bea¬ 
trice, sorella del Marchese. E famosa la poesia 
di Rambaldo, nella quale egli finge che tutte le 
donne d’Italia vengano ad assalire il Bel Cava¬ 
liere , cioè Beatrice, per torle bellezza e pregio e 
cortesia. Inutile dire che l’oste nemica è scon¬ 
fitta vergognosamente. Beatrice pagò le lodi, se 
s’ha a credere alla biografia provenzale, col più 
ambito premio d’amore ; ma a turbare la lieta vita 
di Rambaldo, venne la quarta crociata. Morto il 
conte di Sciampagna, i cavalieri francesi ne of¬ 
fersero il comando a Bonifazio, e con lui, dopo 
angosciosi dubbi, s’imbarcò il Vaqueiras. Combattè 
valorosamente in Sicilia e in Grecia e cadde pro¬ 
babilmente a fianco del suo signore nell’agguato 
che gli fu teso da una masnada di predoni del 
monte Rodope, nel 1207. Certo dopo quell’anno 
scompare ogni ricordo del grande trovatore. 

Nell’occasione che l’ambasceria dei nobili fran¬ 
cesi — vi era il Villehardouin, il futuro celebre 
storiografo della crociata — si presentava al Mar- | 
chese annunciandogli la sua elezione a capo del- | 
l’impresa, troviamo in quella corte un altro Pro- J 
venzale Folchetto da Romana del Viennese 1200- j 
1230). Questi visse quasi sempre in Italia; e nel-4 
l’occasione sopra accennata scambiò una strofa 
con un conte di Biandrate. 1 Molto probabilmente 
questi è Umberto di Biandrate, che altri docu- 

1 Vedi questa breve tenzone in Monaci, op. cit. 87. ■ 

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La lirica provenzale, eoe. 


99 


menti ci mostrano in relazione coi trovatori; per 
esempio una tenzone tra lui e Guglielmo della 
Torre (1220-55), e le lodi che ebbe da un poeta 
suo protetto, Nicoletto da Torino (1225-38 circa). 
Folchetto da Romana fu poi ospite di Azzo VI 
marchese di Este: ma anche là ricordò il suo 
primo benefattore, di cui pianse la morte, rinfac¬ 
ciando ai suoi discendenti di essere gretti ed 
avari. L’accusa non è al tutto fondata. Il mar¬ 
chese Guglielmo IV (1207-1225) dette anch’egli 
ospitalità ai poeti, tra cui è degno di ricordo Ai- 
merico da Pegulhan di Tolosa (1205-66). Questi 
peregrinò per tutte le córti italiane, cantando in 
ammirevoli versi, or d’amore, or di crociate, or 
di compianto per le morti de’ suoi protettori, che 
oltre il citato Guglielmo di Monferrato, furono il 
marchese Guglielmo di Malaspina nipote di quel¬ 
l’Alberto che poetò in provenzale: Azzo VI mar¬ 
chese d’Este (f 1212), la cui figliola Beatrice egli 
lodò viva e pianse estinta, e verseggiò anche per 
Federico II imperatore, o deplorò la valorosa morte 
di Manfredi (1266). 

Altro poeta degno di ricordo è Ugo di San 
Circ (1200-1256 circa). Egli venne in Italia prima 
del 1220, nel quale anno press’ a poco ebbe una 
tenzone con Nicoletto da Torino; visitò la Lom¬ 
bardia e il Bresciano, poiché ivi conobbe due 
dame da lui ricordate, Alagia di Vidallana e Ado- 
nella del Bresciano: e fors’anche la corte di Cor¬ 
rado Malaspina, cugino del già citato Guglielmo, 
del quale egli ricorda le figlie Maria dei Monti e 
Selvaggia d’Auramala. Dopo il 1225 egli è nella 
gioiosa Marca di Treviso ove conobbe Azzo VII 

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100 


Capitolo quinto . 


<TEste (1215-64) e il fratello di Ezzelino da Ro¬ 
mano, Alberico, col quale scambiò una strofa in 
provenzale. Nel trevisano prese moglie e le cure 
della famiglia gli fecero lasciare per sempre la 
poesia; forse nella quiete della vita famigliare si 
diede a scrivere le cose sue più serie : egli infatti 
è l'autore di molte delle biografie di poeti pro¬ 
venzali che siam venuti citando. 

Chiuderemo questa incompleta rassegna col 
nome di Guglielmo Figueira di Tolosa (1215-50). 
A differenza de' suoi compagni d’arte, egli pre¬ 
ferì i popolani ai nobili, la taverna alle sale dei 
castelli. Era, dice la biografia, buon poeta e buon 
cantore, ma solo quand’era tra i suoi compagnoni; 
la presenza di un signore gli guastava il sangue. 
Contuttociò era partigiano deH’Imperatore Fede¬ 
rico II e avverso a Roma e al papa, contro cui 
scagliò le più furibonde invettive che il Medioevo 
ci abbia lasciato. 1 


1 Ratnouard, IV 307 e 309. Molti trovatori, oltre i ci¬ 
tati, furono in relazione con l’Italia o per versi mandati in 
lode o in biasimo di cose e persone nostre o per dimora che 
qui hanno fatto. Noterò i seguenti; Bernardo di Ventadorn 
(1145-95i, Peirol d’Alvernia (1180-1220), Cadenet (? 1208-39 
circa), Bernart de Bondeills (1180-1230), Elia Cairels (1220-30) 
Pietro Cardinal (1210-30), Cavaire (1225-50 circa), Palais (1200- 
1230), Pistoleta (1180-1200), Peire Raimon di Tolosa (il Gio¬ 
vine? dopo 1200), Elia Barjols (1200-1230, a torto creduto da 
alcuni italiano) Aimeric de Belenoi (1210-41), Guglielmo Au- 
gier Novella (?meta sec. XIII), Albert o Albertet de Sisteron 
(1220 circa: è forse identico con quelF.4Zòer* senza cognome 
che tenzonò con Simone Doria: fu chiamato anche Albert de 
Gkpenses o Gapengais, Albert de Tarascon, Albertet de Sa¬ 
voia o de Saus), Joan o Joanet d’Aubusson creduto a torto 
italiano (1230-40 circa), Bertran d’Avignone e Raimon de 

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La lirica provenzale 9 eco . 


101 


§ 5. La gran diffusione della poesia provenzale 
in Italia non poteva non eccitare alcuno dei no¬ 
stri alla emulazione degli stranieri. Si ebbero 
dunque poeti italiani in lingua provenzale, i quali 
insieme coi loro compagni e maestri d’oltralpe 
presero attiva parte alle lotte politiche e citta¬ 
dine. La poesia provenzale però non scese pro¬ 
fondamente negli strati popolari; pochi sono i 
trovatori italiani provenienti dal popolo, pochis¬ 
sime le poesie che abbiano l’impronta della po¬ 
polarità. Il che io non credo provenisse da dif¬ 
ficoltà di adattamento del pubblico italiano alla 
lingua straniera; se così fosse, non si spieghe¬ 
rebbe la diffusione ampia e profonda che con¬ 
temporaneamente ebbero tra il volgo i racconti 


Salas (tenzone 1215-30), Guilhem Raimon o Raimon Guilhem 
(2» metà sec. XIII), Mola (verso 1240; tenzonò col prece¬ 
dente; forse italiano), Aimerico senza cognome: (tenzonò con 
Guilhem Raimon), Bertran d’Aurel (metà sec. XIII) Pietro 
Guglielmo da Luzerna (italiano? 1220-40), Falconet (verso 1250), 
Taurel (tenzone col precedente), Guglielmo de la Tor (1220- 
55), Raimon Bistort d’Arles (verso 1230) Raimon Feraut (1285- 
1300) che fu al seguito di Carlo d’Angiò, Bertran d’Alamanon 
(id. nel 1259), Raimon de Tors (1244-85). 

Alcuni dei sunnominati erano giullari insieme e poeti; tali 
anche furono, pare, in Italia, Messonget, Augier, Lambert, 
Am&dor, Budel, Gomplit Fior, Guglielmo di Dosfraires, Gu¬ 
glielmo Testapelada, Jacopi, Joanet lo Menor, Raimon, Euneiz, 
Lestanqer, Oton (tutti 1190-1250 circa). 

Tutti i lavori, che trattano della poesia provenzale in 
Italia, editi fino al 1886, sono indicati negli articoli dello 
Schultz e del Casini che citai nella nota a pag. 95. Dopo il 
1886 nulla è uscito d'importante, tranne i citati Testi antichi 
del Monaci. A uno studio compiuto su questo periodo della 
nostra storia letteraria attende, credo, il mio dotto amico 
T. Casini. 

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102 


Capitolo quinto . 


epici francesi. Che per questi la difficoltà ad in¬ 
tenderli fosso maggiore si dimostra dallo sforzo 
che fecero i cantori per accostare la lingua di 
que* poemi al volgare italico, donde quelle varie 
sfumature tra il francese e l’italiano che in com¬ 
plesso e impropriamente diciamo scuola franco¬ 
veneta. Nulla di simile per le poesie provenzali; 
le quali rimasero gustate e apprezzate da una so¬ 
cietà più eletta, perchè così voleva la natura del 
contenuto, e l’indole ormai tradizionale della poesia 
occitanica. Una differenza sarebbe forse che qui 
la poesia amorosa non tiene così vasta parte del 
campo poetico come in Provenza, e gli odi e le 
lotte tra guelfi e ghibellini si esplicarono in nu¬ 
merosi canti e tenzoni di indole politica ; ma, salvo 
poche eccezioni, sono tenzoni e canti che risuo¬ 
narono nei castelli e nelle corti anziché per le 
strade e sulle piazze. 1 

Di italiani poetanti in Provenzale, forse la prima 
menzione è di un tale Cossezen che viene duo¬ 
decimo nella satirica rassegna che dei trovatori 
suoi contemporanei fa il già citato Pietro d’Al- 
vernia (1148-1200); qualche strofa già riportammo 


1 Oltre a qualcuno citato nella nota precedente, son qui 
da ricordare i seguenti poeti provenzali che a torto furono 
da alcuno creduti nati in Italia: 

Ugo da Pena (guerreggiò in Provenza sotto Carlo d’Angiò; 
(1246-85), Folchetto di Marsiglia (v. sopra; il padre fu geno¬ 
vese della famiglia degli Anfosso, ricchi banchieri), Albert o 
Albertet Cailla o Quaglia (verso 1200?), Guglielmo da Sylve- 
cane (sec. XIII?), Pietro da Rouer (della Rovera: id.), Gu¬ 
glielma de Rozers (2* metà sec. XIII, prov. di nascita, ma 
abitò Genova dove forse era maritata), Ugo Gatola (contem¬ 
poraneo di Marcabrun). 

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La lirica provenzale , ecc. 


103 


a pagina 64, ed ora ecco quel che dice di Cos- 
sezen: 

E1 dozes us petitz Lombartz 
que clama sos vezis coartz, 
et el es d’aquel eis parven: 
perqu’us sonetz fai gualiartz 
ab motz amaribotz bastartz, 
e lui apel’om Cossezen. 1 

Sgraziatamente non possiamo contraddire al se¬ 
vero giudicio di Pietro poiché di Cossezen nulla 
ci si è conservato. Il primo di cui qualcosa ci 
rimanga sembra essere quel Manfredi Lancia di 
cui ricordammo la tenzone con Pietro Vidal. Suo 
contemporaneo fu Alberto marchese di Malaspina 
detto il Moro (1162-1210), figlio di Obizzo, del 
quale già menzionammo la tenzone con Rambaldo 
di Vaqueiras, e di cui abbiamo inoltre una can¬ 
zone. 2 Verso la fine del secolo XIII fiori pure 
Pietro della Cavarana (o Caravana) di cui ci resta 
un bel serventese, di impronta affatto popolare, 
destinato a incuorare le città lombarde contro 
Enrico VI, nel 1196. Il poeta eccita Todio contro 
i Tedeschi: 

La gent d’Alemaigna 
non voillaz amar, 
ni la soa compaigna 


1 “ Viene duodecimo un piccolo Lombardo che chiama co¬ 
dardi i suoi vicini ed egli è tal quale come loro; ch’ei fa una 
musichetta falsa su parole amarognole e bastarde, e il suo 
nome è Cossezen. „ 

2 Ghabanzau, op. cit. Indice. Pare invece che solamente la 
tenzone sia sua. 

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104 


Capitolo quinto. 


nous plaza usar, 
c’al cor m’en fai laigna 
ab lor sargotar.j 1 

Qui al singulto , e più oltre paragona la favella 
tedesca al latrare di cani arrabbiati; ad ogni 
strofa segue il fiero ritornello: 

Lombart, beus gardaz 
que ja non siaz 
pejer que compraz 
si ferm non estaz. 2 

Anche verso il 1200 poetò Pietro de la Mula, di 
cui ci restano due serventesi, e che fu, insieme a 
molti altri trovatori, alla corte di Otto del Car¬ 
retto marchese di Cortemiglia. Dopo la fine del 
secolo XIII e durante il XIV i trovatori italiani 
ci si presentano molto numerosi. Tra il 1212 e 
il 1229 poetò Rambertino de’ Buvalelli di Bologna 
cospicuo cittadino che prese attiva parte alla vita 
politica e ricoprì molte onorifiche cariche, tra 
cui le podesterie di Milano nel 1208, di Mantova 
nel 1215 e di Modena nel 1217. Più famoso è il 
mantovano Sordello', che Dante immortalò nel 
*c. 6.° del suo Purgatorio . Nato in Goito nell’ul¬ 
timo decennio del XII secolo, presto, dice il bio¬ 
grafo provenzale, per l’avvenenza della persona e 


1 « La gente d’Alemagna non vogliate amare, nè vi piaccia 
usare la lor compagnia; chè del loro singulto me ne vien 
schifo al cuore. » 

2 « Guardatevi bene, Lombardi, che or non siate peggio 
che schiavi se non tenete fermo.» A torto si volle negare 
l’italianità del Gavarana, e fissare la data della poesia al 
1236. 

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La lirica provenzale, ecc. 


105 


pei meriti dell’arte sua entrò in favore di Ezzelino 
e Alberico da Romano, col quale anzi tenzonò in 
provenzale. Si innamorò della loro sorella Cu- 
nizza (che Dante vide poi nel c. 9.° del Paradiso) 
la quale era da due anni moglie del veronese 
Riccardo conte di S. Bonifacio. Ella che, a detta 
di Jacopo della Lana antico commentatore di 
Dante, era così prodiga del suo amore che avrebbe 
tenuta grande villania a porsi a negarlo a chi 
cortesemente Favesse domandata, si lasciò rapire 
da Sordello nel 1224. Lo scandalo fu grande, e le 
relazioni coi Da Romano divennero così diffìcili 
che, mentre Cunizza prendeva il volo con altri 
amanti, Sordello passò nel 1229 in Provenza. Ivi 
peregrinò per altri amori alle corti di Provenza, 
di Tolosa, del Rossiglione, e probabilmente in 
Castiglia e nel Poitou. Tornò in Italia, forse verso 
il 1259. E menzione di lui in una lettera (22 set¬ 
tembre 1266) di papa Clemente IV il quale rim¬ 
provera a Carlo I d’Angiò, che aveva allora con¬ 
quistata la Sicilia, di lasciar Sordello in Novara 
infermo e senza soccorso. Deve esser morto poco 
dopo 1 non sappiamo se in Italia o in Provenza, 
ma la testimonianza di Dante ci lascia credere 
che morisse di morte violenta o almeno improv¬ 
visa. Sordello, pei meriti d’arte, è il migliore 
degli Italiani che scrissero in provenzale; di lui 
ci resta un poema morale e una quarantina di 


1 L’ultimo ricordo di Sordello è in un serventese di Lan¬ 
franco Gigala scritto tra il 1268 e il 1273. Gfr. Studi di fil. 
rom. fase. 12.° 


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106 


Capitolo quinto . 


liriche 1 tra cui il celebre compianto in morte di 
Blacasso (1236). 

Merita pure un ricordo il trovatore Nicoletto da 
Torino, fiorito tra il 1225 e il 1238; di lui ci re¬ 
stano tre tenzoni con Folchetto da Romans, Ugo 
da S. Circ e Giovanni d’Aubusson. L’ultima, del 
1236, celebra il valore di Federico II e i suoi 
apprestamenti contro le città lombarde. Posteriore j 
a lui e più lodato, sebbene non ci resti che una 
tenzone sua con Raimon Guillem, è Ferrarino da 
Ferrara (1250-1306, che fu onorato prima dai 
Da Romano e poi, caduta la loro potenza nel 1260, 
da Gherardo da Camino, signore di Treviso. Egli, 
dice la biografia, meglio si intese di lingua e 
di poesia provenzale che niuno che fosse mai 
in Lombardia ... e quando i marchesi (Azzo VII 
Obizzo II e Azzo Vili da Este) facevano festa e 
correanvi giullari che sapesser di lingua pro¬ 
venzale, andavan tutti da lui e lo chiamavano 
loro maestro . Pare sia morto assai vecchio in 
Ferrara. Anche nella vicina Venezia risuonò la 
musa di Provenza: e veneziano fu Bartolomeo 
Zorgi (1266-1287) del quale ci restano 18 poesie 
provenzali. Zorgi era stato fatto prigione dai Ge- I 
novesi nel 1266: mentre era prigioniero scambiò 
col genovese Bonifacio Calvo una bella tenzone, 
ciascuno in difesa della propria patria. Tornato a 
Venezia dopo sette anni di prigionia fu mandato 
governatore di Modon in Morea dove mori. Oltre 
al già nominato Bonifacio Calvo (1250-66), di cui 

1 Prepara l’edizione critica di questo trovatore il dotto 
romanista italiano G. de Lollis. 

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La lirica provenzale , eoe . 


107 


ci testano 17 poesie, oltre due tenzoni e una 
canzone portoghese, Genova ha avuto una vera 
pleiade di trovatori provenzali. Tra essi, Luca 
Grimaldi (1242-62 ; nessuna poesia resta), Giacomo 
Grillo (id.) di cui resta una tenzone con un altro 
genovese, Simone Doria (1250-71) il quale ha altre 
due tenzoni; Per ce vai Doria (1250-83) di cui son 
perdute le poesie provenzali e che è forse lo stesso 
Dorè cui sono attribuite due canzoni italiane nel 
Yat. 3793: Luchetto Gattilusi (1268-1300) e Lan¬ 
franco Gigala (1241-73 ; del quale sono ricordate 
più di trenta poesie che in gran parte ci restano 
e che è certo il migliore de’trovatori suoi com¬ 
patrioti. 1 


1 Alla schiera de' trovatori italiani si debbono aggiungere 
(alcuno con qualche incertezza e alcuno italiano di regno e 
non di nascita) i seguenti pei quali m’è mancato lo spazio 
nel testo: 

Coine (incerto se prov. o ital. Una tenzone con Ramb. de 
Vaqueiras). Conte di Briandrote (1202; v. pagina 98). Alberico 
da Romano (Una strofa con Sordello, verso il 1225). Il Pa¬ 
vese (Perticari dice Lodovico il Pavese; una strofa composta 
verso il 1225). Isabella (incerto se prov. o ital. Pare fosse 
alla corte dei Monferrato, e il Bartoli (op. cit. pag. 71) crede 
fosse della famiglia Malaspina; una tenzone con Elias Gairei) 
(1200*90). Tornasoli contedi Savoia (1235*59: nessuna poesia, 
ma sappiamo ne compose in prov. da Lanfr. Cigala). Fede¬ 
rico Il imperatore (1212*50. Una strofa, attribuitagli da Gio¬ 
vanni Nostradamus). Terramagnino da Pisa (Vedi pagina 4). 
Paolo Lanfranchi di Pistoia (Una poesia del 1284). Obs (Obizzo ?) 
de’Biguli (probabilmente della famiglia Da Bigolis di Pia¬ 
cenza. Nessuna poesia: ricordato da Guillem Raimon). Scoi 
(genovese; forse Ogerio Scotto ricordato in un^ carta del 1256. 
Nessuna poesia; sappiamo però che tenzonò con Bonifacio 
Calvo). Arnaldo de Brancolò o Brancaleone (Italiano?? Data 
incerta. Una canzone religiosa); Luchetto Lascari di Pignone 
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108 


Capitolo quinto . 


Contemporaneamente a questa tenacità di vita 
della poesia provenzale tra noi, sorgeva imitatrice 
di essa la poesia nostra volgare. Seguirne i passi 
e vedere come si svincolasse a poco a poco dai 
legami dell’imitazione diretta e come dalla fredda 
convenzionale rimeria erotica dei nostri più an¬ 
tichi sbocciasse il dolce stil nuovo , sarebbe in¬ 
vadere un campo non nostro ; oltreché tale studio 
fu già fatto e assai bene da Adolfo Gaspary nella 
sua Scuola poetica siciliana. Diremo solo che la 
tradizione provenzale in Italia sorpassò di non poco 


e frate Lascari dé conti di Tenda (citati, dal Bartoli, opera 
citata pag. 72). Bugetto o Buggerato da Lucca (Data incerta; 
nessuna poesia. Citato come poeta prov. dal Redi nel Bacco 
in Toscana, p. 97). Giacomo da Leona (sec. XIII, poeta ita¬ 
liano, sappiamo da Guittone d’A rezzo che scrisse anche in 
provenzale). Migliore degli Abbati (Fiorentino, contemp. di 
Carlo d'Angiò. Secondo la novella 80* del Novellino avrebbe 
poetato in prov.). Dante da Maiano (fine sec. XIII, due so¬ 
netti in provenzale). Federigo III re di Sicilia (1296-1338. 
Due strofe scambiate con Pons Ugo III conte d’Ampurias). 
Anonimi rimangono un canto diretto a un giudice di Gallura, 
un compianto in morte di Manfredi, uno in morte del pa¬ 
triarca d’Aquileia Gregorio da Montelongo, uno in morte di 
re Roberto di Napoli (1243); ignorasi, naturalmente, se di 
autori italiani. Gfr. anche al cap. VII il Chastel d’amor8. 

I manoscritti o canzonieri provenzali -che ci hanno tra¬ 
mandato le poesie trovadoriche sono per solito designati con 
lettere dell’alfabeto. La prima lista, quasi completa, fu data 
dal Bartsch, Grundriss p. 27-31; è ripetuta, con notevoli ac¬ 
crescimenti, nei Testi antichi del Monaci, col X-XII. Le ul¬ 
time aggiunte che vi si possono fare sono, a mia notizia, 
queste: « codice F. da esso proviene parte dèlia miscellanea 
ambrosiana D, 465 inf. n.° 25, e fratello dell’ambrosiano è il 
parmense Palatino 990 ». — « codice H. v. su esso alcuni ap¬ 
punti del De Lollis in Revue des lang. rom. XXXIII, 157. 
Sdito paleogr. in Studi di fiì. row., voi. V. 

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La lirica provenzale , eco. 


109 


il secolo XIV. Dante ne fu conoscitore e scrisse 
egli stesso in quella lingua, e se sono incerte al¬ 
cune liriche, son però certamente sue le terzine 
provenzali che chiudono il canto XXVI del Pur¬ 
gatorio, Il suo imitatore, Fazio degli Uberti, ha 
anch’egli otto terzine provenzali nel IV canto 
del suo Dittamondo . Nella Leandreida , poema 
anonimo, Arnaldo di Mareuil parla a lungo nella 
sua lingua materna. Ma sono queste le ultime 
traccie di composizione provenzale. Il Petrarca 
e il Boccaccio, l’uno per le liriche, l’altro per 
le sue novelle, attinsero spesso a fonti proven¬ 
zali e mostrano di conoscere profondamente quella 
letteratura, ma nulla in quella lingua hanno 
scritto. La larga onda del classicismo seppellì per 
più di un secolo, insieme con molte cose del Medio 
evo, anche la letteratura occitanica. Non così però 
che se ne perdesse il ricordo, e già vedemmo 
che in Italia dov’ella aveva più tenacemente vis¬ 
suto trovò poi i suoi primi illustratori. Ma quando, 
nel cinquecento, il Barbieri, il Castelvetro, e gli 
altri che citammo nel Cap. I, la ristudiarono con 
tanto amore, essi noi fecero che con intenti cri¬ 
tici e storici, e a loro, come a noi, non fu dato 
che indagare e interrogare le sparse rovine del 
già maestoso edificio. 


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CAPITOLO VI. 


LETTERATURA PROFANA : EPICA, BRETONE, CLASSICA. 
NOVELLE. FAVOLE. STORIA. 


§ 1. Una delle idee fondamentali del libro del 
Fauriel 1 è che la patria della grande epopea feu- 
dale-cristiana del Medio Evo sia stato il mezzodì 
e non il settentrione della Francia. A questa idea 
egli, e prima di lui il Raynouard, era spinto dalla 
considerazione che numerosi poemi narrano lotte 
reali o supposte, tra Cristiani e Mori, la cui scena 
è il Sud della Francia o anche il Nord della Spa¬ 
gna: pareva strano che il paese che vide quelle 
guerre e i cui abitanti erano più d’ogni altro in¬ 
teressati nell'esito di esse, non le celebrasse 
con canti epici. Si scioglieva la difficoltà am¬ 
mettendo che la Provenza avesse avuto una ricca 
serie di poemi ora perduti, de quali i poemi fran¬ 
cesi rimastici non sarebbero che traduzioni o ri¬ 
facimenti. 

L’ipotesi è stata combattuta e definitivamente 
distrutta. Vediamo in qual modo, e che cosa si è 
ad essa sostituito. Dal fatto che l’azione di un 


1 Hist. de la pois . prov. I (cap. 9 12), II (24-30), III (31-37 


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Letteratura profana, ecc. 


Ili 


poema si svolge in una data regione, non ne viene 
di necessità che il poema stesso debba essere di 
quel paese: a questa stregua l’Iliade sarebbe tro¬ 
iana, e la Chanson de la Croisade siriaca. D’altra 
parte non si nega che le lotte del secolo Vili e 
IX tra Cristiani e Mori abbiano vivamente inte¬ 
ressato i Provenzali al pari dei Francesi. Vittorie 
come quella di Carlo Martello a Poitiers (a. 732) 
e sconfitte come quelle di Roncisvalle (a. 778) e 
di Villedaigne sull’Orbieu (a. 792) 1 dovettero certo 
commuovere tutti i Cristiani, e noi abbiamo pre¬ 
cise testimonianze di canti popolari, appunto del 
mezzodi della Francia, che celebravano il glorioso 
sconfitto di Villedaigne ; ma questi canti non hanno 
dato luogo a poemi: il germe è morto prima che 
si sviluppasse la pianta. Nessuna ragione infatti 
potrebbe spiegare la perdita assoluta di tutta una 
letteratura epica, se questa avesse esistito. 

Ma v’è di più: le ricerche del Meyer e del 
Rayna 2 conducono alla conclusione che non solo 
un’ epopea nazionale in Provenza non ha esistito, 
ma che essa non avrebbe potuto esistere. L’epo¬ 
pea medioevale neo-latina è nata dalla fusione 
dello spirito germanico in una forma romana; ora 
dal basso Rodano al golfo di Guascogna l’ele¬ 
mento germanico fu talmente e cosi presto so¬ 
praffatto dal romano che si può dire che esso sia 
mancato del tutto: epperò non si potè svolgere 


1 Vedi la nota in fine del capitolo. 

2 P. M., Reeherches sur VEp. fr. 1867; Rajna, Origini deh 
VEp . Firenze, 1884. La questione è magistralmente riassunta 
in: Gautizr, Les Épopées fr . I 2 (1878) p. 129-46, e in: Nyrop, 
St. dell’Ep. frane . pag. 148*57 traduz. ital. Firenze 1886. 

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112 


Capitolo sesio . 


quella forma letteraria che da esso prendeva l’a¬ 
nima e la vita. 

§ 2. In circostanze affatto diverse si trovò la 
parte orientale della Francia del Sud ossia la 
Borgogna merovingia. Quivi i Burgundii avevano 
una tradizione epica propria, a trasformare la 
quale, ma nel tempo stesso a mantenerla viva, 
concorsero la vicinanza con la Francia propria¬ 
mente detta e le relazioni politiche tra i due 
paesi. Gli eroi borgognoni rappresentano la op¬ 
posizione all’autorità regia francese, e la Borgogna 
figura nell’epopea come un paese ribelle, perchè 
tale essa fu in realtà. E non solo politicamente 
ma anche linguisticamente la Borgogna (confi. 
Cap. II § 1) costituiva un territorio ben definito. 
Ad onta di ciò, e perchè mancò l’indipendenza 
nazionale, e perchè il tipo linguistico non era ab¬ 
bastanza distinto e nessun dialetto borgognone 
assurse a tipo letterario, e più di tutto per la 
forte attrazione che doveva esercitare la grande 
epopea del Nord, i prodotti epici borgognoni si 
confusero e si fusero con quelli della Francia. Un 
solo monumento ce ne è pervenuto, ed è il poema 
di Girart de Rossillon. 

Ne abbiamo quattro manoscritti, sui quali e 
sulla loro classificazione vi è un dotto studio del 
Meyer. 1 II risultato, per noi importante, è che i 
due più antichi e certamente più vicini all’ori¬ 
ginale, sono appunto scritti in un dialetto inter¬ 
medio tra la lingua d’oi’l e d’oc, mentre gli altri 
due sono stati modificati così che uno s’avvicina 


1 In Jahrbuch > XI 121. 


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Letteratura profana, eco. 


118 


di più al francese, l’altro al provenzale. Questa 
canzone di gesta comprende circa 10000 decasil¬ 
labi con cesura dopo la sesta, in serie monorime, 
e fu composta verso il 1150. Il confronto tra essa 
e una agiografìa latina: Vita nobilissimi Comitis 
Girardi de Rossellon , scritta da un monaco di 
Pothières verso la fine del secolo XI, mostra che 
probabilmente vi fu un poema ancora più antico. 
Questo Girardo, le cui imprese sono quasi inte¬ 
ramente favolose, s’ha da identificare con quello 
che fondò le abbazie di Pothières e di Vézelai e 
che visse sotto Carlo il Calvo: che poi questo pio 
fondatore di abbazie sia lo stesso Girardo, duca 
di Provenza, che tra l’86Ò e l’870 figura spesso 
nella storia di Francia è una presunzione proba¬ 
bile ma non sicura. 1 

La tela del poema si narra in poche parole. 
Carlo Martello, qui messo a torto invece di Carlo 
il Calvo, cerca di prendere il castello di Rossi¬ 
glione difeso da Girart suo cognato e nemico. 
Dapprima questi vince, ma poscia la fortuna piega 
verso il re: una pace conclusa tra loro non dura 
a lungo e Girardo del tutto vinto è costretto a 
fuggire, pietosamente accompagnato e consolato 
dalla moglie sua Berta. Stabilitosi in una piccola 
città si procacciano il vitto egli col vender car¬ 
bone ed ella col cucire. Così vivono a lungo tran¬ 
quilli, ma un giorno, assistendo ad uno splendido 


1 Tutte le indicazioni sulla vita e sul poema, si raccoglie* 
ranno da: A. Stimmikg, Ueber der prov. Giravi von Rossillon, 
Halle 1888, e in: Romania , XVI, 103, XVII 637. 

Restori. ~ 8 

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114 


Capitolo sesto. 


torneo, sono assaliti dai ricordi della vita passata. 
Tornano in Francia, e si riconciliano col re, e 
spendono le riacquistate ricchezze nella fonda¬ 
zione di molti pii istituti. E un poema di rara 
eccellenza di forma e di molto interesse per la 
storia della civiltà nei secoli XI e XII. 

§ 3. Abbiam detto che del Cirart vi è una re¬ 
dazione quasi del tutto provenzale. Questo non è 
un fatto isolato: tutt* altro. Negando al mezzodi 
della Francia Fanima epica e la popolare crea¬ 
zione di un’epopea nazionale, non si nega ch’ella 
assai per tempo e naturalmente prima dell’Italia 
e della Germania, abbia conosciuto e gustato i 
poemi francesi, e voluto imitarli. I giullari del 
Nord, ne abbiamo testimonianze fino dal secolo XI, 
trovavano sulle piazze della città di Provenza 
non minor folla di ascoltatori appassionati che 
nelle città francesi, ed è ben supponibile che essi 
avranno cercato in servizio dell’uditorio di pro- 
venzalizzare l’esposizione dei loro testi, come poi 
qui da noi li italianizzarono deplorevolmente. Così 
si spiega come fossero anche in Provenza popo¬ 
lari i nomi degli eroi e gli argomenti delle can¬ 
zoni di gesta, e come ne siano numerosi gli ac¬ 
cenni e i ricordi nei lirici provenzali. 1 

Un poema del quale ci è rimasto una redazione 
provenzale è quello di Fierabras . Siccome la si 
trovò prima della redazione francese, così il Ray> i 
nouard volle vedervi una prova della originalità j 
epica di Provenza, e il Fauriel, che pure conobbe | 
il testo francese, accolse l’idea e la difese. E in- 


1 Vedi nota in fine del capitolo. 

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Letteratura profana, eoe. 


115 


vece perfettamente il contrario ; 1 il testo in lingua 
d’oc, non è, dice il Gautier, che il poema in lingua 
d 9 oli pronunciato alla provenzale, ed è di com¬ 
posizione posteriore; il testo francese fu scritto 
verso il 1200, ed è certo che ne esistette uno 
più antico, il provenzale verso il 1230-40. Il ma¬ 
noscritto, che contiene questo rifacimento occita¬ 
nico, è nella biblioteca del principe di Waller- 
stein; consta di 5084 alessandrini assonanzati in 
serie monorime, ed è notevole che esso fu il 
primo dei testi epici di Francia che sia stato edito: 
lo pubblicò nel 1829 Emanuele Bekker a Berlino. 
L’argomento del poema, sfrondato dalle molto di¬ 
gressioni e lungherie, è questo: Carlomagno e il 
suo esercito sono in Ispagna : si presenta a sfidarli 
un terribile guerriero Saracino, Fierabras, quello 
stesso che prima aveva saccheggiato Roma e ra¬ 
pito le sante reliquie della Passione. La sfida è 
accettata dal paladino Olivieri; il quale vince non 
solo il corpo ma anche 1’anima del suo avversario, 
perchè questi dopo la zuffa si fa Cristiano e vuol 
essere battezzato. Ma poco dopo il vincitore Oli¬ 
vieri insieme con altri baroni,’ è fatto prigioniero 
dal re degli infedeli, l’emiro Balante, padre di 
Fierabras e della bella Floripas. Per buona for¬ 
tuna questa era innamorata di Guidone di Bor¬ 
gogna, uno dei cavalieri imprigionati da Balante: 
essa traverso mille difficoltà riesce a liberare fe¬ 
licemente dal carcere i cristiani e a sposare il 
suo amato. Balante che ricusa di convertirsi è 


1 Ogni indicazione sul Fierabras prov. si troverà in Gau¬ 
tier, op. cit. Ili 8 , 889. 

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116 Capitolo sesto . 


decapitato: le reliquie della Passione sono rese a 
Carlomagno e il regno di Spagna è diviso tra 
Fierabraccia e Guidone di Borgogna. 

Il poema, oltre questa versione provenzale, ne 
ebbe in altre lingue, e merita veramente un posto 
cospicuo nella storia epica medioevale. Esso non 
ha però nulla di storico. 

Non un rifacimento di poema francese, ma ve¬ 
ramente originale di Provenza è il poema su 
Daurel e Beton . 1 II suo autore per altro mostra 
di averlo composto su reminiscenze di poemi 
nordici; esso è insomma un'opera d'arte proven¬ 
zale in cui si riflette un genere letterario francese. 
Dal linguaggio parrebbe fosse stato composto tra 
Poitiers e Bordeaux ; il manoscritto mutilo in fine, 
è in possesso di A. Didot, e contiene 2198 deca¬ 
sillabi assonanzati in serie monorime. L'argomento, 
che è assolutamente fantastico e non ha alcun 
nucleo storico, è in breve questo. Il duca Beuvon 
d’Hanstone era stato ucciso a tradimento dal suo 
amico Guion, il quale con violenza ne sposa la 
vedova Ermenjart. Guion, non contento di ciò 
vuole poi far morire il piccolo Beton, figlio del¬ 
l’amico ucciso. Ma il fanciullo è liberato da un 
fedele giullare, Daurel, il quale raggiunto nella 
fuga dagli sgherri lo salva sacrificando il proprio 
figlioletto che egli fa credere Beton. Ambedue 
proseguono fino a Babilonia dove il giovinetto è 
allevato dall’Emiro. Questi, quand' egli s’è fatto 
adulto, gli dà la propria figlia Erimene in isposa 


1 P. Meter, Daurel et Beton . Paris 1880. Gfr. anche: Gha- 
baneav, Udir, 1881 (3» serie VI) pag. 246-62. 

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Letteratura profana, eoe . 


117 


e lo fornisce d’armi e di uomini coi quali Beton 
ritorna in Francia, riconquista le terre del padre 
e uccide l’assassino Guion. Come vedesi, benché 
l’eroe sia genealogicamente collegato al ciclo ca¬ 
rolingio, più che un poema è questo un romanzo 
d’avventura. La data della composizione si può 
porre tra la fine del secolo XII e il principio del 
XIII; l’autore si ignora. 

§ 4. Questi sono i principali testi epici pro¬ 
venzali. Dei seguenti ci occuperemo più in breve. 
Di un poema del secolo XII intitolato Aigar et 
jkfaurizi si sono conservati solo due fogli che in 
complesso contengono 1442 decasillabi a serie 
monorime, da cui non si può ricavare compieta- 
mente l’argomento; per quanto se ne può giudi¬ 
care, esso è sconosciuto alla Francia del Nord; 
vi si riferiscono invece alcune allusioni di lirici 
provenzali. 1 In prosa abbiamo un racconto o cro¬ 
naca della metà del secolo XIII detto Philomena. 
Questo nome sarebbe quello del preteso autore, 
un monaco del tempo di Carlomagno che sarebbe 
stato incaricato dall’imperatore stesso di scrivere 
le sue gesta contro Narbona e Carcassona. In 
realtà si tratta di una pia frodo per esaltare la 
fondazione, le reliquie e i privilegi del monastero 
della Grasse . L’argomento è detto in poche pa¬ 
role: Carlomagno assedia Narbona e fonda nella 
valle magra l’abbazia della Grassa ; il racconto 
si spezza poscia tra le memorie di questo con¬ 
vento e un’interminabile guerra contro i Saraceni. 

1 Scheler, Aigar et Maurin. Bruxelles, Olivier, 1877. Gli 
| accenni provenzali sono in Z. II 314, K. Bartsch. 

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118 


Capitolo sesto . 


Tre eserciti pagani sono successivamente scon¬ 
fìtti; infine Narbona è presa, un terzo della città 
è dato ad Aimerico, e l’abbazia della Grasse che 
aveva attraversate tristi vicende è da Garlomagno 
restituita all’antico splendore. L’autore, meno qual¬ 
che imprestito alla cronaca del pseudo-Turpino e 
a poche tradizioni epiche, ha lavorato di fantasia 
e anche in modo punto artistico. 1 

Un altro poema di cui abbiamo frammenti è 
intitolato Tersin o Romanzo d! Arles . Un mano¬ 
scritto del secolo XIV ne conserva un brano in 
uno stato così deplorevole che si può dire inter¬ 
medio tra la prosa e la poesia. Altri frammenti 
decisamente in prosa appartengono al secolo XV ; 
ciò mostra che vi fu un poema che poi, come 
toccò a molti altri, fu desrimé cioè parafrasato 
in prosa. Esso si occupava delle guerre del re 
Tersin contro Carlomagno e delle leggende sulla 
conquista di Arles. 2 II Meyer ha dimostrato che 
il nucleo del racconto è un avvenimento storico 
ma accaduto al tempo di Carlo Martello e non 
di Carlomagno. 

§ 5. Se noi esaminiamo il complesso degli ac¬ 
cennati poemi si vede che appartengono tutti al- 


1 Sui mss. di Philomena cfr. Gautier, op. cit. I 2 , 139. Di 
questo curioso racconto ci fu una versione in latino, pubbl. a 
Firenze nel 1823 da Seb. Ciampi, De gestii Caroli Magni ad 
Carcas8onam et Narbonam. 

2 Su Tersin, cfr. P. Meyer, Bom. I, 51, e Chabaheau, in 
Udir XXXII p. 473. Queste leggende su Arles non si trovano 
in poemi francesi; sono invece narrate nella Kaiserchronih 
racconto tedesco della seconda metà del XII secolo, che non 
conobbe però il Tersin. 

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Letteratura profana , eoe . 


119 


l’epopea nazionale o ciclo carolingio, sia origi¬ 
nali oome il Girart de Rossillho, sia traduzioni 
dal francese come il Fierabras, sia opere d’arte 
su argomenti tolti da poemi francesi come il 
Daurel et Beton, sia infine opere fondate su tra¬ 
dizioni locali come YAigar et Maurin e il Tersin. 
Un’altra copiosa fonte di leggende e poemi fu 
nel Medio-evo la materia di Brettagna , cioè il 
ciclo del re Artù e della Tavola rotonda. I Bre¬ 
toni 1 avevano conservato molte antiche tradizioni 
e racconti d’amore e d’avventure, di fate e d’in¬ 
cantesimi, in cui si ravvisano gli avanzi di una 
remota mitologia sfigurata e incompresa. Questi 
materiali accresciuti di tradizioni e leggende cri¬ 
stiane, 2 3 e variati all’eccesso dalla mobile fantasia 
dei poeti costituirono un fondo inesauribile di ro¬ 
manzi immaginosi e attraenti, i cui personaggi 
come Tristano, Lancillotto, Parsifal, e le dame 
Isotta, Ginevra e altre, diventarono ben presto 
modelli stereotipi del valore, dell’amore e della 
cortesia cavalleresca. Gli eroi brettoni non rap¬ 
presentavano tradizioni nazionali e venerate che 
imponessero rispetto agli uditori e freno ai poeti: 
e però questi dettero libero sfogo al loro amore 
per i racconti meravigliosi e stupefacenti. La voga 
che questi romanzi e quelli di avventura loro assai 
somiglianti ebbero dal secolo XII al XVII è in¬ 
credibile: e contro di questi, si badi, non contro 


1 Galles e Cornovaglia al di là, Piccola Brettagna al di 
qua della Manica. Riassunto dell’epopea bretone in G. Paris, 

Liti. fr. èd. 1890, pag. 86. 

3 Materia cristiana pare specialmente la leggenda del Santo 
Qraaìy Gfr. Birch-Hirsghfeld, Die Sage vom Orai , Leipzig, 1877: 

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120 


Capitolo sesto. 


i poemi di tradizione nazionale che egli ignorava, 
diresse il Cervantes la sua satira finee pungente. 

Di romanzi provenzali che si ricongiungono al 
ciclo brettone ce ne è rimasto uno assai lungo 
ed elegante, intitolato Jaufrè . 1 Ne abbiamo due 
manoscritti e un frammento in un terzo; Tautore 
si ignora; la data della composizione è circa la 
metà del secolo XIII e più precisamente, secondo 
il Meyer e lo Stimming tra il 1222-32, ed è de¬ 
dicato a un re d’Aragona, che è quasi certamente 
Giacomo I (1213-1276). Consta di circa 10000 ot- 
tosillabi rimati a coppia. 

L’argomento non è facile da riassumere in breve. 
Jaufré, fatto cavaliere dai re Artù, si obbliga a 
punire l’insolenza di Taulat che lo aveva insultato. 
Mentre va in traccia di lui, capita nel castello 
di Brunissenda di Monbrun e, manco dirlo, se ne 
innamora, ed ella di lui, sebbene per diverse cir¬ 
costanze vi sia ritenuto come prigione. Nel ca¬ 
stello e in tutto il paese all’intorno gli abitanti 
sono soliti ogni quattro ore a innalzare un con¬ 
certo di urla, di pianti e di grida di dolore; ma 
quando Jauffré domanda il perchè di così strano 
costume, è battuto e insultato. Egli riesce a fug¬ 
gire e giunge dopo varie avventure ad un luogo 
ove apprende finalmente ciò che voleva sapere; 
il castello apparteneva all’ottimo cavaliere Melian 
di Montmelier; il quale è prigioniero e terribil¬ 
mente martirizzato appunto dal crudele Taùlat; i 
suoi sudditi han fatto voto di lamentarsi così più 


1 Sui mss. di Jaufrè, cfr. Grundriss , p. 18. Indicazioni bi¬ 
bliografiche in : Monaci, Testi ant. prov. col. 2. 

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Letteratura, profana , eoe. 


121 


volte al giorno finché duri la prigionia del loro 
amato sire Melian. Come è facile immaginare, 
Jaufré finisce per vincere Taulat e lo obbliga ad 
andare a chiedere perdono al re Artù; restituisce 
Melian ai suoi sudditi e ne ha in cambio la bella 
Brunissenda, con la quale, dopo qualche altra 
avventura maravigliosa, celebra pompose noz¬ 
ze. 1 Questi racconti, ad onta dei continui epi¬ 
sodi, delle ripetute descrizioni e dei lunghi mo¬ 
nologhi, non dispiacciono quando sono scritti con 
verseggiatura facile e con qualche eleganza di 
stile: se manca anche questo pregio la lettura 
ne è insoffribile. 

§ 6. Tale è il caso del romanzo di Blandin 
de Cornoalha e Giot Ardit de Miramar , il quale 
non appartiene al ciclo Bretone, ma è i/n vero e 
proprio romanzo d’avventura e di fantasia. Il poeta 
entra bene in argomento : 2 


1 Di Jaufré vi è forse un rifacimento spagnolo (Cfr. Giom. 
di ftt. rom. Fase. 9, pag. 159). Oltre a Jaufré, appartiene al 
ciclo bretone un frammento di traduzione dal francese del 
Roman de Merlin , in un solo doppio foglio di pergamena che 
faceva parte di un grosso e ricco manoscritto. Vi si narra 
l’episodio degli amori di Uter-pendragon e Ygerna e, dopo una 
vasta lacuna, la morte di Uter-pendragon. Quanto insomma 
è nelle pagg. 69-72, 85-87 del riassunto di P. Paris, in : Ro¬ 
mane de la table ronde , Paris 1868-78, voi. 2. Il Merlin pro¬ 
venzale é in Rdlr , XXII 105, Ghabaneau. 

2 « In nome di Dio comincierò un bel canto e narrerò d’a¬ 
more e di cavalleria e d’una franca compagnia di due cava¬ 
lieri, buoni guerrieri di Corno vaglia, che vollero girar pel 
mondo e cercar avventure e l’un d’essi, mi valga Iddio, ebbe 
nome Blandino di Cornovaglia, e l’altro si fe chiamare Gui- 
dotto Ardito di Miramar. * 

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122 


Capitolo sesto . 


En nom de Dieu commenzeray 
Un bel dictat et retrayrai 
D’amors et de cavalaria, 

Et d’una francha compagnia 
Che van faire dos cavaliers, 

De Cornoaalha bons guerriera, 

Che volgron per lo mond annar 
E lur aventura cerchar;’ 

E lo un d’els, se Dieu me valha 
* Ac nom Blandin de Cornoalha, 

Et l’aotre si fa appellar 
Giot Ardit de Miramar; 

ma il romanzo è assai insipido di forma e di 
contenuto. I due cavalieri, ora uniti ora separati, 
conducono a fine parecchie avventure, uccisioni 
di giganti, liberazioni di damigelle : e infine Blan¬ 
din come gli era stato predetto da un uccello 
dotato di favella umana, libera con tre miraco¬ 
lose imprese da un sonno magico la bella Brianda, 
Ella, com’ è naturale, appena sveglia si innamora 
del suo liberatore, e lo sposa dopo aver dato in 
moglie sua sorella Irlanda al compagno di Blan- | 
din. 1 

Altro romanzo d’avventura è il Guillem de la j 
Barra , scritto nel 1318 da un poeta della scuola 
tolosana, Arnaldo Vidal di Castelnoudari, dedi- | 
cato a un nobile di Linguadoca chiamato Sicart 
di Montaut, e conservato in un manoscritto del 
marchese della Garde. Nella solita forma dei versi 
ottosillabi accoppiati racconta le poco interessanti 


1 P Meyer, Blanditi in Rom. II 170. Sul ms. unico di To¬ 
rino, cfr. Renier, in Giorn. stor. d. lett. ital. VI 476. Il ro¬ 
manzo ; Guillem de la Barra fu pubb. da P. MgTiB, Paris, 1868, 

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Letteratura profana , eco» 


123 


avventure dell’eroe, che è suddito di un re della 
Serra oltre Ungheria. La novella è stata rifatta 
anche dal Boccaccio nel suo Decameron (G.* II 8.*). 

§ 7. Dai romanzi d’avventura alle novelle è 
breve il passo. La novella (in provenzale Novas 
al plurale) fu un genere letterario assai gradito 
nell’alta società provenzale, e di lì passò in Italia 
e in Catalogna. In Provenza essa conserva la 
forma poetica dei romanzi, cioè gli ottosillabi ri¬ 
mati a coppia. La più lunga è intitolata Flamenca 
ed è al tempo stesso uno dei poemi più spiritosi 
del Medioevo e di quelli che ci danno maggiori 
notizie sulla vita signorile della fine del se¬ 
colo XII. Il manoscritto è nella Biblioteca di Car- 
cassona ed è mutilo sul principio e alla fine, cioè 
proprio nei luoghi dove forse era detto il nome 
dell’autore; la novella è di 8087 versi e si può 
con grande probabilità fissare la data della sua 
composizione all’anno 1234. Il Meyer crede ve¬ 
dervi l’influsso della poesia francese. L’argomento, 
di pura invenzione, è questo : Flamenca, figlia del 
conte Guy de Nemours, è sposa al gelosissimo 
Archambaud de Bourbon il quale non le permette 
se non di andare alla chiesa del castello, alla 
domenica. Ma il bel cavaliere Guglielmo di Nevers 
si veste da chierico e accompagnando il sacerdote 
durante il bacio delle reliquie, può sussurrare la 
frase: Hailas. (ahi lasso!). La domenica seguente 
Flamenca riesce a mormorargli: Que plains? (di 
che ti lagni?) e sempre con l’intervallo di una 
settimana, si stabilisce un dialogo direi quasi te¬ 
legrafico: Mor mi (muoio); risponde Guglielmo. 
De qué?; D 9 amor; Per cui?; Per vosi; Qu'en 

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124 


Capitolo sesto . 


pucs? (che poss’io farci?); Garir! (guarirmi); 
Consi (come ?) ; Per gein (con astuzia) : e cosi di 
seguito, finché perfettamente accordatisi, i due 
amanti riescono a combinare un abboccamento che 
è credibile non sarà stato di semplici bissillabi. 1 

Un buon poeta è Raimon Vidal di Besalu, della 
prima metà del XIII secolo : di lui ci restano due 
novelle: Il Castia-gilos (Castigo del geloso) che 
tratta il solito tema : l’amore di un cavaliere arago¬ 
nese, Bascol de Cotanda, per Alvira moglie del ge¬ 
loso Alfonso di Barbastre. 2 L’altra intitolata Un 
giudizio d* amore , narra in 1397 ottosillabi la con¬ 
tesa di due donne che, con gli argomenti tanto 
cari alla scienza d’amore del Medioevo, si dispu¬ 
tano un amante e la decisione è data dal ca¬ 
valiere Messer Ugo di Mataplana. 3 

Un’altra breve novella di 300 ottosillabi a coppia 
è quella di Arnaut de Carcasse intitolata del Pa- 
pagai (Papagallo). Il personaggio principale è in¬ 
fatti un papagallo di molta eloquenza il quale 
induce una bella ritrosa, alle voglie del di lui pa¬ 
drone, il giovane Antiphanor ; e, perchè gli amanti 
non sieno disturbati nel giardino, egli incendia il 
castello col fuoco greco. Questa menzione e il 
nome del giovine fanno sospettare una fonte bi¬ 
zantina. 4 


1 Flamenco, fu pubb. da P. Meyer, Paris 1865. 

2 È di circa 458 ottosillabi a coppia. Pubblicata dal Mahn, 
Werke III 226. 

8 Corkicelius, So fo él tempo c’om era iays, Berlin 1888. 
Pei Mss. cfr. Grundriss , p. 21. 

4 Oltre le citazioni in Monaci, Testi ant. prov. col. VII, la 
novella é in Bartsch, Chrest. prov . 1875, p. 257. Data della 

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Letteratura, profana, eoe . 


125 


§ 8. Un genere narrativo che accenniamo solo 
per completare questa rassegna, è quello della 
favola. Esso non fu ignoto in Provenza, ma non 
ne abbiamo che meschinissimi avanzi. Una bella 
favola è quella in 70 ottosillabi a coppia di Pie¬ 
tro Cardenal che fiori verso il 1230, appartenente 
a nobile famiglia di Puy nel Velay, celebrato au¬ 
tore di serventesi morali, e molto protetto da 
Giacomo I d’Aragona. Egli narra che in una 
città cadde una pioggia di tal natura che rese 
pazzi tutti i cittadini, tranne uno che dormiva in 
casa nel momento della pioggia e che perciò 
non fu toccato. Il giorno dopo tutti commettono 
stramberie, tranne quel solo che si meraviglia e 
che dagli altri è creduto pazzo e percosso e co¬ 
stretto a fuggire. La morale non è difficile: la 
città è il mondo, la pioggia è la cupidigia dei 
beni mondani, i pochi creduti pazzi quelli che 
non curando le vanità attendono alla saviezza e 
alla virtù. 1 Oltre questa favola morale vi fu an¬ 
che in Provenza una raccolta di favole esopiche 
di cui il Rajna trovò un breve frammento, di 43 
versi, che contiene la fine della favola del Pa¬ 
vone e della Cornacchia e il principio dell’altra 
La mosca e la mula . La raccolta provenzale era 
la traduzione libera di una raccolta latina molto 
usata nel Medioevo col nome di Esopus . 2 


composizione e ms. cfr. Z. II, 498, Bartsch. Altri papagalli 
parlanti, cfr. Romania XIX 109. 

1 Mss. ed edizioni, cfr. Qrundrits , p. 47. Pubb. anche nella 
Chreot. del Bartsch, p. 173. 

2 P. Rajna, in Romania III 291. Quanto alle favole, due 
raccolte ne ebbe la decadenza latina, Avianus e Romulus. 

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126 


Capitolo sesto . 


§ 9. Abbandoniamo ora la poesia narrativa 
epica o romanzesca/ nella quale la fantasia e 
Tinvenzione tengono se non tutto almeno la mas¬ 
sima parte del campo, e vediamo i racconti di 
storia. 1 Ma, badisi, il concetto di essa nel Me¬ 
dioevo, almeno in lingua volgare, è affatto diverso 
dal concetto moderno. La storia, racconto dei 
tempi passati, è solo per la gente colta ; epperciò 
essa nei Medioevo, fu senza eccezione, in latino; 
pel volgo, e intendo dire per chi non era del 
clero, erano storia indiscussa le canzoni di gesta 
e i racconti tradizionali dei giullari. Ma nel se¬ 
colo XI le crociate, specialmente la prima (1096), 
che portarono tante migliaia di guerrieri lontani 
dalla patria, richiamarono l’attenzione di tutti so¬ 
pra un fatto presente e interessante: i rimasti 
vollero sapere le eroiche imprese dei partiti; i 
ritornati vollero raccontare agli amici stupefatti 
le loro avventure; la storiografìa in volgare data 
propriamente da quegli anni e da quegli avveni¬ 
menti. 

Senonchè la forma narrativa cui era avvezzo 
il volgo era, lo sappiamo, quella del poema epico. 
E perciò i racconti storici volgari presero direi 


Questo secondo non è che la parafrasi in prosa delle favole 
di Fedto. Il Bomulu8 fu accresciuto poco dopo il 1000 di altre 
favole. Verso il 1150 un anonimo (Walter l'Inglese?) mise in 
distici i 3 primi libri del Bomulua e intitolò il suo lavoro 
Esopus: fu questo il testo di due traduzioni francesi e, a 
quanto pare, di questa provenzale perduta. Gfr. G. Paris, 
Liti. fr. èd. 1890, p. 117. 

1 Pel ciclo classico, v. nota in fine del capitolo alla ru¬ 
brica imitazione dèli*antichità, 

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Letteratura, profana , eoe . 


127 


quasi fatalmente la veste poetica delle canzoni 
di gesta e a lungo andare, alterati inconsciamente 
e talora consciamente 1 dai giullari, ne ebbero 
anche il carattere e la poca o niuna credibilità. 
Così noi abbiamo una serie di poemi semi-storici 
e semi-leggendari, i quali ora esamineremo. Il 
primo, e che pare avesse maggiore veridicità e 
ima discreta ampiezza, ma che si è completamente 
perduto, è un poema sulla 1* crociata, di un ca¬ 
valiere limosino, Gregorio Bechada. Fu composto 
per domanda di Eustorgio vescovo (1106-1137) 
di Limoges: di esso poema, dice Gottofredo di 
Vigeois che era: ingens volumen , composto ma¬ 
terna lingua , rhythmo vulgari. 2 

Un frammento di poema che si riferisce pure 
alla prima crociata è la così detta Chanso di 
Antiocha , la quale racconta la battaglia dei Cri¬ 
stiani contro i Saraceni davanti Antiochia il 28 
giugno 1098. Il manoscritto è all’Accademia della 
Storia di Madrid e pare della prima metà del se¬ 
colo XIII, ma il poema risale al secolo antece¬ 
dente. Sebbene rimangano solo 707 versi dode¬ 
casillabi assonanzati in serie monorime, noi ne 
conosciamo quasi tutto Y argomento, perchè il 
poema fu utilizzato dal compilatore di una cronica 
spagnola del principio del secolo XIV, la Gran 
Conquista de Ultramar. Il frammento provenzale 


1 Abbiamo testimonianze formali di giullari che fecero pa* 
gare alle famiglie l’onore di essere nominate nel racconto 
delle Crociate. 

2 Ogni indicazione sul Bechada, si avrà in Romania X 
459 e 591. Il Bartsch {Grundri88 t p. 5) erra chiamandolo Gu¬ 
glielmo. 

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128 


Capitolo sesto. 


rimastoci incomincia a narrare come il re Cor- 
baran di Persia vedendo uscire da Antiochia i 
battaglioni cristiani, da un certo Arloys se ne fa 
indicare i capi: ecco, per esempio, quel che ri¬ 
guarda Goffredo di Buglione: 

“ Arlois „ dis lo reis, “ guarda no m’en mentir, 
Si tu es aiisatz de gabs e d’escarnir: 

Qual es acquesta jens que vei aqu i venir? „ 

“ Per fe „ ditz Arloys, M aquo vos sai be dir : 

50 es dux Guodafre que vos ve evazir, 

Q’eul conosc a sas armas e a so jens guarnir 

Can lo dux pren sas armas e va las revestir 

51 fa tota la terra desotz sos pes fremir, 

De mai d’una peirada las ausiratz bruir ; 

E porta una spasa don sap aisi ferir 
Anc no vi Sarrazi fort armar ni guarnir 
Si pel sus de son elme li pot un colp ferir 
Que entro els arssos noi veja tot partir, 

Ja escut ni ausbere noi poirà colp sofrir. „ 1 

Il merito letterario di questo poema, a giudi¬ 
carne da quanto ne abbiamo, è assai scarso. 2 


1 < Arloigi, disse il re, sebben tu sei uso d'inganni e di 
scherno, guarda di non mentirmi ora. Chi è codesta gente 
che vedo qui venire? Per mia fè, disse Arloigi, io ve lo so 
ben dire. Codesti è il duca Goffredo che vi viene assalire, 
ch'io lo conosco alle sue armi e al suo bello abbigliamento. .. 
Quando il duca prende le sue armi e se ne riveste, fa sotto 
i suoi piedi fremere tutta la terra, e le udreste tinnire più 
lungi d'un tratto di pietra; e porta una spada di cui sa dar 
si gran colpi ch'io mai non vidi Saracino cosi bene armato e 
difeso che se disopia dell'elmo lo possa colpire non lo squarci 
tutto fin dentro all'arcione, e nè scudo nè usbergo non varrà 
a ripararlo. > 

2 Pubb. in Archtves de VOrient latin , II 467, da P. Meyeh. 
Si cfr. Romania XIV, 311 (P. M.) e XVII, 513 (G. P.). 

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Letteratura profana , eco . 


129 


In condizioni molto peculiari ci è giunto un 
poema sulla Crociata contro gli AlbigesL II ma¬ 
noscritto è a Parigi (La Vallière, 91): il Ray- 
nouard ebbe anche un frammento di un altro mano¬ 
scritto. Questo poema di 9578 dodecasillabi a serie 
monorime, è opera di due autori contemporanei 
agli avvenimenti 1 e però può dirsi veramente sto¬ 
rico. Il primo autore è un tale Guglielmo da Tu- 
dela, protetto dal conte Baldovino fratello del conte 
di Tolosa: Guglielmo, rimatore di professione, si 
mette nel 1210 a narrare in versi i fatti della cro¬ 
ciata, ma senza profonda convinzione nè calore 
patriottico o poetico, e in un gergo in cui me¬ 
scola secondo le esigenze della rima forme di 
Francia e di Linguadoca. Egli si arresta al 1213; 
poco dopo il conte Baldovino è ucciso, di Gu¬ 
glielmo nulla si sa, e il poema resta incompiuto. 
Ma un anonimo, tolosano, protetto da Roger Ber- 
nart figlio del conte di Foix, seguita il poema col 
più ardente patriottismo per la sua Tolosa che 
aveva respinto i crociati e conduce la narrazione 
fino al secondo assedio di Tolosa (1218): qui si 
arresta a mezzo senza dire se ha finito o se vo¬ 
leva continuare. Questo anonimo, senza essere un 
corretto scrittore è però migliore dell’altro. Noi 
qui abbiamo dunque non un poema ma due pezzi 
di poema insieme saldati, i quali non differiscono 
solo per la lingua, ma anche moltissimo per lo 
spirito che li anima: il primo è tiepidamente be- 


1 Alcuno ne volle autrice una dama del Quercy, Dorimunda. 
Gfr. Malwowski, in Bull, de la Soc. des Études du Lot, VI 
(1880), p. 574, e Sdir. 1880, p. 35. 

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Capitolo sesto . 


nevolo, il secondo acerbo avversario dei crociati 
Francesi. Merita lode anche la forma che senza 
essere squisita è però fluida e scorrente; ma Firn- 
portanza maggiore del poema è di rappresentare 
vivi gli odii, gli esterminii, le lotte sanguinose e 
teologiche di quegli anni per la Provenza così 
tormentosi. Anche questo poema, come molti al¬ 
tri, fu parafrasato in prosa, e ne abbiamo un ri¬ 
facimento prosaico che non deriva però, come cre¬ 
dette il Bartsch, da un testo più completo del 
poema. 1 2 * * * * * 

Alla seconda metà del secolo XIII appartiene 
un racconto in alessandrini a serie monorime della 
Guerra di Navarra del 1276 , composto da Guillem 
Anelier di Tolosa. Di costui si hanno anche alcune 
liriche. * Quest’opera assai prolissa è lungi dal- 
l’offrire, anche pel soggetto trattato, l’interesse 
della crociata Albigese. Un’altra relazione storica, 
in prosa appartenente al secolo XIII è il racconto 
della Presa di Damiata nel 1219 pubblicato nel 1877 
dal Meyer, da quattro doppi fogli della Biblioteca 
dell’Arsenale, scritti al principio del XIV secolo; 
esso è forse un riflesso di un racconto francese. 8 


1 Indicazioni bibliografiche in Monaci, Testi ant. prov. col. VII. 

2 II Meyer non crede all’identità del V Anelier epico col li¬ 

rico {Rom. I, 379), che è invece ammessa dal Suchier ( Jàner 

Liter, 1877). La Otterrà di Navarra è edita in : Colìection de 

docum . inédits , Paris. 1856, da Fr. Micéel. 

8 La Fresa di Damietta è pubb. da P. Meyer nel voi. 38°. 

Bill, de VÉc . des Chartes. Per altri documenti provenzali (cro¬ 
niche, genealogie, ecc.) puramente storici e non letterarii, si 

cfr. Grundris»^ § 40 e 54,4, e Chabaneatt ; Appendice alle Bio • 
graphies des Troub. Toulouse, Privat, 1885. Tra essi è impor¬ 
tante il Libre de Memorias di Giacomo Mascaro di Beziers, 
specie di cronica che al 1390. 



Letteratura profana, eco. 


131 


Nota. — Poemi provenzali perduti. — Gli accenni 
dei trovatori provenzali a poemi e storie cavalleresche 
sono così numerosi e importanti, che richiamarono di 
buon’ora l’attenzione dei dotti. Il Fauriel ne ha una 
lunga lista (III 453-515) che fu ancora arricchita dai 
Birch-Hirschfeld ( Ueber die provenzale Troub . des 
XII und XIII Jabr, bekannten episcben Stoffe . — 
Halle , Niemeyer 1878. — Recensioni: Rom, VII, 448; 
Z. II, 318; Literaturblatt f. roman. und germ . PhiloL 
1880, N. 1). Questi accenni provano all’ evidenza la 
popolarità di certi poemi e romanzi, ma è raro il caso 
che si possa discernere se si riferiscono a testi francesi 
o provenzali. Sotto questo aspetto, le poesie provenzali 
più ricche di allusioni sono una di Guiraut de Cabreira 
e una di Guiraut de Calanson — ( Bartscb : Denkm . 
pag. 88-101). 

Epica Nazionale. — Alla epopea provenzale si è vo¬ 
luto riferire tutto quel ciclo epico (una ventina di poemi; 
24 secondo Gautier) che si chiama Cielo Narbonese 
o di Guglielmo d’Órange o Gesta di Garin de Mon - 
glane. Questo Guglielmo è da identificarsi con quello 
che era nel 790 conte di Tolosa: a Villedaigne nel 793, 
sebbene sconfitto, riuscì ad arrestare i Saraceni che 
minacciavano la Francia; nell’806 entrò nel chiostro 
di Gallona e vi morì nell’812 in odore di santità. Tutti 
i 24 poemi del ciclo narbonese sono in francese, ma 
gli argomenti, le descrizioni, i nomi degli eroi, il luogo 
dell’azione, le conoscenze geografiche, tutto accenna al 
Mezzodì. Sono essi rifacimenti o riflessi di canzoni pro¬ 
venzali? Molto probabilmente no; ma la questione non 
è ancora ben chiara. Il Rajna dubita che anche questo 
ciclo, come il Girart, sia Borgognone, il che soddisfe¬ 
rebbe gli avversari ed i sostenitori, ma l’ipotesi avrebbe 
bisogno di ulteriori studi. — (Tutta la questione è vi¬ 
vacemente esposta in Gautier: Epopées frane., p. IV, 
p. 8. Cfr. anche Rajna: Origini , 534. — Nyrop: Storia 
dell'Epopea , p. 165. — G. Paris: Litterature fr. [edi- 
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Capitolo sesto. 


zione 1890], p. 62.) — (Per un poema su Rinaldo , vedi ! 
più oltre Ciclo bretone). 

Imitazione delP antichità. — Ci si è conservato, ! 
come abbiamo visto al cap. 2° § 8 un frammento del 
Poema su Alessandro di Alberico di Besan^on. 

Sotto questa rubrica di imitazione dell’antichità po¬ 
niamo alcuni titoli di opere, che propriamente non erano 
che traduzioni o rifacimenti di romanzi greci della de¬ 
cadenza o bizantini. 

Dopo Alixandre fìl Filipon (Alessandro figlio di 
Filippo) il già citato Guirautz de Cabreira (verso 1170) | 

nomina Apoloine o Apollonio di Tiro. Questa storia 
pietosa assai nota nel Medio-evo è anche due volte 
accennata in Flamenca e ha un lungo ricordo in una 
poesia di Arnaldo di Marsan (fine XII sec.). Le ver¬ 
sioni francesi sullo stesso argomento sono del XIII se¬ 
colo; non è impossibile che T Apollonio di Tiro abbia 
avuto una più antica redaz. provenzale; non v’ b però 
niuno argomento che avvalori questa non negata pos¬ 
sibilità. 

Di origine greco-bizantina, ma piuttosto novelle che 
romanzi, sono Aucassin et Ni colette (a mezzo il se¬ 
colo XII) e Floris e Blancaflor, testi francesi, di cui 
(Grund . pag. 5, 20) si è supposto gli originali pro¬ 
venzali, ma a torto. Più probabilmente ci fu in pro¬ 
venzale una traduzione del celebre Romanzo dei Sette 
Sapienti (origine orientale, trafila di traduzioni, greca, 
latina) celebre raccolta di novelle. Il Bartsch (Grun~ 
dris , pag. 22) ne cita un manoscritto (provenzale?); 
lo Chabaneau ( Revue des lang. rom. X, 105), ricorda 
la menzione che del romanzo fanno le Leys d’Amors 1 
e ammette la probabile esistenza di una versione pro¬ 
venzale. , 1 

Ciclo bretone e romanzi d*avventura* — Una serie 
di malintesi fece credere che il celebre trovatore Ar¬ 
naldo Daniello avesse scritto un poema provenzale 
su Lancilotto e che questo fosse la fonte di un Lan- 

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Letteratura profana, eoe. 


133 


celot tedesco composto nel secolo XII dal mastro-can¬ 
tore Ulrico di Zatzikhoven. G. Paris ( Rom . X, 478) ha 
dimostrato all’evidenza la falsità di questa credenza, 
e che Ulrico prese da un originale francese. 1 Allo 
stesso A. Daniello (ed è perciò che lo noto qui) si at¬ 
tribuì un poema sull* Arrivo di Rinaldo in Roncis - 
valle, ma anche questa è una fiaba. (Cfr. U. A. Canello : 
Vita di A. D . p. 30). Altro supposto romanzo pro¬ 
venzale del ciclo bretone sarebbe stato un Perceval o 
Parsifal; ne è fatta menzione da Wolfram di Eschen- 
bach, che cita come una delle sue fonti: Kiót.,. ein Pro - 
vernai (confr. Grund ., pag. 19). Un romanzo d’avven¬ 
tura e assai popolare pare essere stato quello sugli 
amori de Andrieu de Franza , perduto, che probabil¬ 
mente era francese sebbene i maggiori accenni si tro¬ 
vino in poeti meridionali (Cfr. Paris: Liti. fr. fed. 1890] 
p. 108 e Rom . XVIII, 473). Su una pretesa fonte pro¬ 
venzale del Daniel vom Blumenthal di Striker, poeta 
tedesco tra il 1230 e 1250, v. Grund., pag. 18. 

Novelle. — Abbiamo prove sicure che molte novelle 
provenzali sono andate perdute. Di alcune, e assai gra¬ 
ziose sebbene paiano piuttosto brevi aneddoti che compo¬ 
sizioni di una certa lunghezza, conosciamo l’argomento, 
poiché esso ci è stato conservato dal nostro France¬ 
sco da Barberino il quale le riassume e le attribuisce 
a P. Vidal, a Miravai, a R. Jordan, a Raimbaut, e a 
Folquet. (Cfr. A. Thomas: F. da Barò, et la Liti, 
prov . en Italie au M., A., Paris 1883, pag. 114, 116, 
129, 143). Di altri accenni che troviamo sparsi in altri 
poeti e autori noi non sappiamo, ai solito, se si riferi¬ 
scono a testi francesi o provenzali. 


1 Non certamente di A. Daniello, ma una traduzione pro¬ 
venzale del Lakcelot francese pare che realmente abbia esi¬ 
stito, Cfr. Udir. XXII, p. 105 e seg. 


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CAPITOLO VII. 


LETTERATURA PROFANA: SCIENTIFICA, 
DIDATTICA E MORALE. 


§ l.° La scienza medievale è essenzialmente 
latina, cioè in possesso dei clerici e delle classi 
letterate. Essa perciò, a dispetto delle mutate con¬ 
dizioni di vita e di costumi, rimase anche in vol¬ 
gare un pallido riflesso della sapienza classica: 
si ripetevano ingenuamente i precetti politici di 
Aristotile e le regole militari di Vegezio con la 
ferma persuasione di fare opera utile agli Stati 
e agli eserciti dei tempi feudali. E, oltre questo 
continuo controsenso, altre cause contribuirono a 
intorbidare questo riflesso dairantica scienza: in¬ 
nanzi tutto, il caso non raro che si fraintendesse 
il proprio modello, e in secondo luogo special- 
mente per le scienze d’osservazione e naturali, si 
trasceglievano dagli antichi autori piuttosto i fatti 
meravigliosi e fantasiosi che le nozioni più sem¬ 
plici ma positive. Sulla materia a questo modo 
raccolta agiva poi potentemente il sentimento re¬ 
ligioso. Nel Medioevo la vita deiruomo e dell’u- 
niverso ha un solo scopo: la salute dell’anima e 
la glorificazione del Creatore; donde un continuo 

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Letteratura profana, eco. 


135 


impulso a mutare l’osservazione positiva in medi¬ 
tazione subiettiva, il fatto in simbolo, la nozione 
materiale in allegoria o in precetto morale. Le 
simmetrie anatomiche, i costumi degli animali, le 
virtù dei minerali, furono così convertite in mo¬ 
ralità e, come può credersi, la stranezza dello 
scopo non poteva che indurre ad accumulare le 
stramberie e gli errori. Quanto alla esteriorità, la 
scienza passando dal latino al volgare dovè ac¬ 
conciarsi a quelle forme che più piacevano agli 
indotti di latino: quindi dovettero spesso vestirsi 
poeticamente di decasillabi e di alessandrini i 
gravi precetti dell’igiene e della chirurgia e per¬ 
fino le nozioni della zoologia e della metodolo¬ 
gia. Ciò spiega perchè questi trattati possono e 
devono far parte della storia di una letteratura 
medievale. 

§ 2. Le opere di indole grammaticale e re¬ 
torica furono già da noi accennate (V. pag. 1-8). 
Di trattati di diritto romano possediamo una li¬ 
bera traduzione, dal latino in prosa provenzale, 
del Codice di Giustiniano . Essa è del secolo XIII 
e non ne fu pubblicato che un breve passo. 1 Un 
altro trattato di diritto del secolo XIV è inedito 
I nel ms. fiorentino ex-Libri, 101, e sappiamo che 
esistè anche una traduzione del Codice teodosiano , 
ma è andata perduta. 2 Un trattato di legge e di 
ì politica è YAlbre de battalles che fu scritto in fran¬ 
cese da Onorato Bonnet priore di Salon verso i 


1 Nella Chrest del Bartsch, p. 297. Essa è nei mss. pari¬ 
gini: spagn. 254 e fr. 1932. 

* Romania, XII, 338, Cha@aheau, Biogr. p. 198, 

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136 


Capitolo settimo. 


primi anni del regno di Carlo VI (1389-1422), e 
che parla dei doveri dei principi e dei diritti di 
Stato. Ne rimane una traduzione provenzale del 
secolo XV quasi totalmente inedita: 1 la lingua è 
già fortemente infrancesata. 

Tra gli esercizi del Medio-evo ebbe, còme ognuno 
sa, posto importantissimo la caccia; rallevamento 
degli uccelli rapaci diventò una vera, scienza. Ci 
resta un lungo trattato di 3780 ottosillabi rimati 
a coppia, intitolato Lo romans dels Auzels cas- 
sadors , che insegna a distinguere le varie specie 
degli uccelli da caccia, ad ammaestrarli e a cu¬ 
rarne le malattie. Fu scritto sul principio del se¬ 
colo XIII dal trovatore Daude o Deude de Pra- 
das, che fu più tardi canonico di Magalona. Que¬ 
st’opera è importante, oltreché dal lato linguistico, 
anche come fonte del libro De Avibus rapacibus 
attribuito a Federico II, e di altri congeneri. 2 
Daude de Pradas scrisse anche poesie liriche ma, 
dice la sua biografìa, non furono accolte con molto 
favore : ce ne resta una ventina. La sua vocazione 
era per la poesia didattica; oltre il citato poema, 
ne scrisse un altro di indole morale in 1810 ot¬ 
tosillabi sulle Quattro virtù cardinali, che sono: 
savieza, cortezia , mezura e drechura : dedicò que¬ 
st’opera a Stefano di Chalengon vescovo di Puy 
dal 1220 al 1331. 3 


1 Nel ms. parigino 7807. Un brano nella Chrest. del Bàrtsch, 
p. 397. 

2 Edito dal Monaci nel fase. 12° degli Studi di fìl. romanza . 
8 Edito da Austin Stikney : The rom. of Daude de Pradas ecc. 

Firenze, 1879. 


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Letteratura profana , eoe. 


137 


Gi rimangono completamente inediti, altri trat¬ 
tati di scienze varie, per esempio un Trattato di 
Botanica in prosa del secolo XIV 1 e un Trattato 
di Agrimensura , dello stesso secolo, che sembra 
essere una traduzione di un testo latino attribuito 
a un Arnaldo di Villanova maestro in medicina. 
Il traduttore provenzale fu molto probabilmente 
Arnaldo del Puey, notaio ad Arles verso il 1380- 
1400, e la traduzione è in prosa preceduta però 
da una lunga introduzione in versi 2 . Altri trattati 
riguardano la scienza del tempo, per esempio il 
Poema del computo in 144 ottosillabi, composto ne¬ 
gli ultimi anni del secolo XIII, forse da Raimon Fe- 
raut autore della Vita di S. Onorato (v. capit. se¬ 
guente). E un dialogo in cui un interlocutore inse¬ 
gna all’altro il computo delle feste ecclesiastiche, 
mobili, fìsse, e simili; ed è probabilmente una tra¬ 
duzione, ma l’originale latino non si conosce. 3 
Nomineremo poi due Calendarii e predizioni in 
prosa che più che altro sono avvertimenti di non 
mettersi in viaggio in dati giorni, non sposare 
in dati altri, e simili pregiudizi sciocchi. 4 Ai 
quali possiamo riattaccare le pratiche supersti¬ 
ziose della divinazione, di cui ci resta un'curioso 
testimonio. In un vecchio muro di Cordes presso 
Albi fu trovato un foglio di pergamena piegato, 
con al margine tante cordicelle colorate e corri- 


1 Ms. ex-Libri, 105, efr, Rom. XII, 241. 

2 Due mss. uno a Carpentras (n.° 323) e uno ad Aix. 

9 Edito da Chabaneau, Revue des lang. rom. XIX, 63. 

4 Uno edito da Suchier, Derikm. 1,107, l’altro dal Bartsch, 
Denkrn. 315. A questa sezione può unirsi un trattato di Algo- 
ri8mo del sec XV, ined. nel ms. parigino, 4140 r 

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138 


Capitolo settimo . 


spendenti ciascuna a una risposta scritta nel te¬ 
sto. Si sceglieva un filo all’ azzardo e si leggeva 
la propria sentenza. Il foglio è una traduzione di 
un originale latino, che si conserva, intitolato 
Sortes Apostolorum 9 il quale però degli Apostoli 
non ha che il nome: le risposte sono 56 sentenze 
morali e, come si capisce, più o meno accomo¬ 
date a qualunque domanda. 1 

Di altra natura, ma non meno superstiziose sono 
le credenze medievali nelle virtù delle gemme; 
donde i numerosi lapidarii dei quali celeberrimo 
e più spesso tradotto fu il Liber de gemmis di 
Marbode, vescovo di Rennes morto nel 1123. Ci 
son rimasti i frammenti di una traduzione in prosa 
provenzale del secolo XIII : le qualità delle pietre 
sono le più meravigliose che possa credersi ma 
i nomi loro sono così strani che è difficile ca¬ 
pire di che gemma si parli. Ecco, ad esempio, 
un’indicazione buona pei cantanti : Calcofons to- 
cada a la cara si reveremen ab caste cors sia 
portada eia dona as aquel qui la porta dos tant 
de votz e que ya no rouquitgera; e es de negra 
color. „ 2 Altrettanto sicure e stupefacenti sono 
le cognizioni zoologiche che il Medio-evo ci ha 
tramandato nei suoi bestiarii . Ce ne rimane uno 


1 È del sec. XIII, edito da Chabaneau, Revue des lang. rom. 
XVIII, 157. Vi furono pure le Sortes sanctorum , le Sortes pro~ 
phetarum, ad onta che più volte la Chiesa severamente ' vie¬ 
tasse simile profanazione dei testi sacri. 

* « Calcofonte, accostata al viso se con reverenza e con 
casto corpo sia portata dà a chi la porta il doppio di voce e 
che più non diventa rauca, ed ell’è di nero colore Edito dal 
Meter in Jahrbuch , IV, 78 e V, 689. 

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Letteratura profana, eco . 189 

moralizzato, ossia in cui i fatti son volti a pre¬ 
cetto morale o religioso: esso è del XIII secolo, 
e pare una traduzione più o meno libera del fa¬ 
moso Physiologus: è questo un trattato di zoo¬ 
logia in versi greci, un commentario del quale è 
attribuito a Sant’ Epifanio arcivescovo di Cipro 
(m. 406). 1 Un altro Piccolo bestiario provenzale, 
in prosa e anonimo anch’esso, pare alquanto più 
antico del precitato: esso pure espone i più ac¬ 
certati costumi degli animali; e per esempio, 
questi: 

“De la vibra. La vibra can ve home nut eia 
non l’auza regardar de paor, e cant lo ve vestit 
noi preza re e sauta li desus. — De aspis. Aspis 
es la serp que garda lo basme; e cant hom voi 
aver del basme, hom lo adormis ab esturmens e 
pren hom del basme; e can ve que es enganatz, 
el se clau la una aurelha ab la eoa e freta tan 
l’autra per terra tro que tota l’a clauza, per so 
que non auja los esturmens e velha. „ 1 2 

1 Edito in Annuaire de l’assoc. pour Vencouragement dee 
Hudes grecques en Frutice, a. 1873. La traduzione provenzale 
è edita dal Montet, nella Hist. littér, des Vaudois du Piemont, 
p. 60 e 220. 

2 «Della vipera. La vipera quando vede l’uomo nudo non 
l'osa guardare dalla paura : e quando lo vede vestito noi pre¬ 
gia punto e gli salta addosso. — Dell’aspide. Aspide è la serpe 
che custodisce il balsamo : e quando uom vuole avere del bal¬ 
samo lo addormenta con istromenti e così prende del bal¬ 
samo; e quando ei vedesi co9ì ingannato, e'si chiude un’o¬ 
recchia con la coda e frega l’altra orecchia per terra fin che 
tutta l’ha chiusa per non udire gli istromenti, e così ve¬ 
glia ». Edito dal Bartsch, Prov. Lesebuch , 162. Sui Bestiarii 
medievali vedasi lo studio del Kressner nel voi. LV (a. 1876) 
dell'Arch. f. d. s. d. neueren Sprachen. 

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140 


Capitolo settimo. 


Una scienza che il Medio-evo coltivò con ar¬ 
dore, e nella quale se non nelle teorie generali 
almeno nella pratica usuale era più pericoloso 
P abbandonarsi alla fantasia, fu la medicina e le 
varie sue branche. Abbiamo un Poema sull 3 /- 
giene in 448 ottosillabi, Esso non è che tradu¬ 
zione di una famosa Epistola Aristotilis ad Ale- 
xandrum che ò nel Secretum secretorum, libro 
molto in voga nel Medio-evo e che deriva diret¬ 
tamente da fonti arabiche, il traduttore proven¬ 
zale però attribuisce la lettera a Galian , Galeno, 
e dice di servirsi anche di Ippocrate, ma ci guar- 
derem bene dal credergli. Questo poemetto fu co¬ 
nosciuto e citato da Matfré Ermengaud (1280-1322), 
è quindi più antico. I precetti igienici, del resto, 
sono di un’indiscutibile utilità; per esempio in 
Primavera : 

Primaveira es plus tempratz 
e adoncs es grans sanitatz 
de mecinar o de sanenar 
o de belhas domnas baisar, 
o de manjar condutz tempratz 
que ajan bonas qualitatz, 
calletas grassas o perditz 
e ueos tenres e pois farsitz 
e laig de cabra al disnar 
e laychuguetas al sopar. 1 


1 « Primavera è stagione più temperata, e dunque è gran 
sanità di medicarsi e far salasso o di baciare belle donne, o 
di mangiare acconcie vivande che abbian buone qualità, qua- 
gliette grasse o pernici e uova fresche e polli tarsiti o ca¬ 
pretto arrosto a pranzo e lattughine a cena ». Edito dal Su- 
chier, Denkm. I, 201; un altro ms. segnalato dal Molaci è il 
arò er intano, X, 129. 

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Letteratura profana , ecc. 


141 


A proposito di igiene, si può ricordare un breve 
squarcio di prosa che enumera Le virtù delf ac¬ 
quavite toniche e medicinali; fu tradotto anche 
in catalano. 1 Attinenti all’ argomento sono pure 
due brevi trattati De Jas sangnias cioè de’ giorni 
piu propizii a farsi salassare. 2 Assai più impor¬ 
tante è un Trattato di chirurgia in 1571 versi 
dodecasillabi, in principio a lasse monorime di 
10 versi poi a strofe di quattro. Esso è traduzione 
dei primi tre libri di una ben nota Practic a me - 
dieinae scritta verso il 1180 da Ruggiero di Parma 
che aveva studiato a Salerno. Questa traduzione 
in versi provenzali fu fatta verso il 1209 da un 
certo Raimondo d’Avignone, anch’egli medico-chi¬ 
rurgo e uscito dal celebre Studio salernitano. La 
traduzione è fedele ma qua e là sono intercalate 
interessanti osservazioni individuali. 3 Abbiamo poi 
un altro Trattato di chirurgia di Albucasis in 
prosa provenzale del XIV secolo; Albucasis morì 
a Zahara circa l’anno 1107. 4 


1 Bartsch, Denkm . p. XXV e 814. 

* Suchier, Denkm. I, p. 108 e 518. 

s L’opera è inedita nel ms. 878 bibl. univ. di Bologna; ne 
diè notizia e saggi A. Thomas, Rom. X, 63 e 456. Una tradu¬ 
zione della stessa opera di R. da Parma, in prosa proven¬ 
zale, è a Basilea nel ms. D. Il, 11. 

4 Edito da Tourtoulon, Revue dee lang. rom. I, 3 e 301 
Restano poi le seguenti operette di minore importanza: due 
trattati d'anatomia e chirurgia , ined. nel già citato ms. di Ba¬ 
silea, nel quale pure sono due brevi studi sulla orina e sul¬ 
l’arte oculistica; una traduzione provenzale, ined. nel ms. fio¬ 
rentino 43 Ashbum ., della Anatomia e chirurgia scritta in fran¬ 
cese, verso la fine del XIII secolo, dal celebre chirurgo En¬ 
rico de Monde ville. Infine dei frammenti di Ricette medicinali, 

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142 


Capitolo settimo . 


§ 3. Indole più letteraria hanno le opere di natura 
enciclopedica, cioè che si propongono di riunire 
ed esporre in tutto o in parto, le scienze d’allora. 
Da ciò il nome molto usato di Tesoro che tro¬ 
viamo anche in provenzale. È un poemetto di 840 
alessandrini, tutti rimati in ens 9 ne’ quali si espli¬ 
cano cognizioni di storia biblica e profana e delle 
sette arti liberali. Ne fu autore mastro Pietro di 
Corbiac il quale visse nella prima metà del XIII 
secolo e che aveva compiuto i suoi studi nella 
città di Orleans. 1 Assai più importante è il Bre¬ 
viario d’Amore di Matfré Ermengaud di Beziers. 
Dell’autore sappiamo che studiò legge, e che in¬ 
cominciò a scrivere la vasta sua compilazione 
nel 1282; più tardi entrò monaco nel convento di 
Beziers, ove scrisse altre cose che vedremo, e vi 
morì nel 1322. Il Breviari d 9 amor (parlando delle 
Leys d'amor dicemmo in quale ampio significato 
s’abbia da intendere questa parola) consta di circa 
27,000 ottosillabi rimati a coppia e raccoglie or¬ 
dinatamente lo scibile intero del XIII secolo. In¬ 
comincia dal dividere le scienze celesti dalle umane ; 
parla di Dio, degli angeli e dei demonii; quanto alle 
cose umane, tratta degli elementi, della meteoro¬ 
logia, delle pietre, delle piante e degli animali. 
Poi dell’uomo e della sua storia, leggi e costumi, 
delle loro colpe e reciproci doveri. Tutta l’opera, 
di molto interesse per la storia della cultura e delle 

alcune abbastanza curiose, editi sparsamente in Romania, 
XII, 100, Jahrbuch , IV, 80 : Lexique roman del Raynouard. 
V, 602. 

1 II Te8aur fu pubb. da Sachs : Le T. de P. de Corbiac . 
Brandebourg, 1859. 

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Letteratura profana, eoe. 


143 


lettere, è raccolta da fonti diversissime, ma in 
complesso abbastanza unita ed omogenea. 1 

Altra opera della stessa indole è VElucidati de 
las proptietatz de totas res naturals ; come il ti¬ 
tolo stesso dice, trattasi di una enciclopedia di 
scienze naturali, teologia, matematica, filosofìa, 
politica, architettura, retorica, pittura, fisiologia, 
anatomia, dietetica e altre. L’anonimo autore tra¬ 
dusse l’opera sua da fonti latine e specialmente 
dal De proprietatibus rerum di Bartolomeo de 
Glanvilla, per preghiera e desiderio di Gastone II 
conte di Foix (1315-1343). lì Elucidati è in prosa 
ma è preceduto da un prologo in versi decasillabi 
di 46 quartine, il qual prologo è intitolato Pa- 
lajrts de Savieza. È infatti la Saviezza che mo¬ 
stra il suo palazzo al conte Gastone o nella divi¬ 
sione delle sale gli designa la divisione delle varie 
scienze di cui si compone lo scibile. 2 Al princi¬ 
pio del secolo XIV appartiene pure un anonimo 
Libro di Sidrac in prosa- E un dialogo, forma 
molto amata nel Medio-evo, tra un re che fa do¬ 
mande e il saggio Sidrac che risponde e scioglie 
ogni dubbio o questione. Tali libri, di cui vi sono 
numerose versioni latine e volgari, risalgono più 
o meno direttamente a fonti orientali. 3 


1 II Breviari fu pubb. da Azais, con introduzione e glos¬ 
sario a Béziers, Benezech (e Parigi, Vieweg) nel 1881. I molti 
ms. che ne rimangono {Grundriss, p. 53 e Meyer, Bom. I, 379) 
attestano che l'opera fu molto gradita e letta. 

2 II prologo è edito dal Bartsch, Denkm. 57. Il lucidario 
è nel ms. S F . 4 della bibl. S. Genovieffa a Parigi; varii estratti 
editi sparsamente; notizie copiose e indagini in Zeitschrift , 
XIII, 225 (G. Appel). 

8 Sidrac è ined. nel ms. parigino 1158: un brano in Bart- 

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144 


Capitolo settimo . 


Alla geografia si connette una traduzione pro¬ 
venzale in prosa di un Libellus de descriptione 
Hyberniae, ove si descrivono le meraviglie dell’Ir- 
landa, e fu dedicato a papa Giovanni XXII (1316- 
34) da un frate Filippo della chiesa di Cork. 1 Molto , 
più fantastica è la famosa Epistola del Prete Gianni ■ 
diretta a un imperatore Federico (non si sa quale). 
Diceva la leggenda che il Prete Gianni era impe¬ 
ratore delle Indie e cristiano. Federico, al saper 
ciò, gli avrebbe scritto chiedendogli notizie di lui 
e di sua terra, e il Prete Gianni avrebbe risposto 
con questa famosa Epistola , che dal latino passò 
tradotta in ogni lingua volgare. La traduzione pro¬ 
venzale è del secolo XIV ; vi son descritte le più 
pazze cose del mondo, mari senz’acqua, fiumi di 
ciottoli, provincie di sole donne, fontane di vita 
eterna, e simili. Il che non vieta al ben informato 
autore di concluder e:tot so ... tenguas per veritat 
fermament ! 2 

§ 4. Passiamo ora dalla letteratura scientifica 
alla didattica e morale; i tre generi però sono 
nel Medio-evo spesso riuniti in una sola opera, 
e la morale poi è difficile da separare dai precetti 
religiosi, avendo essa raramente una spiccata im- I 


sch, Chrest., p. 307. Altro tns. é segnalato dallo Chabaneau. 
Bev. dea lang. ront. XXXII, 475, n. 

1 Museo britannico: Additiondl mss. 19513 e 17920; nel 
primo è il testo latino, nel secondo la traduzione provenzale 
inedita. 

8 Edita Bartsch, Derikm. Sulla leggenda del Prete Gianni, 
vedi due studi, del Brunet (Bordeaux, Lefebvre, 1877) e di 
Federico Zarncke (Besoconti Accad. sassone j classe fil^stor. 
1877, I, II). 


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Letteratura profana, eco. 


145 


pronta profana. Al genere didattico puro appar¬ 
tiene un gruppo abbastanza numeroso di opere 
intitolate insegnamenti , perchè infatti Fautore si 
propone di insegnare a ciascuna classe di persone 
quali sieno i suoi obblighi e doveri. Il più antico 
è un Insegnamento per le Dame in senarii rimati 
a coppia, di Garin lo Brun che visse nel XII se¬ 
colo, contemporaneo di Pietro d’Alvemia; la bio¬ 
grafia dice ch’egli era castellano del Velay e che 
scrisse solo tenzoni. L'insegnamento è un seguito 
di luoghi comuni sul modo di contenersi. 1 2 Nella 
stessa forma metrica furono scritti verso la fine 
del XII secolo gli Insegnamenti pei cavalieri che 
ci offrono una pittura interessante del modo di 
vivere dei signori in quel tempo. Ne è autore un 
nobile, Arnaut Guillem de Marsan che Raimon 
Yidal citò tra i protettori dei poeti. Infatti Arnaut 
raccomanda tra le altre cose la più larga ospi¬ 
talità : 

Larcx siatz en despendre 
Et aiatz gent ostau 
Ses porta e ses clau. 

Non crezatz lausengiers 
Que ja metatz portiers 
Que feira de basto 
Escudiers ni garso 
Ni arlot ni joglar 
Que lay vuelha intrar. 3 


1 È nei mss. G. e N; cfr. Bartsch, Chrest. p. 87 e Jahr* 
buch , III, 399. 

2 « Siate nello spendere larghi, abbiate casa ospitale senza 
porta e senza chiave, né prestate fede a chi suggerisca che met¬ 
tiate portinaio ad allontanar col bastone scudiero, garzone, can¬ 
tastorie o giullare che domandi ringre~so. » Edito in Bàrtsch, 

RESTOSI. DigitizedbyVjOOgle JQ 



146 


Capitolo settimo. 


Abbiamo poi tre Insegnamenti pei giullari. Il 
primo anteriore al 1170, è di Giraldo de Cabreira 
e diretto al giullare Cabra: 

Cabra juglar non puesc mudar 
qu’eu non chan pos a mi sap bon, 

E volrai dir senes mentir 
e comtarai de ta faison. 1 

Il poeta rimprovera al giullare di non sapere 
un’infinita di cose, e intanto gliele enumera ed 
insegna. Lo stesso contenuto e la stessa forma 
metrica ha il secondo insegnamento diretto al giul¬ 
lare Fadet, che consta di 240 versi e fu scritto 
al principio del XIII secolo da Giraldo de Calan- 
son. Posteriore è il terzo Insegnamento di cui è 
autore Bertran de Paris de Rouergue verso la fine 
di quel secolo: è in 10 strofe di otto decasillabi 
ciascuna e diretto al giullare Guordo: il conte¬ 
nuto è identico ai precedenti. 2 A questo gruppo 
che riguarda l’elemento giullaresco, si può riattac¬ 
care la Petizione di un giullare fatta da Guiraut 
Riquier (1254-92) al re di Castiglia, nel 1275, pre¬ 
gandolo di porre stabile divisione tra il titolo di 
trovatore.e quel di giullare, lamentandosi della 
confusione in proposito. Ad essa segue (opera pro¬ 
babilmente dello stesso Riquier) la Dichiarazione 
di Alfonso X, nella quale, con lo stesso metro di 


Prov. Lesebttch , 132, molti sàggi in Mahn, Werke, III, 366 e 
Haynouàrd, II, 301*308 e V, 41. 

1 « Giullar Cabra io non so star ch’io non canti, poiché m’è 
in piacere : e piacemi dire senza menzogna e contar de' tuoi 
modi. » Edito da Mila, Trov. en Espafta, 265, e Monaci, testi , 
p. 32. 

2 Tutti tre sono editi dal Bartsch, Denkmaler. 

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Letteratura profana , eco. 


147 


senarii a coppia si finge che il re decreti la di¬ 
visione tra buffoni, giullari e trovatori. 1 Entrambe 
le poesie sono documenti assai interessanti per la 
storia dell’ultimo periodo della lirica provenzale. 
Intorno al quale è pure importante una lunga poe¬ 
sia di circa 1728 ottosillabi rimati a coppia Sul 
decadimento della poesia , di cui è autore Rai¬ 
mondo Vidal di Bezaudun già citato a proposito 
della sua rettorica intitolata Las razos de trom¬ 
bar (v. pag. 1). Nell’opera sua egli non parla 
della intima natura della poesia ma ricorda i 
nomi di molti protettori di essa e deplora la de¬ 
cadenza dei poeti e il venir meno dell’ antica li¬ 
beralità. 2 

Tornando agli insegnamenti, citeremo una poe¬ 
sia in 559 senarii rimati a coppia intitolata Inse¬ 
gna menti sulle donne, nella quale si esaltano 
le virtù e più specialmente si enumerano i difetti 
muliebri. Ne fu autore il poeta catalano Serverico 
di Girona ; questa poesia, di cui manca il princi¬ 
pio e che ha meriti letterarii assai mediocri, è de¬ 
dicata a Giacomo I re d*Aragona e di Valenza: fu 
quindi scritta tra il 1238 e il 1276. 3 Contemporaneo 
di Serverico è il provenzale Amanieu de Sescas 
(1278-94), autore di due insegnamenti . Il primo, 
di 511 dei soliti senarii accoppiati, è intitolato en- 
senhamen de la donzela e il secondo di 471 versi 
uguali è Yensenhamen del escudier : il titolo basta a 


1 Cfr. Diez, Poesie (trad. fr. p. 79-86 e 403-410) Mahn : Werke x 
IV, 163 e 182. 

2 Ed. da Bartsch, Denkm. 144. 

8 Ed. Suchier, Denkm. I, 256 e 539. 

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148 


Capitolo settimo . 


indicare il contenuto delle due poesie, di cui lo stile 
è abbastanza scorrevole e piacente. 1 A imitazione 
di Amanieu, il cavaliere Lunel de Montech scrisse 
nel settembre del 1326 un Ensenhamen del guarso 
in un metro abbastanza raro, cioè in 382 ottosil- 
labi e quadrisillabi alternati. Tolta la diversità 
del metro, l’imitazione è evidente: Lunel stesso 
cita Amanieu. Sola differenza è che questi rivolge 
i suoi precetti a un giovine nobile (eseudier) men¬ 
tre Lunel ammaestra un garzone (guarso) addetto 
a più umili uffici. 2 

§ 5. Un piccolo gruppo a parte è costituito 
da alcune poesie di indole allegorica, e che na¬ 
turalmente riguardano la natura e gli uffici di¬ 
more. La prima è una Allegoria d 9 amore , specie 
di novella di oltre 400 ottosillabi a coppia misti 
di qualche verso più breve, nella quale compare 
Amore e al suo seguito sono personificate la Gra¬ 
zia, la Ritenutezza e la Volubilità. L’ Allegoria è 
però incompleta ; ne fu autore un Pietro Guglielmo, 
forse di Tolosa, e fu composta tra il 1234 e 1253. 3 * 
Probabilmente dello stesso tempo è una poesia 
anonima di 1730 ottosillabi a coppia, cui si è dato 
il titolo di Corte d*Amore, Ivi l’Amor verace, an- 


1 Donzéla, ed. Mila, Trov. en Espaha , 416. Eseudier , ed. 
Bartsch, lJerikm , 101. 

2 Ed. Bartsch, Denkm, 114. — Un Ensenhamen detaula di 
circa 100 versi a coppia è nel ms 105 Libri. Ashb. lauren- 
ziano. Insegna il modo di contenersi a tavola ; anche in fran¬ 
cese ci furono le Contenances de table e in italiano le Cortesie 
da desco di Bonvesin da Riva, ecc. 

3 Ed. con qualche lacuna dal Rathouard, Lex. rom. I, 405, 

e Mahn, Werke , I, 241. 

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Letteratura, profana, eco. 


149 


[ tagonista dell’Amor falso, presso un mirabile ca¬ 
stello donde fa guerra a Villania, tien parlamento 
| co’ suoi seguaci : 1 

Ez el mei loc ac un castel 
Q’anc negus om non vi plus bel, 

Que non ha una peira el mur 
| Non luisza con d’aur o d’azur 

! D’aqui guerezon Vilania; 

Las claus son Pretz e Drudaria, 


Davant la porta hac una font 
E non a tan bella el mon, 

Li sort en una conca d’aur: 
De tot lo mont vai lo tesaur; 
N’a om’ el mont, si n’a begut 
Que cant qe es e cant qe fut 
Non sapchza de be e d’onor, 
Que non oblit ira e dolor. 
Claus’ es de lauriers e de pis, 
E de pomiers de paradis; 

De flors de lizs es coronada 
Que nais menudet en la prada. 
Aquis’asis a parlament 
Amors e parlet bellament. 


1 « V’è nel mezzo un castello che mai uomo non ne vide più 
bello, chè non v’è pietra nel muro che non luccichi d’azzurro 
e d’oro. Di colà guerreggiano Villania ; le chiavi ne sono Pre¬ 
gio e Galanteria... Davanti alla porta v’è una fonte (al mondo 
non ve n'ha altra sì bella) che versa in una conca d’oro ; 
più vale ch’ogni tesoro mondano poiché, dopo averne bevuto 
non v’è chi non sappia tutto il bene e l’onore che è e che fu 
al mondo, e non obblii ira o dolore. È cinta di lauri e di 
pini e di frutti di paradiso e coronata di gigli che nascon 
profusi nel prato. Qui s’assise a parlamento Amore, e or¬ 
natamente parlò >. Ed. Constans : Les Manuscrits prov. de 
Cheltettham , Maisonneuve 1882 e Fevue d. I. rotn. XX, 157. 

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150 


Capitolo settimo . 


Il dio loda i suoi seguaci Gioia , Sollazzo, Ardi - 
mento e simili, e scomunica l’amore venale. Indi 
entra nel castello tra gioie e feste. Questa note¬ 
vole operetta è mutila verso la fine. Ancora più 
smaccatamente allegorico è un frammento di 188 
settenari in coblas continuadas intitolato Castello 
d'amore; 1 ivi abitano Dolcezza e Gioventù : i fos¬ 
sati sono di vedere , le porte di ben parlare , le 
finestre e gli usci di bel sembiante , le pareti delle 
camere di saluto, e così di seguito. Di questo 
poco solido castello non si conosce l’autore ; pare 
assodato sia opera di un italiano del XIII secolo, 
forse della fine di esso. La prolungata allegoria 
per noi insoffribile, era più consona ai costumi e 
alle idee di quel tempo: Rolandino nel suo Liber 
Chronicorum ci ha lasciato memoria di festeg¬ 
giamenti che ebbero luogo a Treviso col concorso 
delle più scelte dame di Padova nei quali ci fu 
veramente un castello assalito e difeso da signori 
o signore che personificavano con eleganti abbi¬ 
gliamenti altrettanti concetti amorosi. 2 

§ 6. Venendo alle opere di indole spiccatamente 
morale, ricorderemo l’antico Poema su Boezio del 
quale già s’è fatto parola (vedi pag. 30). Nel se¬ 
colo XII il già citato trovatore Arnaldo di Ma- 
reuil scrisse, in circa 300 senarii rimati a coppia, 
alcuni Insegnamenti morali nei quali dopo molti 
saggi consigli, si lamenta, ricordando i secoli an¬ 
teriori, della decadenza de’ buoni costumi al suo 


1 II Chastel d’Amor fu ed. dal Thomas, Tolosa, 1889 e An - 
nctles du Midi I, 183. Cfr. Revue des lang. rom . XXXIII, 293. 

2 Ed. da Raynouard, IV, 405 e Màhn, Werke, I, 176. 

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Letteratura profana, eco . 


151 


tempo (vecchia lamentela dei moralisti!) e finisce 
raccomandando sè e i suoi versi alla sua donna. 
Verso la fine del secolo XIII fiorì il trovatore At 
de Mons, del quale ci restano cinque poemi d’in¬ 
dole didattico-morale. Il primo dà alcune Regole 
di vita , dietro domanda di un giullare, in 1500 
senarii a coppia, senza alcun interesse per la sto¬ 
ria della poesia. Segue una poesia di circa 600 
senarii sulla Corruzione del mondo , e una let¬ 
tera di quasi 2000 degli stessi versi diretta ad Al¬ 
fonso X di Castiglia, in cui si tratta tra altre cose 
della Influenza degli astri sulla vita umana, e vi 
è annessa la risposta del re, che però è opera 
dello stesso poeta. Infine due brevi Lettere a Gia¬ 
como I re d* Aragona, su argomenti morali. In 
complesso i meriti letterarii sono assai mediocri. 1 
Abbiamo già accennato a una poesia morale del 
poeta Sordello (v. pag. 105) ; essa è intitolata Do- 
cumentum honoris e consta di 1327 ottosillabi ri¬ 
mati a coppia ; è un poema di stile grave e pieno 
di nobili idee sui doveri umani e specialmente ca¬ 
vallereschi. 2 Verso la fine del secolo, e più pre¬ 
cisamente nel 1224 fu scritto un Romana de mon- 
dana vida che contiene ammonimenti contro gli 
abusi del mondo e le solite lunghe lamentele con¬ 
tro il mondo truan e farssitz dove: 

tug sa mentidor o laire. 


1 Ed. da W. Bernhard, Die Werhe des Trob. n f At de Mons , 
Heilbronn, 1887. Cfr. Zeitschrift, XI, 559. 

2 Ed. da G. Palazzi negli Atti delVIst. veneto , ser. 6* voi. V. 
A questa categoria di poesie morali appartiene il Poema sulle 
quattro virtù cardinali già accennato a pag. 136. 

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152 


Capitolo settimo u 


La poesia consta di 538 ottosillabi a serie ine¬ 
guali di coblas crozadas , ossia a rime alterne tron¬ 
che e piane: metro alquanto fuor dell’usato e qui 
trattato abbastanza felicemente. L’autore ne è il 
trovatore Polquet de Lunel nato nel 1244 e vis¬ 
suto, specialmente alla corte dei conti di Rodez, 
fin verso la fine del secolo. 1 Altra operetta mo¬ 
rale dello stesso tempo è una poesia in 867 ot¬ 
tosillabi a coppia la quale nel manoscritto è in¬ 
titolata Livre de Senequa ma nel testo dicesi: 
a quest libre ba nom lo Savi ; è una raccolta di 
saggi avvertimenti e di proverbi, come ce ne fu- 
ron tante nel Medioevo, e sebbene l’anonimo au¬ 
tore dica che egli coglie i migliori fiori 

Pels pratz Seneca e Catos 

e pel vergier de Salamos, 

noi siamo autorizzati a credere che Seneca, Catone 
e Salomone sièno fonti molto lontane di questo ri¬ 
voletto di sapienza medievale. 2 Al secolo XIII ap¬ 
partiene pure una poesia anonima intitolata Aria- 
becca (nome di strumento, fr. rebec, ital. ribeba 
o ribeca , specie di chitarra a tre corde) e nello 
stesso metro triste e lento deWEnsenhamen di Lu¬ 
nel de Montech; l’argomento è una meditazione 
sulla vanità del mondo e sulla potenza della 
morte : 3 


1 Ed. da Franz Eichelkraut, Ber Trób. Folq. de Luneì. Ber¬ 
lino, 1872. 

2 Ed. dal Bartsch, Benkm., 192. 

8 € Sappiate che non posso cantare nè ridere, nè dar con¬ 
forto, tanto io veggo in pericolo di morte tutta la gente, la 

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Letteratura profana , eoe. 


153 


Sapchatz non puesc cantar ni rire 
ni dar conort, 

tan veg en perielh de la mort 
tota la gen; 

c’om non pot garir per argen 
ni per amix, 

ni n’escapa paubres ni rix 
savie ni fols. 

Del secolo XIV abbiamo un Poemetto sull 9 a- 
varizia in 10 quartine di decasillabi, che contiene 
i soliti luoghi comuni contro gli avari. L’autore si 
ignora, ma si può sospettare sia un certo Peyrat, 
che del resto è nome affatto nuovo nella lettera¬ 
tura provenzale. 1 

Al genere delle sentenze e proverbii apparten¬ 
gono le Coblas esparsas cioè strofe isolate, ognuna 
delle quali svolge un concetto morale e pratico. 
Ce ne restano 77 di Guglielmo de l’Olivier di Ar- 
les, della fine del secolo XIII, e 71 di Bertran 
Carbonel di Marsiglia (1270-1300), che scrisse an¬ 
che canzoni e serventesi e tra i poeti della deca¬ 
denza fu uno dei migliori. 2 Di Proverbi abbiamo 
una larga raccolta di 1469 quartine di senarii a 
rime incrociate di cui è autore un Guglielmo de 
Cerveyra, poeta catalano della seconda metà del 
secolo XIII. E una serie di massime e precetti 
derivata in gran parte dai proverbi di Salomone, 


quale uom non può schivare nè per amici nè per denaro, nè 
può sfuggirla povero o ricco, saggio o folle. » Ed. dal Bartsch, 
Denkm , 75. Gfr. Meyeb, Jdhrbuch t V. 393. 

1 Ed. dal Meyer, Romania , I, 417. 

2 Ed. dal Bartsch, Denkm , 5 e 26. 

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154 


Capitolo settimo . 


ma in parte anche originale e di una forma piana 
e piacente. 1 

Alla poesia morale appartengono le Epistole 
su varii argomenti didattici e sentenziosi. Di Gi- 
raut Riquier, già nominato a pag. 82 ce ne ri¬ 
mangono dodici, e tutte abbastanza interessanti. 2 
Ma curiosa fra tutte è una Epistola che Matfré 
Ermengaud, anch’esso già citato (Cap. VII, § 3; 
diresse dal chiostro di Beziers alla propria sorella. 
Fu mandata in occasione del Natale, come dono 
invece dei soliti dolci e capponi, e Matfré spiega 
che un dono simile fece all’umanità anche Gesù 
Cristo: il tutto con una fede così infantile che 
rasenta la irriverenza. Egli dice, per esempio, 
che Cristo: 3 

... del sieu sane mot precios e car 
Nos a piment fag precios e fi 
En lo ver Sant Sagrament atressi, 

E1 sieu sant cors nos a dat per capo 
Lo cals per nos en la crotz raustitz fo 
E de lansa fo sotz Tanca feritz. 

Estas neulas pastec sans esperitz 
Ins el ventre de la verge Maria, 


1 Ed. dal Thomas, Romania, XV, 25. 

2 Ed. dal Mahn, WerTce , voi. IV. 

8 “... del suo sangue molto prezioso e caro ci ha fatto 
una salsa molto preziosa e fina nel verace santo sacramento, 
e il suo santo corpo ci ha dato per cappone il quale per noi 
fu arrostito sulla cróce é fu sotto T anca ferito di lancia. Lo 
Spirito santo impastò questi dolci nel ventre della vergine 
Maria dove per sua gran bontà si mescolò il santo zucchero 
della divinità alla pasta della nostra umanità. » Edita dal 
Bartsch, Derikm ., p. 81. 

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Letteratura profana, eoe. 


155 


On s’ajustec per mot grant bontat sia 
Lo sant sucre de la divinitat . 

A la pasta de nostr’umanitat. 

Si può imparare di qui, che il secentismo ba¬ 
rocco non fu ristretto alla sola Italia, nè fu sola¬ 
mente colpa del vituperato secolo decimosettimo. 


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CAPITOLO Vili. 

LETTERATURA RELIGIOSA, BIBLICA E NARRATIVA. 


§ 1. La efficacia della cultura latina sulla vol¬ 
gare più che in ogni altro genere si manifestò 
nel Medioevo nella letteratura religiosa. Natural¬ 
mente le preghiere, le vite del Redentore, della 
Vergine e dei Santi, i racconti dei miracoli e 
delle visioni, erano stesi in volgare (per comodo 
di coloro che non intendevano il latino) quasi sem¬ 
pre dai clerici; i quali avrebbero sdegnato e so¬ 
spettato di impurità ogni fonte che non fosse la¬ 
tina. Perciò incontreremo qui un gran numero di 
traduzioni, di rifacimenti più o meno liberi : più ra¬ 
ramente invece opere del tutto originali. Ciò scema 
l’importanza letteraria di questi documenti, i quali 
tuttavia sono degni di studio per altre conside¬ 
razioni. Quanto alla materia, il sentimento reli¬ 
gioso è nel Medioevo tanto profondo e, per C 09 Ì 
dire, tanto presente ad ogni istante e ad ogni atto 
della vita, che trascurarne le letterarie manifesta¬ 
zioni sarebbe un disconoscere gran parte del pen¬ 
siero di quei secoli ; e inoltre alcuni generi, come 
i canti religiosi e le leggende, o emanano schiet¬ 
tamente dal cuore del popolo o sono l’eco e il 


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Letteratura religiosa , eco. 


157 


travestimento di antichissime tradizioni talora orien¬ 
tali e pagane: e in entrambi i casi offrono argo¬ 
mento di feconde ricerche. Quanto alla forma, la 
letteratura religiosa è importante perchè o con 
traduzioni o con prediche è quella che ci offre il 
maggior numero di documenti in prosa; sebbene 
anche qui, come in ogni altro genere letterario 
nel Medioevo, siano stati assai frequentemente 
svolti in poesia argomenti che a noi sembrereb¬ 
bero ora i più ripugnanti a siffatta veste. 

Le traduzioni della Bibbia furono incominciate 
assai presto. Già abbiamo notato un antico fram¬ 
mento del Vangelo di S. Giovanni (cap. II, § 9). 
Dell’antico testamento non abbiamo nessuna tra¬ 
duzione provenzale, completa, anzi a parlar pro¬ 
priamente nessuna traduzione. Ve ne è un rifaci¬ 
mento assai libero in prosa nel ms. della Biblio¬ 
teca Nazionale di Parigi, 2376 (antico 8086,3), che 
pare di grafia anteriore al sec. XV. Il testo, con 
qualche dubbio, lo si fa risalire al secolo XIII; 
esso comprende i libri storici del Vecchio Testa¬ 
mento, più qualche libro della genesi, il Levitico, 
i Numeri, le Profezie di Daniele. Finisce con una 
Summa de la trinitat e de la fe catholica e de 
los drechs que foron fachs apres la mort de 
Ihesu Christ , che non è affatto scrittura biblica, 
ma morale didattica. È ancora in buona parte 
inedito. 1 


1 L’indice è dato dal Wollenberg nel YArch., XVIII, 76. Egli ne 
pubblicò le vite di Susanna (ibidem, p. 85), di Ester ( ibidem , 
XXX, 186) e di Tobia (ibidem XXXII. 337). Altri brani di 
traduzioni di rifacimento di libri del Vecchio Testamento ap- 

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158 


Capitolo ottavo. 


Un rifacimento molto libero della storia biblica, 
e in gran parte anche di storia leggendaria e pro¬ 
fana, una specie, insomma, di Chronioon mundi 
è nel ms. A. F. 4, 52, di Santa Genovieffa a Pa¬ 
rigi, e in altri. È in prosa ed appartiene al se¬ 
colo XIV : ne pubblicò dei saggi il Bartsch. 1 

Di traduzioni testuali della Bibbia (Nuovo Te¬ 
stamento) la letteratura provenzale possiede molti 
esemplari, ma nessuno che abbracci tutti i libri 
biblici; si ha memoria però che un testo volgare 
completo dovette esistere. Pietro Valdo, il cele¬ 
bre fondatore della setta valdese, presentò al papa 
Alessandro III nel Concilio Lateranense del 1179 
la traduzione della Bibbia che egli aveva fatto 
fare nel 1175 da un chierico lionese suo amico, 
Stefano d’Ansa. Questa antica traduzione nel te¬ 
sto originale è perduta; non è improbabile che 
alcune parti di essa si sieno conservate, ringio¬ 
vanite e modificate, nei testi che abbiamo, ma è 
impossibile provarlo con sicurezza. È questa la 
cosidetta Bibbia valdese, sebbene i più recenti e 
dotti illustratori di essa si accordino nel ritenere ! 
che di valdese ci sia poco o nulla, 2 e realmente j 

partenenti al perìodo della decadenza, XIV e XV secolo, an- ^ 
cora inediti, sono notati dal Bartsch in Grundriss, pag. 87, e 
dallo Chabanzau, Biogr ., p. 193. 

1 In Provenzalisches Lesebuch , p. 177 e Chrestom. prov. 
p. 389. Sui mss. di questo Chronicon si cfr. Suchier, Denkm ., 

I, 495 e sul contenuto e sulle fonti, in Appendice al volume 
stesso, un ampio studio di Paul Rohde. Va dalla creazione 
del mondo a Costantino; oltre la provenzale, se ne ha una 
versione guascona e una catalana. 

2 Foerster in Bevue dea lang. rom. f XIII, 105, e Berger in Bo- j 
mania, XVIII, 353 e 523. Questa Bibbia valdese comprende il | 

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Letteratura, religiosa , eoe • 


159 


nelle traduzioni bibliche la linea che separa l* k or- 
todossismo dall’eresia è spesso così tenue che ci 
vuole a discernerla l’occhio d’un teologo eserci¬ 
tato. Noi possiamo dire che il fatto dell’uso co¬ 
stante e generale di traduzioni della Bibbia, mo¬ 
stra nel mezzodì della Francia una latente ribel¬ 
lione alla Chiesa. Questa infatti non fu mai pro¬ 
clive a mettere i sacri testi alla portata di tutti 
temendone una interpretazione arbitraria ed etero¬ 
dossa. L’uso, per esempio, della versione di Pie- 
toro Valdo fu proibito dal Concilio di Tolosa del 1229. 

Con la Bibbia valdese fu spesso confusa una 
traduzione del Nuovo Testamento che è nel mano¬ 
scritto 36 della Biblioteca del Palazzo delle Arti in 
Lione. Esso è del secolo XIII e contiene i 4 Evan¬ 
geli, gli Atti degli Apostoli, l’Apocalisse e le 
Epistole di S. Paolo compresa la apocrifa ai Lao- 
dicesi. Probabilmente, ma al solito mancano si¬ 
cure prove, fu questa invece una Bibbia albigese . 1 
Il ms. termina con una serie di preghiere che 
tutte insieme costituiscono una specie di Rituale 
cataro . 


Nuovo testamento e qualche libro del Vecchio. I mss. di essa, 
più noti, sono 1° a Carpentras, 2° a Cambridge 3° a Grenoble, 
4.° a Zurigo, 5° a Dublino, 6° a Ginevra. Altri frammentarli, 
e le relazioni che corrono tra loro, furono studiate nell’arti¬ 
colo del Berger sopracitato. Di essi furono pubblicati sparsa¬ 
mente alcuni brani (elencati da Chabaneau, Biogr., p. 193): il 
solo ms. di Zurigo ha ultimamente avuto una completa dili¬ 
gentissima edizione per cura del prof. Salvioni (Archivio Glot¬ 
tologico , XI, 1-308. Gli fa seguito uno studio del Morosi sul¬ 
l’odierno valdese). 

1 Edizione fotolitograflca a cura del prof. Clédat. Parigi, 
Leroux, 1888. 

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160 


Capitolo ottavo . 


Un’altra Traduzione del Nuovo Testamento , con¬ 
tenuta nel ms. 2425 della Nazionale di Parigi, ma 
incompleta al principio, è ancora quasi total¬ 
mente inedita; 1 e così pure è inedito un fram¬ 
mento di una Traduzione del Passio che è nel 
ms. 1919 della stessa biblioteca. 

§ 2. Queste sono le versioni delle scritture sa¬ 
cre autentiche; al popolo però, secondo la Chiesa, 
dovevano bastare le spiegazioni domenicali degli 
Evangeli e i riassunti poetici che ne facevano i 
clerici. Uno di tali riassunti è il Poema sulla pas¬ 
sione del Cristo che ho già menzionato (cap. II, 
§ 7, nota). Ma al sentimento religioso popolare, 
prorompente in manifestazioni della più ingenua 
fede, non bastavano le spiegazioni e i compendi. 
Nei libri autentici del Nuovo Testamento c’è troppo 
poco e quel poco è troppo arido e scolorito; la 
rozza pietà medievale riempì a modo suo le la¬ 
cune. Di tali edifìci leggendari cominciati a in¬ 
nalzare fino dai primissimi tempi del Cristiane¬ 
simo furono precipua base le numerose scritture 
apocrife; e parte su di esse, parte creando libe¬ 
ramente o accozzando i materiali più disparati, si 
rifecero le storie della Vergine e della fanciul¬ 
lezza di Cristo: si narrarono i fatti della Pas¬ 
sione : si inseguirono con paurose fantastiche pu¬ 
nizioni Giuda, Caiphas, Ponzio Pilato, i Giudei, 
tutti insomma i principali attori del gran dramma 
cristiano ; si propalarono e si studiarono con ango¬ 
sciosa aspettazione le predizioni sibilline e apoca- 


1 Ne 'furori pubbl. brevi passi dal Wollenber$, Archiv , 
XXVIII, 75. 

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Letteratura religiosa, eco. 


161 


littiche della fine del mondo e dei segni tremendi 
che l’avrebbero preceduta. La religione popolare 
nel Medioevo, dice il Graf, è fatta per un terzo 
di dogma e per due terzi di leggenda. Vediamo 
ora quali di queste leggende ci sono rappresen¬ 
tate nella letteratura provenzale. 

Una delle più conosciute e amate scritture apocrife 
era YEvangelium infantiae o: Liber de infantia 
Mariae et Christi Salvatoris. 1 Fu questa la fonte 
cui ricorse un anonimo poeta provenzale del secolo 
XIV, il quale ne rifece il racconto in 1301 versi 
dei soliti monotoni ottonari accoppiati. 1 2 Esso rac¬ 
conto fu copiato nel 1374 da un copista del Nord, 
certo Simone Bretelli di Tournay ed è per que¬ 
sto che la lingua mostra qua e là traccio di fran¬ 
cese. Quanto all’argomento è una serie di azioni 
meravigliose o miracolose compiute dal bambino 
Gesù: si ricorda la famosa disputa coi dottori; la 
morte improvvisa di Arian maestro di scuola per 
aver percosso il bimbo che non voleva ripetere 
la lezione; i giuochi di Gesù e le scivolate a ca¬ 
valcioni di un raggio di sole, e le stroppiature e 
le morti di molti fanciulli che vollero imitarlo, 
finché commosso dai pianti dei parenti e dei ge¬ 
nitori il bambino Gesù risuscitò i morti e guarì i 
piccoli feriti; e cosi di seguito altri miracoli che 
avrebbero, dice l’autore, convinto i più ostinati, 


1 Ediz. Schade, Halis, 1869. 

2 11 ms. è il 1745 (antico 7693) della Naz* di Parigi; edito 
da Bartsch, Denkm. p. 170. Altra redazione inedita del Fan* 
gelo dell’Infanzia è nei mss. I, G. 39. Naz. di Napoli e 38 Ashb. 
della Laurenziana. Si cfr. Romania , XIV, 306. 

BESTORI. Digitized byCjOO^lc H 



162 


Capitolo ottavo . 


ma... am tot so los fals jusieus, Non cresian quel 
fos vers dieus! 1 2 

Da scritture apocrife latine deriva pure il Van¬ 
gelo di Nicodemo, specialmente dalle Gesta Pi¬ 
lati e dal Descensus Christi ad inferos. 2 Lo si 
credette opera (L’un Maestro Enea nominato nel 
Prologo, ma pare che questo Enea sia stato il tra¬ 
duttore dall’arabo in greco; l’anonimo provenzale 
avrà trovato questo nome nelle sue fonti latine. 
La versione provenzale consta di 2792 ottosillabi 
accoppiati, e racconta con molti particolari estra¬ 
nei agli evangeli autentici, il giudizio e la con¬ 
danna di Cristo e con molta vivacità drammatica 
la discesa di questi all’inferno e la liberazione 
delle anime del Limbo; finisce narrando la venuta 
dell*Anti-Cristo e i 15 segni che precederanno la 
fine del mondo* Una libera versione della stessa 
leggenda in prosa provenzale, pure del sec. XIV, 
è edita dal Suchier 3 in varie redazioni di mano¬ 
scritti provenzali e catalani; essa fa parte del so¬ 
pra ricordato Chronicon mundi provenzale. 

Io ho accennato di sopra ai quindici segni della 
fìne del mondo , che trovansi uniti col Vangelo 


1 Di altro frammento del Vangelo dell y Infanzia diede un 
saggio il Meyer nel Bull, de la Soc. dee atte, textes , 2° fase.) 
Cfr. Bevue des lang. rom ., XIII, 298. Uno studio importante di 
Edmondo Suchier è in Zeite. rom. Phil ., Vili, 522, su cui vedi 
Rom. XIV, 306. 

2 Mss. 1735 Naz. Parigi e, dal verso 1375, Brit . Mus. 
Rari *7403 ; edito con note dal Suchier, Denhm ., p. 1 e 481 
Si cfr. Wulcker: Daa Evang. Nicodemi in der abendldndishen 
Literatur. Paderborn, 1872. 

8 Op. cit. p. 386. 

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Letteratura religiosa , eec. 


163 


di Nieodemo. Oltre a questa redazione 1 il Meyer 
ne pubblicò un’altra in istato frammentario. 2 Esse 
derivano da una delle più radicate e antiche cre¬ 
denze cristiane, la cui fonte è il pauroso libro 
della Apocalisse tanto studiato nel Medioevo, la 
credenza cioè in una prossima fine del mondo e 
in alcuni segni che la annuncieranno. Il germe 
di essa trovasi già ne’ più antichi Padri, Tertul¬ 
liano, Lattanzio, S. Agostino ; quest’ultimo anzi dà 
il numero di 15, conservato poi da Beda, da S. Pier 
Damiano, da S. Tommaso d’Aquino, il quale però 
avverte che esso numero non ha alcuna base dog¬ 
matica. 

Ma. più che tra i teologi, i Segni del giudizio 
furono noti e ripetuti tra il popolo; la cui fanta¬ 
sia era colpita e commossa dalle spaventose ca¬ 
tastrofi del fuoco, de’ mari, delle angeliche trombe 
risuscitanti i defunti. Ciò spiega il gran numero 
delle versioni che se ne hanno in ogni favella 
europea e le molte rappresentazioni acuite e di¬ 
pinte nelle antiche cattedrali. 3 * * Uno dei segni pre¬ 
cursori è la Venuta dell 9 Anticristo la quale co¬ 
stituì una leggenda a parte, di cui finora non ci 
sono versioni provenzali separate, ma solo il già 
citato accenno nel Vangelo di Nieodemo. Una de¬ 
viazione o sdoppiamento della leggenda dei XV 
segni , sono le Predizioni della Sibilla. Per so- 


1 Di cui è gemella una tradotta in prov. dal fr. edita dal 
Suchikr, loc. cit. p. 156. 

2 In Daurel et Beton , p. XCVIII. 

3 Sui XV segni , vedi ogni indicazione in Meyer, op. cit e 

in Bomania, IX, 168 e XV, 290. Sulla leggenda cfr. Nòlle, 

Vie leg. von den funfzehn Zeichen. Halle, 1879. 


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164 1 Capitolo ottavo . 


lito la messa notturna del Natale dava luogo a 
una specie di sacra rappresentazione; sfilavano 
innanzi agli occhi dei fedeli, come in una serie 
di quadri plastici, molti testimonii delle verità 
cristiane, tra cui la Sibilla che ricordava e pro¬ 
fetava la fine del mondo. Del canto della Sibilla 
abbiamo due redazioni provenzali, della fine del 
secolo XIII, in diciotto quartine di ottosillabi ac¬ 
coppiati, e varie redazioni catalane che, con qual¬ 
che modificazione, derivano dal provenzale. 1 Ecco, 
come esempio, le prime quattro strofette [di una 
di queste: 2 

1. Us reis vendra perpetuala 

del cel, que anc non fon aitals; 
en carn vendra certanament 
per far del segle jutjament 

2. Mai del juzizi tot enans 
parra una senha mot grans: 
li terra gitara suzor 

e tremira de gran pavor. 

3. Apres s’esbadara mot fort, 
donant semblant de greu conort, 
e mostrara am critz, am trons 
las enfernals confusions. 

4. Uns corns mot trist resonara 
del cel, quels mortz reissidara. 

La luna el sols s’esgurzira 
nula estela non luzera. 


1 Suchier, Denkm.j I, 462 e 568. Bom. IX, 353. 

8 « Verrà un re eterno dal cielo, qual mai non fu tale; in 
carne verrà certamente per far giudicio del mondo. Ma ben 
prima del giudizio, verrà un segnale molto grande : la terra 
getterà sudore, e tremerà di gran spavento. Indi molto forte 
moverassi, dando sembiante di fiero terrore, e mostrerà con 

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Letteratura religiosa, eco. 


165 


Un’altra leggenda molto sparsa nel Medioevo 
è quella del Legno della croce . 1 Seth, figliuolo 
di Adamo, per incarico del vecchio suo padre, 
va alla porta del Paradiso terrestre e riceve dal¬ 
l’Angelo tre grani del pomo, ch’era stato cagione 
del primo peccato. Quei tre grani seminati cre¬ 
scono poi in pianta, la quale traverso vari mira¬ 
coli, sotto la custodia di Mosè, poi di David e di 
Salomone, è messa nel tempio di Gerusalemme 
e poi dai Giudei buttata in luogo vile, finche di 
essa si fa la croce del Cristo. Così si rannoda 
l’albero della scienza del bene e del male alla 
croce della redenzione. Di questa leggenda il Su- 
chier pubblicò due redazioni provenzali in prosa 
del secolo XIV entrambe traduzioni di un origi¬ 
nale latino. 2 Ve ne fu anche una redazione in 
versi, dello stesso secolo, di cui rimane un fram¬ 
mento assai malconcio e sfigurato. 3 

La morte del Cristo vendicava il primo peccato 
di Adamo e d’Èva; ma essa stessa, l’uccisione 
dell’innocente Messia, costituiva un peccato che 
doveva avere la sua punizione; questo è il senti¬ 
mento donde scaturisce la leggenda della Vin- 
dicta Salvatoris . Le circostanze poi parvero favo- 


grida, con tuoni, i tormenti infernali. Una ben triste tromba 
risuonerà dal cielo, a risvegliare i morti. La luna e il sole 
s’oscureranno, nè risponderà stella alcuna. „ 

1 Vedi Mussaha, Leggenda d. I. d. croce . Vienna, 1870. — 
W. Meyer, Die Oesch. d. Kreuzholzen , in Abhandl. der Bayer . 
Akad. 1881, p. 103*166. — Gaster, Greeko-Sìavonic, ecc. Lon¬ 
dra, 1887; Romania , XV, 326 e XVI, 252. 

* Denkm. I, 165. 

8 Edito da C. Chabaneau, in Bevi te des lang. rom. XXXII, 
pag- 480, 

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166 


Capitolo ottavo . 


rime la formazione. Settantadue anni appena dopo 
la morte di Cristo, Gerusalemme ribelle all’im¬ 
pero, fu presa da Tito e distrutta dalle fonda- 
menta, e gli Ebrei, o meglio i pochi superstiti , 
deH’orribile massacro e della schiavitù, dovettero 
disperdersi lungi dalla patria, in un esilio che non 
ebbe più fine. Era impossibile che in questi av¬ 
venimenti i Cristiani non iscorgessero la Vendetta i 
del Salvatore contro i suoi uccisori. La distru¬ 
zione di Gerusalemme costituisce dunque il nucleo 
della leggenda che rimane in tutte le versioni, che 
corsero innumerevoli nel Medioevo per ogni na¬ 
zione cristiana; i particolari differiscono perchè 
alla leggenda, al solito, si sovrapposero diversi 
strati, e le si aggrupparono intorno altre leggende 
minori, come quelle di Pilato , della Veronica o 
Imago Chisti e di Giuseppe d 9 Arimatea . 1 In pro¬ 
venzale ne abbiamo pure una lunga narrazione in 
prosa, edita dallo Chabaneau, nel manos. Bibl. 
Nat. 25415 di Parigi, scritto nei dintorni di Be- 
ziers verso il 1373. 1 2 3 Una mutilata redazione in 
versi è rimasta solo in istato frammentario. 8 

§ 3. Non sono così numerosi come si crederebbe 
i documenti provenzali che narrano la vita o esal¬ 
tano il culto della Vergine Maria; sebbene questo 
culto non fosse certamente in Provenza meno po¬ 
polare che altrove. Una delle forme più radicate 
di esso è la credenza nei Miracoli della Vergine 

1 Sulla leggenda, v. P. Meyer, Bull, de la Soc, des atte . 
textes , 1875, p. 50, e il bel lavoro del Graf, Roma.,, nel Medio ! 
evo, voi. I, cap. XI. 

2 Revue des lang. rom ., XXXII, 581 e XXXIII, 31. 

3 Revue des lang. rom. } XXXU, 488. 

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Letteratura religiosa , eoe. 


167 


che sono i più copiosi, i più meravigliosi fra tutti 
i miracoli, e, diciamolo pure, i più spesso ripu¬ 
gnanti ai sani principii di giustizia e di moralità. 
Ora la vergine sostiene con le sue bianche mani 
un ladro impiccato per furto, sol perchè ogni volta 
che rubava si raccomandava a lei; ora va in un 
monastero ad adempiere gli uffici di una monaca 
fuggita per darsi al vizio, sicché quando questa 
torna pentita nessuno s’accorge della lunga as¬ 
senza, e ciò perchè la monaca le recitava ogni 
giorno un’orazione; è insomma la pietà religiosa 
che si manifesta nella sua forma più infantile e 
più ingenua. Ogni nazione cristiana ne ebbe nu¬ 
merose versioni ; in provenzale è rimasto un fram¬ 
mento in prosa (del secolo. XIII ?) che contiene 
tredici miracoli. Essi non sono però originali; 
tranne uno, sono una semplice e spigliata ripro¬ 
duzione volgare dal latino, del libro 7° dello Spe- 
culum historiale di Vincenzo Bellovacense. 1 
Un tema spesso trattato, a quanto pare, furono 
le Sette allegrezze di Maria . Ce ne rimangono 
tre diverse redazioni; delle quali ricorderò una per¬ 
chè ne fu autore Guì Folqueys, che, diventato 
papa col nome di Clemente IV (1265-68) concesse 
cento giorni d’indulgenza a chi recitasse la sua 
poesia. Essa è peraltro di 342 ottonari a coppia 
e abbastanza noiosa sebbene abbia purezza di 
lingua e facilità di verso. Le sette allegrezze son 
contenute nei versi 140-195; il resto è prologo e 
preghiera finale, in cui con logico argomento, Cle¬ 
mente IV prega la Vergine d’esser pietosa ai pec- 


1 Vedi Romania, Vili, 12 e IX, 300. 

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168 


Capitolo ottavo . 


catori perchè se Adamo ed Èva non avessero 
peccato, ella non avrebbe goduto le allegrezze 
che ebbe. 1 

Alle sette allegrezze fanno riscontro i Sette do¬ 
lori di cui abbiamo una redazione in prosa del 
secolo XIV. 2 Del Pianto di Maria , abbiamo pure 
varie redazioni provenzali, poco interessanti, di 
cui pongo in nota Tedizione, oltre ad alcune for¬ 
temente catalanizzate, come quella, ad esempio, 
in settantasei decasillabi a strofa, edita dallo Cha- 
baneau. 3 Questi pianti, del resto, hanno carat¬ 
tere piuttosto lirico che narrativo ; e altrettanto mi 
pare possa dirsi di una lunga poesia di 288 dodeca¬ 
sillabi in quartine monorime, pubblicata dal Meyer : 
la quale celebra e spiega i diversi Nomi della 
Madre di Dio . 4 

§ 4. La terza fonte di narrazioni religiose, oltre 


1 Edita dal Suchier, Denhm., I, 272 e 542. Altra redazione, 
ibidem 85 e 515; altra in Meyer t Daurel et Beton , p. XC. Un 
cantico, di carattere lirico, sulle Allegrezze è in Suchier, op. 
cit. 295. 

2 P. Meyer, Bull, de la Soc. dee anc. textes, 1881. p. 58. Vi 
sono pure ( Romania , I, 209) due preghiere in 112 ottosillabi 
rimati a coppia che parlano specialmente dei Sette Dolori . 

3 Romania XIV, 538, Bull, de la Soc. des anc. texies , I, 61, e 
Revue des lang. rom ., XXXII, 578 e XXXIII, 122. Un Lamento 
di Maria in doppia redaz. fu pubbl. dal Meyer {Ree. d’anc. 
textes ì 131) e dal Mila ( Obeervac. s. I. poes. popular , 67). 

4 Daurel et Beton , p. C. — Di un poema allegorico intito¬ 
lato Lo Gardacors de Nostra Dona , di circa 900 versi, fu- 
ron segnalati due mss. uno alla Colombina di Siviglia e V al¬ 
tro alla Laurenziana. Il gardacors , giustacorpo, è un vestito 
contesto di tutte le umane perfezioni e virtù di cui è abbi¬ 
gliato il corpo di Maria. Cfr. Giornale di fll. rom., Ili, 106 e 
Romania, XIV, 493, 


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Letteratura religiosa, eco. 


169 


al Vecchio e Nuovo Testamento e alla Vergine 
Maria, sono le vite dei santi. E questa una sor¬ 
gente molto copiosa e di varia importanza, poiché 
accanto a vite e racconti veramente interessanti 
molti ne troviamo che non hanno guari interesse 
che come documenti linguistici. Ciò spiega perchè 
una parte di essi sia rimasta inedita e solo ne 
sieno pubblicati dei brevi saggi sufficienti a de- 
1 terminare la patria e l’età degli autori. I pochi 
frammenti di vite di santi che si credono appar¬ 
tenere al primo periodo della letteratura proven¬ 
zale, li abbiamo accennati al capitolo li, § 7. I 
più antichi santi furono certamente gli Apostoli 
e il protomartire San Stefano. Gli atti di quelli 
fanno parte dei libri biblici più sopra esaminati; 
anche del martirio di San Stefano abbiamo già 
parlato. 1 

Una santa che ebbe in Provenza singolare culto 
e venerazione, fu la Madalena. A lei ed ai suoi 
santi compagni Marta,- Lazzaro e Massimino, la 
tradizione attribuiva la prima predicazione e dif¬ 
fusione del cristianesimo in Provenza. I documenti 
provenzali che di lei trattano sono molti e alcuni 
molto interessanti. 2 In un ms., scritto dal copista 
Bertran Boisset nel 1375 trovasi una Vita beate 
Marie Magdalene in 1205 dodecasillabi rimati a 


1 Cap. II, § 7. Una raccolta di Vite di Santi in prosa del 
sec. XIII è inedita nel ms. Libri Ashb. 107 : ne dette un sag¬ 
gio P. Meyer in Ree. d’anc. textes , p. 136. 

2 Chabaxeau, St. Marie Madeleine dans la lift. prov. nella 
Revue dee lang . rom., XXIII-XXIX. Oltre i documenti citati nel 
testo, è ivi pubblicata una Omelia sy S. Mad. traduzione dal 
latino del sec. XIV. 

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170 


Capitolo ottavo . 


coppia, la quale si può ritenere composta verso 
la fine del XIII secolo. 1 L'opera è poco originale; 
non è die una riproduzione in versi provenzali 
degli Acta 8, ae M. ao Magdalenae; non manca però 
di momenti e luoghi abbastanza felici; vedasi il 
passo che narra di Maddalena ai piedi di Gesù in 
casa di Simon Fariseo: 

Als pes de Jesu Crist la pecairis s’estent 
Aitant longa cant fon, et ac tal pentiment 
Quel cos li voi partir del gran dolor que ac 
De son gran falhiment e dels mais que fag ac. 
Ab la boca non poc retraire los peccatz, 

Tant a gran mariment el cor de sos forfag; 

Mais abrasa los pes de son senhor soven, 
Bayzant los humilmens, ploran et repentent, 

De lagremas los lava el baiza douzamens, 

Et ab sos pels dauratz lo eisuga plazent. 

Amb engent presios eia li on los pes, 

Plorant e repentent de sos pecatz ades! 

Simone fariseo pensa tra se: se questi fosse Dio, 
saprebbe che donna è quella che egli accoglie così; ma 
Cristo gli legge in core e lo confonde; indi: 

... se clenet ves eia e dis li: 

“ Fenna, vais sus, non plorar, mou d’aqui; 

Car l’amor es tant grans que tu portas a mi, 

Tos peccatz ti perdon; vai en pas en aisi, 

Car mais non pecaras e tostems me amaras, 

Et ieu amarai tu tant cant el mont seras. „ 

Depart se Magdalena dels pes de Jesu Crist, 


1 Nostradamus, p. 256, dice che frate Rostang de Brignolle 
scrisse una vita di S. Mad. ma nulla ci autorizza a credere 
che sia questa. 

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Letteratura religiosa , ecc. 


171 


Simon aus lo perdon e es dolent e trist; 

E un de sa mainada en apres a parlai: 

“Qui es doncas aquest qu’aisi a perdonat 
Ayssela peccairis? Et es dons perdonaires? 

Fay se dieus apelar, ieu ere qu’el sia jugayres 1 

Nella seconda festa di Pasqua a Marsiglia si 
cantò fino al 1712 una Cantinella della S.* Maria 
Magdalena , la quale secondo il Raynouard e il 
Boris risalirebbe fino al secolo XI; ma essa è, 
tutt’al più, deiranno 1300, e sarebbe perciò di 
poco posteriore al ritrovamento delle reliquie della 
Santa (9 die. 1279), fatto che ravvivò d’assai il 
suo culto in Provenza. È in 121 ottosillabi e se- 
nari alternati in quella forma che le Leys d 9 amors 
chiamano coblas crozadas unissonas; e ad ogni 
strofa segue il ritornello: 

Predicant de Christ la lauzor 

Los pagaits convertia, 


* « La peccatrice, cosi com’ella è lunga, stendesi ai piedi 
di Gesù Cristo, con tal pentimento che il core le si vuol fon¬ 
dere dal gran dolore che ebbe per i gran falli e pei mali 
ch’ella commise. Con la bocca non può dire i peccati, tanto 
smarrimento ell’ha nel cuore delle sue colpe; ma abbraccia 
sovente i piedi del suo signore, baciandoli umilmente, pian¬ 
gendo e pentendosi; li lava con lagrime e li bacia dolce¬ 
mente, e coi capelli dorati soavemente li asciuga: con un¬ 
guento prezioso gli unge i piedi, piangendo e pentendosi ora 
de’ suoi peccati. * * ... si chinò verso lei e dissele : Donna, 
va, non piangere, movi di qui; poiché è sì grande l’amore 
che tu mi porti, ti perdono i tuoi peccati; vanne in pace, chè 
più non peccherai, e mi amerai sempre : ed io t’amerò fino 
che al mondo sarai. Partesi Maddalena dai piedi di Gesù Cri¬ 
sto. Simone ode il perdono e n’è dolente e triste; e un della 
masnada indi ha parlato : Chi è dunque costui che ha così 
perdonato quella peccatrice? È egli messer perdonatore? Ei 

si fa chiamar dio, io credo che sia un ciarlatano. » 

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172 


Capitolo ottavo . 


E Marsilha gitet d’error. 

Qui predicant l’auzia 
Si convertia mantenent. 

Allegron si los pecadors, 

Lauzan Santa Maria 
Magdalena devotament. 1 

Una lunga vita di Santa Enimia pubblicò il 
Bartsch, nella quale si narra la vita molto leg¬ 
gendaria di questa Santa, che sarebbe stata figlia 
di Clodoveo re dei Franchi. Ne fu autore, come 
è detto nel prologo, un Maistre Bertrans de Mas- 
selha dietro preghiera del priore del convento, il 
che, oltre allo stile dell’opera è al fatto che essa 
è dichiarata una traduzione dal latino, ci autorizza 
a pensare che l’autore fosse un monaco. Consta 
di circa 2000 ottonari rimati a coppia e pare della 
seconda metà del secolo XIII. 2 

Un’opera assai interessante è la Vita di San- 
f Onorato di Raimondo Feraut, nizzardo, terminata 
nel 1300. L’autore era priore della Roque-Esteron 
e scrisse per domanda di Maria d’Ungheria mo¬ 
glie di Carlo II conte di Provenza. La vita è un 
polimetro in 4 libri; la versificazione ne è assai 
variata ed elegante, e la lingua abilmente maneg¬ 
giata è un ottimo modello di quel che era il volgare 
della bassa Provenza alla fine del secolo XIII. 3 

1 « Predicando le lodi di Cristo convertiva i pagani e trasse 
d'errore Marsiglia. Chi l'udiva predicare tosto si convertiva. 
S’allegrano i peccatori lodando S. Maria Maddalena di vota- 

mente. » 

3 Bartsch, Denkm. 215. Cfr. Bevue des lang. rom. f XVI, 209. 

3 Ogni indicazione sul S. Honorat si troverà in Bomania , 
Vili, 481, 

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Letteratura religiosa , eco. 


173 


Anche qui per altro non v’è originalità; i quat- 
tro libri di S. Onorato e una Vita di S. Porcario 
che li segue, non sono che una traduzione del 
Feraut dal latino, traduzione fedele ma graziosa. 
Il Feraut fu un fecondo scrittore; egli stesso nel 
polimetro ora citato dice che aveva già scritto 
una Vita di S. Albano , una Passione , un Com¬ 
pianto sulla morte di Carlo d 9 Angiò e un Com¬ 
puto (v. pag. 137). Dopo, cioè tra il 1300 e il 1325, 
anno in cui morì, tradusse dal latino una Natività 
di Maria Vergine e forse narrò in versi le leg¬ 
gende di San Tropez , di S. & Caterina , di Santa 
Barbe e altre ancora; ma pare sia una falsifica¬ 
zione del Nostradamus che egli scrivesse anche 
una vita di S • Armentario . 1 2 

Al secolo XIII appartengono pure le seguenti 
agiografie: Vita di San Giorgio di Pisidia in 801 
ottosillabi a coppia: la narrazione, salvo qualche 
amplificazione, concorda con quella della Leg¬ 
genda aurea di Jacopo da Varagine. 2 Vita di 
Santa Margherita in due distinte redazioni ; l’una 3 4 
quasi inedita, consta di 1450 ottosillabi accop¬ 
piati e fu composta nel 1284; l’altra è di soli 570 
versi. 4 Vita di Santa Dolcetta (Doucelina ), in 
prosa originale; 5 è un’opera rimarchevole per stile 


1 Cfr. Reme dee lang . rom., XX, 236, XXI, 210 e XXIX 157. 

2 Cfr Revue des lang. rom. 9 XXXI, 139, 

8 P. Meyer, Romania , XIV, 524. 

4 Edita dal Noulet: Vie de S. Marg. Toulouse 1875. 

6 Edita da Albanesi: Vie de S. Doucéline , Marseille, 1879. 
Cfr. Hi8t. liti . de la Frante^ XXIX, 526 e Revue dea lang. 
rom.f XVIII, 20. L'Albanes pubblicò anche ( Marseille , 1876) una 
Vita di S. Benedetto fondatore del ponte d*Avignone, la quale non 

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174 


Capitolo ottavo . 


e contenuto. Dolcetta visse in Marsiglia verso la 
fine del secolo XIII e vi fondò l’ordine delle J9e- 
ghine; la vita fu scritta poco dopo la sua morte 
ed è interessante anche come documento psichico 
sui fenomeni dell’estasi e della nevrosi ivi de¬ 
scritti come in nessun altro documento del Me¬ 
dioevo. Infine c’è un piccolo gruppo di scritture 
franco-provenzali, di cui fu autrice Margherita di 
Oyn prioressa di Pelatene o Poleteins; sono uno 
Specchio di Santa Margherita e una vita di Bea¬ 
trice di Ornacieux. 1 Alle agiografie fin qui ci¬ 
tate uniremo la menzione di una passione di San 
Giovanni Battista; sebbene ne riassuma breve¬ 
mente la vita esso è un vero canto liturgico per 
la festa del santo, come appare dai versi finali: 

Pregen tug le baro 
Ves Dieu fassans raso; 

E pregem tug la festa 
Que nos gart de tempesta, 

E nos garde los blatz 
Las vinhas e los pratz, 

E patz del cel en terra 
Jamais non ayam guerra. 

Eleison. 2 


è che la traduzione di un testo latino relativo a detta fonda¬ 
zione; egli crede che la versione appartenga al XIII secolo, ma 
il ms. è circa *del 1500 e mancano prove sicure che la tradu¬ 
zione sia di molto più antica. Gfr. Zeit. rom. Phil. II, 602. 

1 Philipon, Oeuvres de Marguerite d'Oyngt. Lyon, Scheuriog 
1877. L’autrice mòri nel 1310. Gfr. Bist . ìitt. de la Frante, XX, 
307. Romania, VII, 142, e Zeits. rom . Phil. II, 605. 

2 « Preghiamo tutti il barone (S. Giovanni) che presso Dio 
ci faccia ragione e preghiamo tutti la festa che ci guardi di 
tempesta, e ci conservi le biade, le vigne e i prati, e pace 
del cielo in terra, che mai non abbiamo guerra; eleison. » 

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Letteratura religiosaeco. 


175 


Il ms. è una copia del secolo XVII, ma allo 
Chabaneau pare che il canto risalga al XIV. 1 
Di questo stesso secolo sono pure una Vita di 
San Trofìmo, ancora inedita; 2 una lunga Vita 
di Sant 9 Alessio , 3 la quale consta di 1117 otto- 
sillabi, monotoni e punto atti a render gradito 
r argomento, ripugnante ad ogni animo bennato : 
il ricco giovane Alessio, per acquistare il paradiso, 
abbandona la vecchia madre, il padre e la mo¬ 
glie; poi torna travestito e per diciassette anni 
sta come ignoto mendicante sui gradini della sua 
casa, senza svelarsi agli addolorati parenti, che lo 
riconóscono solo dopo la sua morte; e parve santo 
e fu dei più venerati nel Medioevo ! 

§ 5. È da notare infine un piccolo gruppo di 
narrazioni religiose in prosa del secolo XIII af¬ 
fatto leggendarie. 

Una delle forme più amate dal popolo, è quella 
della visione ; e nulla poteva interessare così viva¬ 
mente come la conoscenza di ciò che avviene nel 
mondo di là. Da questo sentimento muovono le 
rozze visioni medievali al modo stesso che il 
poema sacro di Dante; ma è forse la sola cosa 
che abbiano in comune. 4 * * Da antiche tradizioni ir- 
! landesi derivano i loro elementi, le leggende del 


1 Bevue dee lang.. rom . XXVI, 160. 

2 Nei mss. 38 Ashb. della Laurenziana; I. 6. 39. Naz. di 
Napoli; 13514 Naz. di Parigi. Un saggio dell'ultimo in Ray- 
nouard, Lex. rom. I, 571. 

8 Edita dal Suchier, Denkm ., I, 125. 

4 Si veda Cancellieri, Osserv. sopra Voriginalità di Dante. 

Roma 1814 e le indicazioni del Wagner. Visio Tungdali. Erlan- 

gen, 1882, pag. 6. 

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176 Capiioio ottavo . 


Viaggio di San Patrizio e Visione di TindaL 1 2 
San Patrizio è l’apostolo Irlandese (372-466: altri 
387-466) attorno al quale la fantasia popolare in¬ 
tessè varii racconti meravigliosi. Il purgatorio di 
San Patrizio, nel quale si vedevano le pene dei 
dannati, altro non è che una grotta del lago Dearg 
in Ultonia, dove forse si ritirava il Santo a pregare. 

Altra celebre è la Visione di San Paolo e San 
Michele ; 2 il primo è guidato dal secondo a visi¬ 
tare le pene infernali, le quali sono tanto terribili 
e strazianti, che i due visitatori e tutti gli angioli 
pregano e ottengono da Dio che cessino i tor¬ 
menti dei dannati dal venerdì sera al lunedì mat¬ 
tina. Non vi ha dubbio che il popolo e buona 
parte del basso clero prendeva tutto ciò per teo¬ 
logia purissima. Il racconto provenzale è breve 
ma ben sostenuto e vivace. 

Al secolo XIV appartiene la traduzione proven¬ 
zale, 3 che ho già avuto occasione di ricordare, 
della Leggenda aurea di Jacopo da Varagine 
(1230-98), pietoso e dotto arcivescovo di Genova. 
Ciò che lo rese popolare fu la sua Istoria seu le¬ 
genda sanctorum , che dall’entusiasmo dei con¬ 
temporanei ebbe il nome di Leggenda d’oro. E 
una raccolta, per ogni giorno dell’anno, delle vite 


1 Du Mkge ; Voyage au purgatoire de S. Patrice et le libre 
de Tindal . Toulouse, 1832. Sulla leggenda cfr. Mussafia, La 
vis. di Tundalo, Vienna, 1870. Una versione catalana della 
Visio Tundali pubblicò il Baist, in Zeits. rom . Phil., IV, 318. 

2 Bartsch, DenJcm ., pag. 310-14. 

2 Nel ms. 9759 Naz. di Parigi; qualche estratto in Revue 
des lang . rom., XXIII, 105 e XXIX, 279. Catalani sono i mss. 
parigini, esp. 44 e 227, inediti quasi totalmente. 

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Letteratura religiosa , eco . 


177 


dei santi più amati e venerati nel Medioevo, della 
quale (oltre la provenzale citata) ci sono versioni 
in ogni lingua d’Europa. 

Una agiografia che merita d’essere inclusa tra 
le leggende è quella di Barlaam e Josaphat , di 
cui pure abbiamo una versione in prosa proven¬ 
zale che pare del secolo XIV. 1 Il II romanzo greco 
di Barlaam e Josaphat, attribuito a San Giovanni 
Damasceno, è noto non esser altro che un rifaci¬ 
mento cristiano di alcune tradizioni buddistiche; 
di modo che Buddha (Josaphat) col suo maestro 
Barlaam riuscirono ad avere un posto nel Marti¬ 
rologio romano alla data 27 novembre. Anche 
Jacopo da Varagine, nel libro sopra citato, rac¬ 
conta a lungo la fantastica vita di ambedue que¬ 
sti pretesi eremiti siriaci. 


1 Nel ms. 1049 Naz. di Parigi. Estratti in Bartsch, Prov. 
Lesebuch e Chrest. prov. in Zotenbercf e Meyers, Gui de Cam - 
òr ai. Stuttgart, 1864; in Bevue des ìang. rom., XXIII, 162. — 

Il Bartsch (Grundriss t pag. 88) nota anche una versione prov. 
della vita di Santa Fior (e non San Floro), ma non è certo 
risalga al secolo XIV. Molte altre vite inedite o andate per¬ 
dute sono elencate dallo Chabaneau, Biogr ., pag. 194. 


Restori. 


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12 



CAPITOLO IX. 


LETTERATURA RELIGIOSA, LIRICA E DIDATTICA. 
LETTERATURA DRAMATICA, SACRA E PROFANA. 


§ 1. Le opere religiose che non narrino storie 
bibbliche, vite e leggende di Santi possono divi¬ 
dersi in due classi: didattica e lirica. Con que¬ 
st’ultimo appellativo intendiamo le preghiere e i 
cantici liturgici; o sieno essi di creazione origi¬ 
nale o sieno parafrasi volgari di preghiere e di 
canti latini. E a questo proposito bisogna avver¬ 
tire che qui si considerano solamente le liriche 
di carattere puramente rituale e chiesastico, de¬ 
stinate al canto nelle chiese o all’istruzione e 
edificazione dei fedeli ; chè se si volesse compren¬ 
dere tutte le canzoni di indole religiosa che si 
trovano sparse nei canzonieri e nelle Joyas del 
gay saber della scuola tolosana, sarebbe un al¬ 
largare di troppo, non solo, ma un vero confondere 
cose essenzialmente distinte. Perchè a differenza 
dei canti liturgici e delle parafrasi di preghiere 
come il Pater, YAvemaria, ecc., le poesie reli¬ 
giose dei trovatori sono liriche di inspirazione in¬ 
dividuale in cui l’espressione del sentimento reli¬ 
gioso non ha e non pretende di avere nessuna 
precisione dogmatica nè autorità esegetica, e tanto 

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Letteratura religiosa, eco. 


179 


meno si propongono esse di servire a determinate 
cerimonie del culto. 

Il gruppo delle preghiere e dei canti religiosi 
non è molto copioso; evidentemente molte di que¬ 
ste brevi poesie sono andate perdute. Di alcune 
poesie religiose tolte da un ms. di San Marziale 
di Limoges, abbiamo già parlato (cap. II, § 7). 
Posteriore al 1100 ma pur sempre assai antica è 
una Preghiera alla vergine , la quale per verità, 
non offre alcuno speciale interesse, se se ne toglie 
il periodo remoto cui essa risale. Ne diede notizia 
e ne pubblicò il testo P. Meyer nel volume primo 
della Romania (pag. 407). 

Un vero manuale di Esortazioni e preghiere è 
il manoscritto Extravag. 268 di Wolfenbiittel, 
che contiene varie cose francesi e provenzali. L’au¬ 
tore scrisse nel 1254, nientre era in prigione nella 
quale restò 20 anni; questo è quanto si sa di lui 
con certezza. Dall’esame della lingua si può as¬ 
serire fondatamente eh’ egli era un italiano del¬ 
l’Alta Italia. Le forme strofiche sono assai variate, 
come pure le qualità dei versi, e non senza ele¬ 
ganza. Vedansi per esempio queste due stanze di 
imitazione saffica: 

Vergen cortesa — vi da vertadera, 
en vos hai mesa — voluntat entera, 
hai ben apresa, — qu’a la mar non pera, 

• merce, raina. 
Valen pulcela — de gr&cia piena, 
marina stela — gardag nos de pena, 
hai rems e vela — quel mund guida e mena, 

merce, rainà. 1 

1 « Vergine cortese, vita veritiera, in voi ho messo ogni 

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180 


Capitolo nono . 


Altre Canzoni a Moria si sono conservate. Una 
assai lunga edita dal Bartsch 1 ha più del sirven¬ 
tese religioso artistico che del vero canto chie¬ 
sastico. Un’ altra fu pubblicata dal Rayna. 2 Una 
terza, che potrebbe intitolarsi la salutazione an¬ 
gelica, è una cattiva riduzione dal francese. 3 Al¬ 
tre due meritano d’essere qui ricordate, sebbene 
appartengano alla poesia artistica. L’una è una 
Ballata alla Vergine , del re Giacomo II di Ara¬ 
gona (1291-1327); egli descrive una nave sbattuta 
dai marosi che simboleggia la chiesa pericolante 
per la simonia di Onorio IV e Niccolò IV, la de¬ 
bolezza di Celestino V e l’ambizione di Bonifa¬ 
cio Vili. 4 L’altra è una Canzone di Pietro di Cor- 
biac, la quale, sebbene sia essa pure una delle 
solite enumerazioni di epiteti laudativi, è forse la 
più soave e la più armoniósa di tutte le preghiere 
a Maria Vergine, 5 Altre liriche sono pure un Can¬ 
tico allo Spirito Santo , poco interessante, 6 e un 
Cantico sulla risurrezione del Cristo: esso risale 
al 1300 o poco dopo, ed era cantato al sabbato 


desiderio; o bennata (fate) ch'io non perisca in mare: mercè 
regina Valente pulzella di grazia piena, marina stella, guar¬ 
dateci di pena ; o remo e vela che guida e governa il mondo, 
mercè regina. * Bekker, Prov. geist. Lieder nei Resoconti del- 
l’Accad. di Berlino, 1842. Cfr. Em. Levt in Revue dee lang. 
rom. XXX T, 173. 

1 Denkm. p. 63-71. 

2 Giorn . di fil . rom , I, 87. 

8 Suchier: Denkm., I, 285 

4 De Lollis, in Revue des lang. rom., XXXI, 289. 

6 Raykouard, IV, 465. Bartsch, Chrest. prov . 209. 

6 A. Thomas, in Romania , Vili, 211. 

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Letteratura religiosa , ecc. 


181 


santo di Pasqua; consta di ventidue strofe di tre 
versi con alleluja 9 a questo modo : 1 

Quand Jesus Christ fon tormentat 
Et de la crous desclavellat 
En lo sepulcre fon pausat. 

Alleluja. 

Mas Pons Pilats et Caiphas 
Ben fort fasion gardar lo vas, 

Que non li fossa deraubai 

Alleluja. s 

Noteremo infine una abbastanza singolare Can¬ 
tinella in Nativitate Domini , la quale incomincia: 

Am grant alegrier annem vesitar 
la verges Maria el sieu bel filh car. 2 

Essa ci attesta la persistenza nel secolo XIV, del- 
l’uso di cantare i Noel alla notte di Natale, uso 
che c’ è attestato per i secoli più remoti (capi¬ 
tolo II, § 7) e che ebbe grande sviluppo più tardi, 
tanto che i Noel costituirono un vero genere let¬ 
terario. 

§ 2. Il secondo gruppo delle liriche religiose 
è costituito, come dicemmo, dalle parafrasi di pre¬ 
ghiere. Questo genere non può avere se non me¬ 
diocri pregi letterarii; esso è anche rappresentato 
scarsamente; i documenti che ne restano son tutti 


1 « Quando G. Cristo fu tormentato, e schiodato da la 
croce, fu posato nel sepolcro. All. — Ma Ponzio Pilato e Cai- 
fasso assai bene facevano guardar la fossa, che non fosse loro 
rubato. All. » Chabaneau, in Revue des lang rom., XIV, 5. 

2 « Con grande allegrezza andiamo a visitare la Vergine 
Maria e il suo bel figlio caro. > Bartsch, Jdhrhueh fUr erigi . 
nnd rom , Phil, XII, 8, 

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182 


Capitolo nono . 


del secolo XIV. Per cominciare dalle preghiere 
più solite, del Pater noster abbiamo tre versioni 
poetiche: una in 14 versi, quasi letterale; 1 la se¬ 
conda è una lunga e non bella parafrasi in 104 ot¬ 
tonarti a coppia, e la terza è di 36 versi, 4 per 
ogni punto del Pater latino. Il Meyer notò queste 
due ultime versioni in un ms. della Laurenziana, 
scritto verso la metà del secolo XIV da un tal 
Pietro de Serras farmacista e droghiere probabil¬ 
mente in Avignone. 2 Nello stesso ms. vi è anche 
un’ esposizione del Pater in prosa provenzale che 
è un frammento di una traduzione del libro La 
somme le Roi del domenicano francese Laurent. 3 

DelTAve Maria abbiamo quattro versioni. L’una 
in 7 strofe di 8 versi, della quale il Meyer pub¬ 
blicò un saggio ; 4 la seconda in 34 versi, edita 
dal Meyer dal ms. del Serras sopra accennato, è 
forse la men brutta; dò come esempio i versi cor¬ 
rispondenti al Benedicta tu in mulieribus: 5 


1 Suchier, Denkm , I, 291. 

2 Romania , XIV, 491 e 528. 

8 Di questo libro, in-tre mss. parigini e in uno di Oxford 
vi è una traduzione provenzale completa, diversa da quella 
donde fu tratto querto frammento. Il Bartsch (Grundriss, 
p. 89) ha dato a questa traduzione il titolo di Libro dei vizi 
e delle virtìi. Gfr. più oltre, pag. 189 in nota. 

4 Bull, de la Soc. dee anc. textes i I, 76. 

5 « Di tutte le sante sei Teletta e sopra tutte benedetta, e 
benedetto sia il buon frutto del tuo ventre, giacché la virtù 
dell'Altissimo si adombrerà in te, e dentro verratti lo Spi¬ 
rito Santo, di che concepirai. Quegli che tu genererai sarà 
chiamato figlio di Dio, pel quale saranno riaperti i cieli. » 
Romani^ XIV, 492. 

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Letteratura religiosa, eco. 


183 


De ioias santas ies eleias 
Et sobre totas benezetas, 

E benezet sia bon Truca 
Del tieu ventre, quar la vertus 
De l’Altisme s’olombrara 
En te, e dedins te venra 
Sant Espirit don concebras. 

Aycel que tu engenraras 
Sera apellat fil de Dieu, 

Per que seran deslieure los cieus (?) 

Le altre due, sono una parafrasi in 6 quartine, 1 
e una versione in 47 versi che è un misto di Ave 
Maria e di Litanie della Vergine, composta forse 
verso l’anno 1500. 2 Del Credo abbiamo 2 para¬ 
frasi: una in 42 versi tolta dal solito ms. del Ser- 
ras, 3 l’altra in 72 versi poco belli, di cui ecco 
il principio: 

De tot cor crezi fermament 
e confessi verayament 
los sans articles de la fe 
que son fondament de tot be. 

Tot premier crezi que Dieu es 
Sobeiran a trastotas res; 
tres personas certanament 
son un ver Dieu ses partiment. 4 

Dei Dieci comandamenti pure 2 parafrasi; una 


1 Chabaneau, Berne dee lang. row., XXIX, 242. 

* Duhé&i, Inetituiione de la Ville de Toulouee , IV, 199. 

3 Romania , XIV, 535. 

4 «Di tutto cuore credo fermamente, e veracemente con¬ 
fesso i santi articoli della fede che son fondamento d’ogni 
bene. £ in prima credo che Dio è signore di tutte le cose ; tre 
persone certamente sono un vero Dio senza divisione. » Cha- 
bakeau, in Bevue dee lang. rom ., XXIX, 243. 

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184 


Capitolo nono . 


molto letterale del secolo XIV in 10 versi, 1 Fel¬ 
tra, molto più recente, in 46 ottosillabi, composta 
nel 1552 da Giuseppe Cormys canonico del capi¬ 
tolo di Vence. 2 Delle Litanie abbiamo una para¬ 
frasi in 68 strofe di cui ecco le due ultime: 

Al jorn, Senher, del juzizi 
Cant venras lo mont jujar, 

Hon tracion ni mal vizi 
Non si poyran amaguar, 

Plasa ti que mi perdones 
E non mi vulhas dapnar, 

Mas am totz los santz mi dones 
Qu’ieu al cel puesca montar. 

Prec ti, Senher, que al peccayre 
Qu’esto romans a parlatz 
Per vezer lo sieu car payre 
Sant Castor benaiiratz, 

Layses far vida tan digna 
Que, oant el sera passatz, 

A la tieu cara benigna 
Per Fangel sia presentatz. 8 

Dal nome di car payre dato a San Castoro ve¬ 
scovo di Apt si induce che Fautore sia un apte- 
siano ; e da indizii assai concludenti si fissa la data 


1 Suchier, DenTcm., I, 290. 

8 P. Meyer, Bevue dea Soc. savantes, serie 6*, III, 432. 

8 c Signore, al giorno del giudizio, quando verrai a giudi¬ 
care il mondo, in che non si potranno celare nè tradimento 
nè mal vizio, piacciati che mi perdoni e non volermi dannare, 
ma dammi che con tutti i santi io possa salire al cielo. Ti 
prego, Signore, che al peccatore che ha recitato questa poesia 
per vedere il suo caro padre San Castoro ben avventurato, 
tu lasci fare così degna vita che, morto ch’ei sia, venga dal¬ 
l'angelo custode presentato alla tua benigna faccia. » Csaba* 
PEAV, in Bevue dea tyng. rom XXIX, 20$. 

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Letteratura religiosa, eco . 


185 


della composizione tra il 1317 e 1369. Una Lita¬ 
nia in 33 quartine di ottosillabi rimati a coppia è 
attribuita nel solo ms. che la contiene (Mus. britt. 
Harleien 3183) a San Pietro di Lussemburgo. 1 
Questi fu vescovo di Metz e cardinale, e morì il 
2 luglio 1387 a Villanuova presso Avignone; sem¬ 
bra però inverosimile che nella breve sua dimora 
in Provenza componesse poesie in provenzale. Una 
terza Litania sarebbe una poesia scritta verso il 
1340 da Peire de Ladils, di Bazas, ma è affatto 
artistica e punto liturgica. 2 Dei Salmi peniten¬ 
ziali abbiamo due versioni più o meno libere. La 
prima nel ms. 308 di Augers, quasi tutta di ot¬ 
tosillabi a coppia: ma talora anche a strofe varie, 
in un provenzale fihe rivela essere l’autore gua¬ 
scone; 3 la seconda in un ms. del museo Galvet 
d’Avignone : è in ottonarli e oltre la parafrasi dei 
salmi (che non è completa) vi è anche quella del 
salmo 108; fu composta, pare verso la fine del 
secolo XIII, sebbene il ms. sia di un secolo al¬ 
meno più recente; eccone un esempio corrispon¬ 
dente alle parole del De Profundis: “ Quia apud 
dominum misericordia et copiosa apud eum re- 
demptio. — Et ipse redimet Israel ex omnibus 
iniquitatibus ejus„: 

Car enves Dyeu es pietatz 
E misericordia e pas 
Et aondosa redempcions 
Ez envez el totas sascms 


1 Suchier, Denkm., I, 291. 

s Noulet et Chabaeeau, Deux mss. du XIV siicle , p. 129. 
9 Revue de» lang. row., XX, 69 e XXVIII, 105. 

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186 


Capitolo nono* 


Et el cant a luy piazera 
Tot Israel resemera 
De la sieuas enequitas 
E de trastotz los syeus peccalz. 

Come vedesi la traduzione è semplice e letterale, 
ma non manca di grazia. 1 
§ 8. La seconda classe di documenti religiosi, 
assai distinti dalla lirica, è di «quelle opere che 
sono destinate o a confermare i fedeli nelle sane 
dottrine ortodosse o a confutare gli errori delle 
sette ereticali ; le raccogliamo sotto il nome di 
opere didattiche. Le più vive ed efficaci, ognuno 
intende che sono le omelie e i sermoni del ve¬ 
scovo o del parroco: la predicazione incominciò 
coi primi tempi del cristianesimo, e naturalmente 
dovette seguire la evoluzione linguistica che s’an¬ 
dava lentamente compiendo nel popolo tra i se¬ 
coli V e IX; non è supponibile che il predicante 
usasse sistematicamente il terso latino (dato che 
lo avesse saputo) innanzi a un uditorio che ora¬ 
mai non lo intendeva più. 2 II fatto è invece che 
egli parlava al popolo nella favella popolare, ma 
se prendeva la penna per segnare qualche appunto 


1 Chabaneau, Bevue dea lang . rom. t XIX, 209. 

* Si è data importanza grande ai Goncilii di Reims e di 
Tours dell’813 che raccomandano Fuso del volgare: < easdem 
homilias quisque episcopits aperte transferre etudeat in rusti¬ 
cani romanam linguam ... quo faciline cimeli possint intettigerc , 
qtiae dicuntur *: ma la predicazione in volgare non cominciò 
allora di certo; il testo citato non è, io credo, che un ri¬ 
chiamo a quegli ecclesiastici che facessero pompa del loro la¬ 
tino a spese della intelligibilità, richiamo che si capisce nel' 
l’813 cioè in pieno fervore del cosidetto rifiorimento caro¬ 
lingio. 

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Letteratura religiosa , ecc. 


187 


del suo discorso, invincibilmente gli scivolavano 
sulla carta parole latine. La prima apparizione di 
frasi volgari nelle prediche scrìtte è, pel francese, 
in una omelia del IX secolo: i sermoni in pro¬ 
venzale risalgono solamente al secolo XII. Si tratta 
di due raccolte di Omelie e precetti religiosi; 
trenta in tutto, contenuti nel ms. lat 3548 B di Pa¬ 
rigi, proveniente dalla chiesa di San Marziale di 
Limoges, e destinati ad essere pronunciati nelle 
varie solennità dell’anno; sono certo, eccetto la 
traduzione del Vangelo su S. Giovanni (v. pag. 35) 
la prosa provenzale più antica: dalla lingua par¬ 
rebbero essere della parte meridionale del Li¬ 
mosino. Il Meyer crede che sieno originali; lo 
Ghabaneau inclina a crederli un rifacimento dal 
latino; ad ogni modo il loro pregio letterario è me¬ 
diocre, salvo qua e là qualche mossa oratoria 
abbastanza felice. La loro importanza come do¬ 
cumento linguistico non ammette discussione. 1 
Un piccolo gruppo di opere religiose riguarda 
le differenze e le discussioni tra cattolici e albi- 
gesi. Un documento in 682 dodecasillabi, con qual¬ 
che bioc è attribuito a un certo Izam, ed è intitolato 
Las Dovas de l’heretge. È un dibattito tra Izam 
e l’eretico Sicart de Figueiras ; in cui il primo 
con molti argomenti (de’ quali il più concludente 
e il più ripetuto è la minaccia del rogo: e s , aquest 
no vols creyre vec te 9 l foe aizinat) induce il se- 


1 Ghabaneau, Mevue dea lang . rom., XVIII, 105, XXII, 157, 
XXIII, 53 e 157. Altri frammenti di prediche volgari su vario 
soggetto sono elencati dal Guababbau, Biogr. p. 195. 

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188 


Capitolo nòno . 


condo a rendersi cattolico. 1 Un* altra poesia in 
838 versi come i precedenti (qualche serie è an¬ 
data perduta) è il pentimento dell’eretico. Un al- 
bigese prega Dio e in ispecial modo la Vergine 
Maria di ottenergli il perdono degli errori in cui 
perdurò per tanti anni; il tono e V espressione 
delle due poesie, e l’essere un verso della prima 
ripetuta nella seconda, indurrebbero a credere ad 
una identità d’autori, la quale però non è assolu¬ 
tamente sicura. Se furon due, furono certo con¬ 
temporanei, poiché le Novas furono scritte poco 
prima del 1244 e questo Pentimento prima del 
1230. 2 Sono due opere importanti per la storia 
religiosa: rappresentandoci in modo vivace l’accet¬ 
tazione della fede ortodossa dopo i terribili argo¬ 
menti della crociata albigese. 3 

Della classe di opere didattiche destinate al¬ 
l’istruzione dei fedeli, noteremo il così detto Dot¬ 
trinale di Raimon de Castelnou. 4 È un insegna¬ 
mento raligioso, una specie di catechismo in vol¬ 
gare, mediocre nella sostanza e nella forma. Il 
poeta si pente dei versi mondani che ha fatto in 
altri tempi e protesta di cantar d’ora innanzi solo 
di cose sacre. Di altre opere, quasi del tutto ine- 


1 P. Meyer, Annua ire bullet. de la Soc. de VHist. de Fr. 1879. 

2 Suchier, Denknt ., I, 214 e 532. 

8 P. Meyer ( Bom . XIV, 521) dà notizia di una poesia di 166 
versi, mutila in fine, che può mettersi in questa serie. È una 
Disputa tra una strega e un confessore , abbastanza curiosa e 
interessante. 

4 Suchier, Denhm., I, 241 e 536. Abbiamo alcune liriche 
di un Raimon de Castelnou, ma l’identità dei due autori non 
è certa. V. Bom., XIV, 533. 

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Letteratura religiosa, eco. 


189 


dite, basterà una menzione in nota; 1 qui accen¬ 
nerò a un Declaramens de motas demandas, breve 


1 In poesia: Meditazioni di S. Agostino (ms. 914 bibl. di 
Tours. Cfr. Bevue des lang. rom. a 1874, p. 318). — Contri¬ 
zione e pene dell*inferno (658 versi ined. ms. 1745, Parigi). — 
Disputa del corpo e délVanima (1166 ottosillabi, sec. XIV, ined. 
m. 14973, Parigi). — Le virtù e i vizi (dialogo, sec. XV o XVI) — 
Cfr. Paul Guillaume, Myetère de S. Antoni, p. 46. — In prosa: 
Formula di confessione (Suchier, Denktn., 98). — Trattato di 
penitenza (fine sec. XIII; De Lollis; Studi fil. rom., fase. XIII, 
273). — Confessione generale di Olivier Mailhart (fine sec. XV ; 
Dumége: Hist. de Toulouse, IV, 199). — Traduzione del li- 
ber scintillarum (di Defensor, monaco di Ligugé, a torto at¬ 
tribuito al venerabile Beda. Prosa alverniate, sec. XIII, rac¬ 
colta di sentenze morali. Inedito nel ms. parigino 1747, sag¬ 
gio in Bartsch, Chrest , 231). — Trattato dei 7 doni e Tradu¬ 
zione de quinque septenis (prose, nel ms. precedente). — Istru¬ 
zioni per la quaresima (sec. XIII, ined. ms. 2128, Parigi). — 
Traduzione dell*Elucidarium (di Honorius d’Autun : cfr. Lam¬ 
bert, Catal . dei mss, della bibl. di Carpentras , I, 89). — Trat¬ 
tati varii (della Conoscenza del Creatore: della Via di salute: 
deUe Regole di S. Tomaso : della Professione di monaci e mo¬ 
nache: delle Cause di predestinazione: della Perfezione di reli¬ 
gione: nel ms. parigino ined. 1852). La somme le Boi o Libro 
di vizi e virtù (cfr. più sopra, pag. 182 nota. — Laurent fu 
confessore di Filippo III (1270-1285) e della traduzione abbiamo 
due versioni, una provenzale e una valdese). Traduzione del 
Doctrinale sapientiae (di Guy de Roye, sec. XV ; cfr. Bevue 
dea lang. rom . XVIII, 261). Disciplina clericalis (di Pietro Al¬ 
fonso, tradotta in guascone. Pietro Alfonso, spagnuolo, giudeo 
convertito, fine sec. XII ; l’opera è una raccolta di moralità e 
favole arabe e indiane). Libro di preghiere (sec. XIV ; inedito 
nel ms. 41 Ashb. laurenziano). Officio della passione (sec. XIV ; 
ms. parigino ined. 2434). Contemplazione della vita di Cristo 
(trad. da S. Bonaventura. Cfr. Bomania , XII, 339). Begola di 
8. Benedetto (trad. in prosa, sec. XIII; ms. parigino ined. 2428; 
saggi in Bartsch, Chrest. 229). Pegole dell Ospedale di S. Gio¬ 
vanni in Gerusalemme (Mémoires de la Soc. archéol. du midi 
de la France, IV, 354). Brevi trattati in Anciens textes , a. 1881, 
pag. 57, 60, 61, 63. 

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< 



Capitolo nono . 


190 


brano di prosa del secolo XQI edito dal Bartsoh; 
una versione più lunga è ancora inedita; in esso, 
come dice il titolo, si'dichiarano molte domande 
le quali vertono specialmente sulle tradizioni re¬ 
ligiose e costituiscono dei veri indovinelli: genere 
molto usato e amato nel Medioevo tra gli esperti 
di esegesi storica, quale poteva aversi allora. Simili 
dialoghi ebbero anche nel Medioevo il titolo di 
Dits de Fenfauts sage. Ecco un breve passo del 
Declaramens : M Cals cieutat fo premieramen fatta? 

— respos: Ninive. Cals parlet ab la sauma? (col¬ 
l’asino) — respos: Balaam. Cals fon mortz doas 
vetz et una vetz natz? — respos: Lazer. En cal 
montanha non plou? — respos: en Gilboé, ecc. 
(Denkm, pag. 360). 

§ 4. Un gruppo a parte è formato dai docu¬ 
menti valdesi poetici e prosaici. Il Raynouard 
(II, 137-54) credeva, e con lui si credette fino al 
1865, che essi fossero molto antichi anzi alcuni 
rimontassero nientemeno che al 1100. Ora si è i 
indiscutibilmente provato che tutto ciò dipendeva 
da un errore di lettura; i documenti più antichi 
sono quelli in poesia, e appartengono al XV se¬ 
colo. 1 Essi sono tutti di contenuto morale, specie 
di prediche e di riassunti bibblici ; basterà citarne 


1 Tale questione è magistralmente riassunta da P. Meyer 
Reme critique d’hist. et de liti., I, 36. Per la prosa cfr. Mohtet : 
Hi8t. liti, dee Vàudois du Piémont ; le poesie sono edite nella 
Zeitschrift , IV, 330 e 521, tutte meno La nabla leyczon (già 
edita in Raynouard, II, 72, e in Archiv , LXII, 273) e la Con¬ 
fessimi (ed. Léger, HÌ8t. gin. des églises des vallées du Piémont , 
I, 92). Della Nobla Leyczon c’ è un’ ultima edizione di E. Mon- 
tet, Paris, Fischbacher, 1888; recensione in Zeit. XIII, 327. 

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Letteratura dramatica, eco. 


191 


qui i titoli: La barca , Lo novel sermon , Lo no - 
vel confort, La nobla leyczon , Lo payre eternai, 
-Lo desprezi del mont, U evangeli de li quatre 
semencz , La confession. I documenti valdesi in 
prosa sono quasi tutti posteriori alla Riforma. Fi¬ 
niremo questa rassegna menzionando una breve 
poesia in 33 dodecasillabi monorimati scritti sotto 
un quadro della chiesa di Bar, nelle Alpi marit¬ 
time. E una danza macabra , del XV e forse an¬ 
che del XVI secolo, unico documento che la ge¬ 
niale letteratura di Provenza ci abbia lasciato di 
questa lugubre fantasia medievale, nella quale sfi¬ 
lano agli occhi dello spettatore i vari rappresen¬ 
tanti delle classi sociali, imperatore, papa, nobili, 
clerici, obbligati ciascuno a danzare l’estrema fu¬ 
nebre danza con lo scheletro sghignazzante che 
raffigura la morte. 1 

La letteratura dramatica, sacra 
e profana . 

§ 5. La letteratura dramatica provenzale non 
è tale da meritare un capitolo a sè, per il numero 
assai esiguo di monumenti che ci ha tramandato. 
E ben vero che in questo, più che in ogni altro 
genere letterario, le perdite subite sono state nu¬ 
merose, poiché non ci rimane che appena la quarta 
parte delle opere sceniche della cui esistenza ab¬ 
biamo notizia sicura. 2 Ma se dal valore di quelle 


1 Revue des ìang. rom XIV, 161 e XX, 101. 
s L’elenco di esse è in Chabaneau : Biogr pag. 189-92. Di 
indole generale ed ottima su questo argomento è l’opera di 
Petit di Julléville: Ilist. du thèatre en France, Les Myetère». 

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192 


Capitolo nono . 


che ci sono rimaste possiamo arguire il valore 
delle perdute — ed è una induzione assolutamente 
lecita e plausibile — non abbiamo gran motivo di 
rimpiangere ciò che s’è smarrito, ed anzi, nella 
letteratura occitanica, è forse questa la perdita di 
cui meno dobbiamo dolerci. 

Il teatro medievale in genere non riconosce 
punto come suo progenitore il teatro classico 
greco-romano. In Roma stessa la tragedia e la co¬ 
media perdettero assai presto il favore popolare, 
e, dal secondo secolo in poi, la produzione dra- 
matica fu scarsa e destinata più alla lettura che 
alla scena. Un genere letterario così poco radi¬ 
cato, non doveva evidentemente offrire alcuna re¬ 
sistenza alla bufera delle invasioni barbariche. Ciò 
che rimase, fu, da una parte, il gusto del volgo 
pei giuochi di forza e di destrezza dei saltimban¬ 
chi e prestigiatori, histriones e joculatores, de¬ 
stinati a perpetuarsi, malgrado lo sdegno della 
Chiesa, fino ad essere i modesti progenitori dei 
trovatori e della grand’arte provenzale; dall’altra 
parte, nei chiostri e nelle rade scuole tramandan- 
tisi la fiaccola semispenta del classicismo, rimase 
la tradizione del dialogo dramatico, il quale parve 
una buona forma per questioni religiose e morali. 
Così si ebbe il Conflictus virtutum ac vitiorum 
(VI-VII secolo): il Conflictus veris atque hiemis 
(Vili secolo?) in cui si vedeva un personaggio 
vestito di verzura disputare con un altro coperto 
di paglia sui pregi dell’Estate e dell’Inverno; il 
Conflictus ovis et lini (secolo IX) e altre fredde e 
sbiadite allegorie, impotenti a uscire dal ristretto 
ambito claustrale e scolastico che le aveva pro- 

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Letteratura dramatica , eco. 


193 


dotte e incapaci di dar vita a nulla di nuovo e 
d’originale. 

I germi del teatro popolare del Medioevo furono 
i solenni riti della Chiesa cristiana. Le grandi fun¬ 
zioni della venuta di Cristo a Natale, della sua 
passione e della sua morte a Pasqua, sono di per 
sè veri drammi, semplici se vuoisi ma potenti, e 
tali che agevolmente erano compresi da tutti e a 
cui nessuno in que’ secoli di fede ardente poteva 
assistere senza una profonda commozione. Alcune 
parti di esse cerimonie si prestavano assai bene 
ad essere dialogizzate; e prima con una persona 
sola abbigliata da angelo o da profeta e poi con 
più persone, prima in latino e volgare e poi in 
solo volgare, si cominciò a rappresentare al vivo 
sull’aitar maggiore o nella navata della chiesa 
il fatto cui i testi rituali alludevano. Abbiamo già 
citato (v. pag. 164) a proposito del canto della 
Sibilla quella specie di rappresentazione che av¬ 
veniva alla notte di Natale. Il numero dei Profeti 
o testimonii del Cristo 1 andò sempre aumentando ; 
e come questa così ogni altra sacra rappresenta¬ 
zione accrebbe via via il numero degli attori e 
l’apparato scenico. Dall’altare maggiore prima e 
poi dalla navata della chiesa, si passò sul sacrato 
ove si costrusse il palco occorrente: di li.a una 


1 Questi personaggi che sfilavano sull’altare maggiore di* 
nanzi agli occhi del popolo, pronunciando ciascuno la propria 
testimonianza , nel documento più antico rimastoci (ms. latino 
1139 di Parigi, proveniente da un chiostro di S. Marziale di 
Limoges, della fine del sec. XI), sono: Isaia, Geremia, Daniele, 
Mosè, David, Virgilio e la Sibilla. 

Bbstokl 


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13 



194 


Capitolo nono. 


piazza della città. Cosi sorse il dramma popolare 
del Medioevo, il Mistero. 

§ 6. Data tale origine, rimane alquanto impro¬ 
prio f appellativo di profana dato a una parte 
della letteratura dramatica medievale ; perchè seb¬ 
bene il Mistero s’andasse sempre più scostando 
dalla Chiesa esso non potè, almeno nei primi se¬ 
coli, dimenticare del tutto le sue origini religiose 
e le cerimonie sacre donde traeva il nascimento, 
non foss* altro per farne la parodia. Tale il caso 
della famosa lesta dei pazzi, o Ludus stultorum. 
Nella festa di S. Stefano o di S. Giovanni Batti¬ 
sta o pel capo d’anno, nelle chiese e perfino nei 
cimiteri eleggevasi il re o l’abbate dei matti ( Ab - 
bas o episcopus stultorum , o fatuorum , o inno- 
centium) e si beveva, si facevano lazzi, si cercava 
di superarsi nel canto a forza d’urlare ( fort Gri¬ 
dar) e la parte vincitrice dimostrava la sua gioia 
“ ... clamando, sibilando, ululando , cachinnando, 
deridendo, ac cum manibus demonstrando „. La 
Chiesa fece di tutto per togliere simile scandalo, 
ma ne rimangono traccio fino in pieno Cinquecento. 
Un testo del secolo XIV della chiesa di Viviers, 
ha due benedizioni del vescovo dei matti che sono 
due quartine in provenzale. 1 È il solo documento 
dramatico di Provenza che, fino a un certo punto, 
si possa ritenere appartenente alla letteratura pro¬ 
fana. 

§ 7. Venendo alla dramatica sacra, era natu¬ 
rale che dopo i misteri della incarnazione e della 


* Qlossqrio c(el Du Cange (ediz. Heoschel ; III, 959), alla pa¬ 
rola Kalendae. 


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Letteratura dramatica , ecc. 


195 


redenzione si estendesse il drama a tutta la vita 
di Cristo; e si passasse poi alla vita della Ver¬ 
gine e dei Santi. Naturalmente erano più accette 
al popolo, e anche più facilmente sceneggiabili le 
azioni meravigliose, e così accanto ai Misteri si 
ebbe un’altra varietà dramatica, quella dei Mira¬ 
coli. La prima rappresentazione di cui si abbia 
notizia in Francia è infatti un miracolo o Ludus 
de miraculis beati Marcialis , e fu a Limoges nel 
1290. 1 II fatto che ogni città e villaggio aveva 
per proprio patrono un Santo, dotato immanca¬ 
bilmente di facoltà taumaturgiche, contribuì non 
solo ad accrescere il numero di queste opere 
sceniche, ma ad accendere tra i vari paesi 1* emu¬ 
lazione nell’esporle con pompa smoderata e con 
solenni apparati. Il palco (eschafault, parloir) 
assunse proporzioni grandiose; ricordevole del¬ 
l’antica scena religiosa, aitar maggiore o coro, 
donde era nato, ritenne sempre per dir così una 
rigorosa contemporaneità di esposizione. Era di¬ 
viso in piani ; in alto il paradiso, in mezzo la terra 
e sotto l’inferno; tramezze secondarie separavano 
i vari luoghi dove dovevano svolgersi i diversi 
episodi: insomma tutto l’ambiente necessario allo 
svolgimento del drama intiero era fin dal prin- 


1 S’intende vera rappresentazione scenica; nelle chiese ho 
già notato, di più antico, i Testimoni del Cristo. Ancora as¬ 
sai antico è lo Sponsus o mistero delle vergini saggie e delle folli , 
della metà del secolo XII, che è però connesso con le solite 
testimonianze del Cristo: misto di latino e volgare, non prò* 
venzale però come credette il Raynouard (II, 139), ma fran¬ 
cese della regione del Poitou. JJltima edizione: Bartsch, Lan - 
gue et liti . fr. Paris 1887; cfr. Stkhgel, Zeitschrift , III, 233. 

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196 


Capitolo nono . 


cipio sotto gli cacchi dello spettatore. Ciò aveva 
molti danni evidenti, ma due grandi vantaggi, e 
cioè di dare immediatamente all’ azione una certa 
materiale unità e di evitare i frequenti cambia¬ 
menti di scena che tanto raffreddano la emozione 
del pubblico. 

Forse il più antico mistero provenzale rimastoci 
è uno Sposalizio di nostra Donna , della fine del 
secolo XIII o principio del XIV. Nonostante il ti¬ 
tolo, la rappresentazione giunge fino alla adora¬ 
zione dei pastori, vale a dire comprende anche la 
natività di Cristo. Pare appartenga alla Provenza 
propriamente detta. 1 Contemporaneo, se non forse 
anteriore, è un breve frammento di 22 versi, che 
probabilmente costituiscono la breve parte di un 
attore, appartenente a un mistero sulla Natività 
o sugli Innocenti . Il frammento fu trovato nel Pe- 
rigord e, con alcune movenze di versificazione, ci 
dà indizio che non tutto l’antico teatro proven-- j 
zale fosse soggetto alla influenza francese. 2 * * * Al 
secolo XIV appartiene un Mistero della pas¬ 
sione di circa 2400 versi, forse originariamente 
catalano. Oltre un frammento di mano catalana, 
ne abbiamo una copia (ms. parigino 4232) quasi 
completa, eseguita da un copista guascone. 8 Di I 


1 Ined. in due mss, Colombina di Siviglia, 7, 2, 34 (circa 
850 ottosillabi a coppia) e Laurenziano 105 Libri-Ashb. (664 
versi id.). Cfr. Giornale di ftt. rom ., Ili, 106 e Romania , XIV, 
496. Alla drammatica sulla Vergine, si potrebbe ascrivere un 
Dialogo di Maria con la croce edito dal Meyer, Daurel et Be¬ 
ton, p. LXXII. 

2 Cfr. Revue dee lang. rom., VII, 414 e Romania , IV, 152. 

8 Descrizione in Meyer Daurel et Beton , p. LXXI e GXIX. 

Cenno del frammento in Revue dee lang . rom., XVII, SOI e 

saggio del ms. guascone,(i^. XXVili, 5. 



Letteratura dramatica, ecc. 


197 


un altro Mistero della Passione rappresentato a 
Caylus nel 1510, ma composto senza dubbio as¬ 
sai prima, s’è conservato un insignificante fram¬ 
mento di 8 versi. 1 La Passione del resto, come 
era naturale, fu argomento assai favorito di rap¬ 
presentazioni sceniche, delle quali nei registri e 
archivi di varie città si è raccolto un buon nu¬ 
mero di indicazioni. 2 

L’opera migliore che la Provenza abbia lasciato 
in questo genere è il Mistero di Sant'Agnese, 
polimetro di circa 1000 versi, incompleto al prin¬ 
cipio. L’argomento di questo, come di ogni altro 
mistero sacro , è inutile riferirlo; per avere la tela 
del drama basta leggere la vita leggendaria del 
santo in qualche opera, martirologio o Bollandisti 
o simile, che riporti i testi tradizionali. Non è dun¬ 
que il merito dell’invenzione, ma la varietà dei 
metri usati e la vivacità dell’esposizione che forma 
il pregio della Sant’Agnese. L’anonimo autore ha 
seguito da presso il suo originale latino (una Vita 
attribuita a S. Ambrogio), e l’interesse dell’opera 
è accresciuto dall’averci lasciato ricordo di canti 
popolari, e molte parti ancora con la musica del 
tempo. 3 Di un Ludus sanati Jacobi si è conservato 
un frammento di 705 ottosillabi rimati a coppia, 
trascritti assai scorrettamente alla fine di un re¬ 
gistro notarile del 1495 a Manosque, e l’opera non 
è di molto più antica. L’argomento è un miracolo 


1 Petit de Julleville, op. cit., 98 e 139. 

2 Chabaneau, Biogr.j pag. 190, nota 1.* 

8 Edizióni : Bartsch, Berlin, 1869. Sardou, Paris, 1877, con 
esempi musicali trascritti. Paleografica: Monaci, Roma, 1880. 

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198 


Capitolo nono. 


di S. Giacomo di Composteli, e si può arguire che 
il ludus fosse assai lungo, con pezzi di musica 
intercalati e col fol (buffone) che senza prender 
parte all’azione rallegrava gli uditori co’suoi lazzi. 
Non è improbabile che sia rifacimento di un testo 
latino. 1 

Della stessa epoca, cioè tra il 1450 e il princi¬ 
pio del Cinquecento, è un gruppo di misteri che 
potrebbe dirsi gruppo alpino. Essi infatti furono 
scoperti negli archivii di Puy-Saint-André e Puy- 
Saint-Pierre presso Briangon, dipartimento delle 
Alte-Alpi. Sono, un Mistero di S. Pietro e Paolo 
in circa 6000 versi; un Misterio di S. Ponzio in 
6033 ottosillabi a coppia, divisi in tre giornate; 2 3 4 * 
San Ponzio fu vescovo di Cimiez (a. 257-61) e la 
sua festa cade il 14 maggio: il mistero segue la 
vita data dai Bollandoti. Un Mistero di S. An¬ 
tonio del Viennese in 3966 ottosillabi; il ms. è 
del 1503 ma l’opera è senza dubbio del secolo 
antecedente; 8 una Moralitas sancti Eustacii 4 in 
2849 ottosillabi che comprendono la conversione, 
il martirio e i miracoli del santo, e fu rappresen¬ 
tata nel 1504 (esso è però più antico) a Puy-Saint- 
André sotto la direzione del curato del luogo, 
Bernardo Chancel. Questi, anni dopo, e cioè il 20 | 
giugno 1512, diresse anche la rappresentazione di I 


1 Edito da Arnaud, Ludus , ecc., Marseille, 1858. Cfr. Jahr- 
buch, III, 196. 

2 Edito dal Guillaume, Revue des lang. rom. y voi. XXXI 
e XXXII. 

3 Edito dal Guillaume. Gap, 1884. 

4 Edita dal Guillaume, Revue des lang. rom., volume XXI e 

XXII. — L’Autore fu forse lo stesso del mistero seguente. 

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Letteratura dramatica , eoe. 


199 


un Mistero di S. Andrea il cui ms. (autografo?) 
è del 1512; ne fu autore un cappellano, forse del 
luogo stesso, per nome Marcellino Richard il quale 
probabilmente rimaneggiava un mistero più an¬ 
tico ; quel che ci è rimasto non è che la seconda 
parte del drama. 1 Tutti questi misteri hanno scar¬ 
sissimi meriti letterari. 

Son questi i pochi avanzi del teatro provenzale. 
Oltre, come dissi, a memorie di molte opere per¬ 
dute, è rimasto qualche nome di autore e cioè 
(oltre il succitato Richard) si ha ricordo di due 
scrittori (o copisti?) di farse rappresentate ad Avi¬ 
gnone nel 1488, certi Peyrard e Philippon. Anche 
un ciabattino di Avignone, certo Joan Billietti, 
detto Petit-Jean , morto verso il 1520, fu autore 
di farse e moralità ivi recitate nel 1498. Nulla di 
tutto ciò è sorvissuto. 2 Ma, tra il popolo almeno, 
Tindirizzo medioevale del teatro continuò ancora 
lungo tempo: verso la fine del XVII secolo il 
rabbino Mardocheo Astruc compose una Regina 
Esther che, malgrado il titolo classico di tra¬ 
gedia non è in fondo che un ludus dramatico 
come quelli del Medioevo. Importante perchè ci 
attesta questa persistenza del gusto popolare, detta 
tragedia, come opera letteraria, non ha assoluta- 
mente merito alcuno. 3 


1 Edito da J. Fàzy, Aix, 1883. 

8 V. questi nomi nell’indice delle Biogr . dello Chabaneau. 

3 Cfr. Romania , VI, 300. 


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CAPITOLO X. 


CENNI SULLA STORIA LETTERARIA PROVENZALE 
DALLA FINE DEL SECOLO XV AI GIORNI NOSTRI. 


§ 1. Noi abbiamo condotto la storia della let¬ 
teratura provenzale, in tutti i generi letterari, fino 
verso alla fine del secolo XV. Chi riguardi in¬ 
dietro il cammino percorso, vedrà che non tutti i 
generi giunsero, egualmente vitali, a questo li¬ 
mite estremo; alcuni, specialmente la lirica e la 
imitazione epica, s’erano spenti assai prima: altri 
s* erano trascinati più oltre ; in complesso tutti 
sono colti, mano mano che si procede nel tempo, 
da una spossatezza invincibile e dalla sterilità. 

Così è della lingua; chi legga i documenti 
scritti dal XI secolo ai primi del XVI osserverà 
modificazioni e varietà ma regolari e parche: non 
è un mutamento ma un normale sviluppo. Dopo 
il 1500 invece pullulano documenti di vari par¬ 
lari, diversi tra loro e dalla lingua comune. È egli 
credibile che si sia la lingua mutata in pochi 
anni più che per lo innanzi in molti secoli? Evi¬ 
dentemente no; egli è che prima il provenzale 
costituiva un idioma letterario dalle cui norme 
erano frenati così gli scribi e notai dei vari mu- 

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Cenni sulla storia letteraria , eco. 201 


nicipi come i poeti e i prosatori delle varie prò- 
vincie. Ma dal Trecento al Cinquecento, con moto 
che variava nelle diverse regioni 1 ma era in tutte 
continuamente accelerato, la lingua francese si im¬ 
pose come tipo idiomatico delle classi colte (le 
quale per dir vero continuarono a parlare i loro 
patois meridionali, ma così come la nostra aristo¬ 
crazia e borghesia parla in milanese, in vene¬ 
ziano ecc.; cioè con la coscienza di non parlare 
in lingua ) e i modelli letterarii furono esclusiva- 
mente le opere francesi. Allora tutto ciò che si 
scrisse in idioma diverso dal francese non fu che 
produzione dialettale; ma anche in questa il fran¬ 
cese, la lingua ormai letteraria di tutta la Fran¬ 
cia, esercitò un’influenza diretta. Chi pensi alla 
azione costante e intima dell’italiano, per esem¬ 
pio, sulle varie opere in dialetto, non avrà biso¬ 
gno di prove. Perfino nella materiale scrittura 
quest’azione si manifesta: perchè prima il proven¬ 
zale aveva un sistema ortografico suo proprio che 
mantiene alle lettere il suono che press’a poco 
hanno in latino: ora l’ortografia si foggia su quella 
francese, e l’indole francese seguono pure le nuove 
parole furbesche, i vezzeggiativi, i termini tecnico¬ 
scientifici e quanto altro crea il popolo nella sua 
diuturna evoluzione idiomatica. 

Carattere intrinseco di qualunque letteratura in 
dialetto è di essere essenzialmente locale. I clas¬ 
sici della lingua letteraria si intendono e si ap¬ 
prezzano da tutta la nazione; ma, per citare l’e- 


1 II Bearn fu la più ribelle, e usò negli atti pubblici il suo 
idioma fino in pieno secolo XVII. 


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202 


Capitolo decimo . 


sempio dei nostri migliori, il Porta e il Meli, se 
anche dovunque intesi, non possono in modo pieno 
e intimo esser gustati se non in Lombardia e in 
Sicilia. Per questo la storia della letteratura pro¬ 
venzale dopo il secolo XV è obbligata a spez¬ 
zarsi in numerose storie locali, d’Avignone, di 
Marsiglia, di Montpellier, di Tolosa e via di¬ 
cendo. Una storia generale o dovrebbe avere 
quasi tanti capitoli quante le città: eppure di se¬ 
colo in secolo accozzare insieme le varie produ¬ 
zioni appartenenti allo stesso genere letterario, 
col rischio e svantaggio di presentare uniti docu¬ 
menti che nulla hanno di comune se non la ca¬ 
suale analogia del soggetto e i cui autori potreb¬ 
bero essere perfettamente inintelligibili l’uno al¬ 
l’altro. 

§ 2. Noi non dobbiamo qui tenere nè l’un 
metodo nè l’altro, ma noteremo semplicemente 
quei poeti e letterati che spiccano tra la falange 
dei minori, e sognano a grandi distanze il succes¬ 
sivo cammino della letteratura vernacola proven¬ 
zale. Alla prima metà del secolo appartengono 
Luigi Belaud de la Belaudière, nato a Grasse nel 
1532 e morto nel 1588, e il suo amico Pietro Paul, 
1565-1615 circa, le cui poesie furono pubblicate 
insieme nel 1595 a Marsiglia. Essi ebbero le lodi 
della poetessa marsigliese Marsiglia d’Altouvitis 
(1550-1606) e furono riguardati come restauratori 
della poesia provenzale. Ma questo onore è co¬ 
munemente accordato a Pietro Goudouli o Gou- 
delin. Nacque a Tolosa nel 1579; studiò diritto, 
ma ben presto abbandonò le pandette per darsi 
alla poesia. Più volte premiato daU’Accademia dei 

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Cenni sulla storia letteraria , ecc. 203 


giuochi florali, la fama di lui non restò circoscritta 
alla provincia, ma arrivò all’estero e le sue poesie 
furono conosciute in Italia e in Ispagna. Le sue 
opere ( Obros de Goudoulì ) furono raccolte ed 
edite a Tolosa nel 1684 e più volte reimpresse; 
è ammirabile sopratutto un’ Ode in morto d’En¬ 
rico IV. Di carattere lieto, gioviale e spendereccio, 
fu amato da tutti i concittadini e ricevuto e ono¬ 
rato dal Duca di Montmorency allora governatore 
di Linguadoca, e che doveva più tardi (1632) fi¬ 
nire sul patibolo. Per Goudouli fu un grande do¬ 
lore; il tempo lo consolò, e fini serenamente i 
suoi giorni nella sua città natale nell’anno 1649. 
Egli è ancora un modello per i poeti provenzali, non 
tanto per la profondità dei concetti quanto per la 
grazia squisita e la pura limpidità con cui sono 
espressi. > 

Suo contemporaneo fu Giovanni Bovde, autore 
di una poesia pubblicata nel 1624: Le passotens 
mouhdi (il passatempo tolosano). Più noto e più 
valente fu Daniele Sage, nato a Montpellier nel 
1587. Nato di famiglia calvinista assistette all’as¬ 
sedio di Montpellier, fatto nel 1622 da Luigi XIII, 
ma pare non prendesse molto a cuore le questioni 
religiose: abiurò e fece dei versi faceti sulla sua 
abiura. Disgrazie di famiglia e la passione del 
giuoco lo ridussero alla miseria, e morì povero 
nel 1642. La raccolta delle sue poesie intitolata 
Folies ebbe gran voga: peccato che sieno quasi 
tutte macchiate d’oscenità. 

Nel secolo XVII sono in gran numero i poeti 
provenzali, ma nessuno raggiunse l’altezza di Gou¬ 
doulì. Poeta vario e fecondo fu Claudio Brueys 

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204 


Capitolo decimo . 


di Aix; la sua raccolta: Jardin deia Musos pro- 
vengaloa merita questo titolo; coltivò oltre la li¬ 
rica anche la drammatica. Sono anche da ricor¬ 
dare Stefano Fontaine (m. 1652); il capitano Se- 
guin (verso 1640) autore di liriche e commedie; 
Giovanni Bertet, famoso come epigrammista ed 
apprezzato anche da Luigi XIV pel quale com¬ 
pose nel 1672 la canzone intitolata: La campa - 
gno d’Hollando; Luigi Puech, che fiori verso la 
metà del secolo e mori dopo il 1690, del quale le 
numerose poesie aspettano ancora un raccoglitore. 1 
Ma più di tutti si resero popolari Nicola Saboly 
e Arnaldo Daubasse. Il primo nacque a Monteux 
presso Carpentras nel 1614. Passò baccelliere al¬ 
l’università di Avignone, indi maestro di musica 
nella chiesa di S. Pietro di quella città stessa. In 
tale qualità pensò di comporre dei canti di Na¬ 
tale (Noèls) i quali divennero ben presto popola¬ 
rissimi, e si cantano ancora in tutta Provenza. E' 
impossibile gustare, nelle traduzioni, i suoi canti, 
di cui tutto il fascino sta nella bellezza della frase, 
nella ricchezza della rima e nelParmonia. Mori ad 
Avignone nel 1675. Il Daubasse nacque a Moissac 
nel Quercy nel 1664; era operaio e fabbricante di 
pettini. La sua gioventù è poco nota: a 33 anni 
lo troviamo a Villanova d’Agen, ove stette fino 
alla sua morte (1727). Fu caro alle brigate ele¬ 
ganti ch’egli rallegrava co’suoi motti e con le 
gioiose poesie; ma il suo buon senso popolano lo 
salvò sempre dalla affettazione, e nel vivere e 


1 Gfr. Pama88e p roveti gal du P. Bougerel , edito da G. Cha- 
baneac nella Bevue dea lang. rom XIX, 175 e 284. 

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Cenni sulla storia letteraria , eco . 205 


nello scrivere. I suoi versi ebbero due edizioni: 
una pessima, senza data, e l’altra discreta a Vil- 
i lanova, nel 1839. 

Nel Settecento i vari idiomi del mezzogiorno 
I della Francia vanno sempre più diversificandosi 
I e si sciolgono da ogni regola tradizionale. Nes¬ 
suno de’poeti di questo secolo si innalza molto 
sugli altri; in tutti però vi è brio e spirito. Come 
dovunque, anche in Provenza molti abati di quel 
tempo coltivarono la poesia, tra cui eccelle l’abate 
Favre, nato nel 1727 a Sommières nella bassa 
Linguadoca e morto priore di Celleneuve nel 1783. 
Le due opere sue più note sono: Lou sermoun 
| de Moussu Sistre e Lou siéje de Cadaroussa (as¬ 
sedio di Caderousse, in tre canti) ambedue satire 
assai fini e festive. Fece anche dei travestimenti 
burleschi dell’Odissea e dei primi 4 libri dell’ J57- 
ne/de, un breve e originale romanzo in prosa e 
molte poesie staccate. 1 Anche Claudio Peyrot, 
1709-95, del Rouergue, priore di Pradinas, autore 
di un poemetto: Los quatre Sosous (le 4 stagioni), 
è celebrato per la bonomia unita al buonsenso e 
la giovialità dei suoi versi. Altri del clero, degni 
di menzione per poesie satiriche e gioiose e spesso 
un poco lascive, sono Pietro Cléric (1661-1740), 
Marcantonio Martin (1740-lò21), Giovanni Coste, 
il gesuita Lacombe. 

Tra i non appartenenti al clero, tralasciando al¬ 
cune poesie che ci son giunte anonime, accenne¬ 
remo a una storia poetica della guerra del 1707 
del Duca di Savoja in Provenza, in cui, per ve- 


1 Due edizioni. Montpellier, 1815 e 1839. 

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206 


Capitolo decimo . 


rità, vi è molta storia © poca poesia. Ne fu au¬ 
tore lo scudiero Jean de Cabanes di Aix di Pro¬ 
venza (1653-1717). Della Guascogna nomineremo 
Bernardo di Saint-Salvy (m. 1834) autore di molte 
brevi e gioviali composizioni. Non meno arguto 
di lui ma imbrattato di oscenità fu Pietro Hellies, 
avventuriere pieno d’ardire e di vizi le cui poesie 
sono ancora quasi tutte inedite. 

Molto stimato da’suoi contemporanei fu Fran- 
cois-Toussaint Gros (1698-1748) di Marsiglia, au¬ 
tore di un gran numero di brevi composizioni, de¬ 
boli di concetto, ma pregevoli per la completa 
padronanza che il poeta ha della sua favella na¬ 
tale; i suoi versi furono riuniti in un volume nel 
1734. Pure di Marsiglia fu Giambattista Germain 
(m. 1781) autore di uno spiritoso poemetto edito 
nel 1760 intitolato: La bourrido dei Dieoux; la 
bourrido è una zuppa d’ova, aglio e olio, assai 
gustata a Marsiglia e, secondo il Germain, anche 
dagli Dei delFOlimpo. Sono pure degni di ricordo 
Giambattista Coye (1711-1777) di Mouriés presso 
Arles e i due fratelli di Montpellier, Augusto 
(1759-1835) e Cirillo (1750-1824) Rigaud, il primo 
de’quali scrisse: Las véndémias dé Pignan , e il 
secondo: Las Amours dé Mounpéiè , due poemetti 
di una grazia veramente squisita. Nel Bearn poi 
ebbe, per tutto il secolo, molta voga la elegia pa¬ 
storale: © cospicuo tra i poeti idillici fu Cipriano 
Despourrins (1698-1755) valoroso e popolarissimo 
poeta, protetto dal re Luigi XV e madama di 
Pompadour. 

In Tolosa la poesia non si abbandonò alla fatua 
eggerezza o all’idillio come in Linguadoca e in 

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Cenni sulla storia letteraria , eoe. 207 


Bearn; la vecchia città si mantenne accademica 
e divota. Le brevi poesie gioiose che pure vi si 
scrissero furono per lo più attribuite con mala 
fede a Goudelin, a Mathelin o a Ponset, ma è 
roba indegna di loro. Opera seria, anzi troppo 
seria, è il lungo poema di 21 libri: Lo Mirai 
moundi (lo specchio tolosano: ivi edito nel 1781) 
di cui non si sa se un certo Hillet fosse sola¬ 
mente l’editore o anche Fautore; altri lo attribui¬ 
scono a un ecclesiastico, certo Napian, affatto 
ignoto. È un quadro della vita umana, de’vizii e 
delle virtù d’ogni età: un vero manuale di pietà 
cristiana in cui la greve morale soffoca comple¬ 
tamente la poesia. 

Il teatro provenzale del diciottesimo secolo ci 
dà poche cose che abbiano un’ importanza lette¬ 
raria. Una pastorale di Daphnis e Alcimadure , 
rappresentata con successo nel 1754, opera in 
dialetto bastardo nerbonese-tolosano di Gian Giu¬ 
seppe Cassanea (1711-1773): una commedia rap¬ 
presentata a Marsiglia nel 1784: La beneficenza 
di Luigi XVL opera di Gilles Blanc: un trave¬ 
stimento dialettale assai spiritoso del Misantropo 
di Molière, fatto nel 1797 da un magistrato di 
Cartres, Giuseppe Daubian-Delisle (1734-1822): e 
infine alcune operette sceniche del già citato abate 
Favre, del cavaliere Cousse de Latomy e dello 
stampatore Baour di Talosa, sono quasi le sole 
cose che meritino un ricordo. 

Un genere che ebbe molta voga furono i Noels 
che era uso cantare nell’ottava di Natale davanti 
al presepio. Uno degli scrittori più fecondi di si¬ 
mili canti, e che ottenne una larga popolarità, fu 

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208 


Capitolo decimo . 


l’abate Cazaintre di Carcassona abile verseggiatore 
ma talvolta rasentante la trivialità. I cantici devoti 
furono pure moltissimi : un anonimo giunse perfino 
a scrivere in dialetto avignonese un Poema sulle 
sante parole — Dio sia benedetto! che ha mille 
quattrocento e venti versi. 

AH'avvicinarsi della Rivoluzione la musa verna¬ 
cola di Provenza scema di fecondità: il rapido 
succedersi degli avvenimenti non permette lunghe 
composizioni, ma brevi poesie d’occasione che in 
generale sono più appassionate che belle. Sono 
canzoni, ammonimenti, petizioni in forma umori¬ 
stica: dapprima in tono umile, non senza qualche 
lamento. A Lauragais i contadini cantavano: 

“ De qui depen que la ritchesso 
le poudé, las haunous, les bés 
se biren bés la Gentillesso, 
tout d’un coustat, de l’autre rés? „ 1 

Molti di questi lamonti popolari sono tolosani. 
Col crescere del Terrore gli inni diventano più 
feroci: non mancarono gli scherzi, come un com¬ 
pianto di M. r Font sul Calendario gregoriano uc¬ 
ciso dal repubblicano , nè gli scherni crudeli, come 
quando si cantava per le vie che i salassi della 
ghigliottina facevano tornar l’appetito alla Francia 
ammalata. Degno infine di menzione è un poe¬ 
metto intitolato: La Francia rigenerata di Ber- 
nardy cittadino di Montauban. 


1 « Da che dipende che la ricchezza, il potere, gli onori, i 
beni, si girino verso la Nobiltà, tutto da una parte, nulla 
dall* altra ? > 


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Cenni sulla storia letteraria , eco. 209 


Frattanto era nato chi doveva rigenerare, se non 
la Francia, almeno la cadente poesia provenzale : 
Giacomo Jausemin o Jasmin. Nacque ad Agen in 
Guascogna nel 1798 di povera famiglia: cominciò 
gli studi in Seminario ma, cacciatone poco dopo 
per una scappata giovanile, s’allogò garzone presso 
un parrucchiere, finché potè metter bottega del 
proprio. Suoi autori prediletti erano Florian e 
Goudouli; la sua poesia si risente di queste let¬ 
ture. Cominciò a pubblicare uno Charivari nel 
1825, cui seguirono numerose composizioni, che 
egli stesso riunì in quattro volumi (1843-53) col 
titolo di Papillotos. La sua fama sorpassò i limiti 
della provincia: a Parigi fu reso noto special- 
mente dal Nodier e dal Sainte-Beuve. Nel 1852 
la sua fama fu consacrata da un premio dell’Ac¬ 
cademia. Il pregio della sua poesia è nella tersa 
limpidità della frase e in uno strano fascino mu¬ 
sicale. Morì, compianto da tutta Francia, nella sua 
città natale il 4 ottobre 1864. 

Frattanto, oltre il Jansemin, altri minori ave¬ 
vano cooperato con lui a far rifiorire la poesia, e 
pronunziato il nuovo rinascimento. Citeremo il 
Diouloufet (1785-1840), Jean de Cabanes, Jacques 
Azàis e Giacinto Morel (1756-1829;. 1 Ma più di 
tutti deve ricordarsi Giuseppe Roumanille. Nato a 
Saint-Remy nel 1818, fu dapprima insegnante in 
un istituto d’Avignone, poi editore-libraio. Si fece 
col lavoro una posizione e con la poesia una fama 
indiscussa. L’arte sua è semplice, non triviale; 
egli è il poeta delle tradizioni famigliari, delle 


1 F. Donnadieu, Les précuraeurs dea félibres. Quantin, 1889. 

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210 


Capitolo decimo . 


credenze e delle leggende del suo paese. Il primo 
libro da lui pubblicato nel 1847 è Li margari- 
deto , e nel 1864 una raccolta più importante : Lis 
Oubreto. Suoi coetanei sono Anseimo Mathieu, 
poeta vigoroso e vario, autore della Far&ndoulo 1 2 
e Alfonso Tavan, insuperabile nel ritrarre con le 
strofe i paesaggi della sua Provenza, il cui libro 
capitale è intitolato: Amour e plour. 

Agli sforzi del Roumanille e di questi due or 
nominati si deve la fondazione della società del 
Félibrige 3 avvenuta nel piccolo castello di Font- 
ségugne il 21 maggio 1854. Erano con loro altri 
quattro amici, Teodoro Aubanel, Federico Mistral, 
Jean Brunet, Paul Giera; 3 sette dunque, come i 
loro predecessori che fondarono il Consistori di 
Tolosa, ma indubbiamente di maggior valore ar¬ 
tistico. 

La nuova associazione intese a organizzare tutti 
gli amatori della Provenza, a ravvivare le sue 
glorie antiche e a coltivare gli ingegni moderni. 
Lo slancio ch’essa ebbe è incredibile ; e la ragione 
è in questo che il felibrismo non è una risurre¬ 
zione fittizia voluta da pochi letterati, ma un ri¬ 
sveglio cosciente della nazione provenzale, e at¬ 
tinge assai largamente e profondamente nel sen¬ 
timento popolare. Libri, riviste, società di varia 
natura e di scopi diversi si sono formate e affer- 


1 La farandola è una danza tradizionale di Provenza. 

2 La parola deriva, con un poco di sforzo per verità, dal 
greco yììxflpo;, amante dello splendore; s’intende splendore 
artistico. Felibre equivarrebbe a maestro d f arte. 

8 L’ultimo morì prematuramente; il penultimo non ha 
scritto versi. 

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Cenni sulla storia letteraria , eoe. 211 


mate con mezzi potenti, tra cui non è lecito il 
non accennare almeno la tanto benemerita Société 
pour Fétude des langues romanes cui si deve la 
splendida Bevue des langues romanes (l.° voi. 
1870 ) e numerosissime altre pubblicazioni speciali , 
e infine il baldo e spiritoso Armana prouvengau , 
almanacco annuale (l.° anno 1855?) in cui si rac¬ 
colgono le poesie de’migliori félibres , 1 2 * * * * 

Certo a questa organizzazione del felibrismo, 
ammirabile come società promotrice di studi e 
compensatrice di ingegni, 9 mancava e manca qual¬ 
cosa di più intimo e vitale ogniqualvolta tenti di 
uscire dal campo letterario e affermarsi politica- 
mente. Perchè risvegliare la coscienza nazionale 
se la Provenza non è più una nazione? E anche 
dal lato linguistico, questo volere di nuovo unifi¬ 
care i vari dialetti cominciando fin dall’ortogra¬ 
fia, o riformare il tipo comune e ridargli il grado 
di lingua letteraria, a chè se esso non può che 
rimanere un dialetto, per quanto ingrandito e no¬ 
bilitato? 

I pericoli che a queste domande la risorgente 
Provenza volesse dare una risposta troppo radi¬ 
cale, furono avvertiti nel Nord e forse (per qual¬ 
che esagerazione dei primi numeri dell’Almanacco, 


1 Un quadro assai compiutamente delineato delle riviste, 
gazzette, società poetiche ecc., della letteratura neo-proven¬ 
zale, scritto dal Sachs, è nel volume LXI (a. 1879, pag. 447) 
déìl f Archiv. 

2 I félibres , rinnovando gli antichi giuochi florali , hanno 

stabilito solenni feste nelle diverse città meridionali, ove si 

premiano così le migliori poesie come gli studi più profondi 

su argomenti attinenti alla patria letteratura. 

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212 Capitolo decimo. 

inseparabile del resto da ogni risorgimento) fu¬ 
rono creduti assai maggiori del vero. Le scara¬ 
muccio tra i Franciman e i joueurs de fìfre , se 
non molte furono certo abbastanza acri . 1 Ma que¬ 
sti ardori di neo-proseliti non avevano proprio ra¬ 
gione d’essere. Ai félibres per primi dorrebbe, 
anche se il potessero, che fosse data la benché 
minima scossa alla robusta compagine della Fran¬ 
cia, la più leggiera ferita alla loro grande patria . 
I migliori di essi, e la immensa maggioranza, conti¬ 
nuarono nei loro studi e nella produzione di opere 
notevolissime: e questo pacifico movimento ha 
ormai convertito i diffidenti e disarmato gli irosi. 

Tra i migliori è primo uno de’ più grandi poeti 
viventi, il già ricordato Federico Mistral nato a 
Maillanne, dipartimento delle Bocche del Rodano, 
nel 1830. Il suo capolavoro è il poema Mirèio , 
pubblicato nel 1859, i cui pregi si imposero a tutta 
la Francia e la costrinsero all’applauso. La sto¬ 
ria di Mirèio, la poetica fanciulla di Provenza, è 
di una elegiaca semplicità: ma, come dice il Saint- 
Renè Taillandier, “ Mistral ha il dono di veder 
tutto in grande e d’imprimere un suggello di mae¬ 
stà primitiva alle scene e ai personaggi eh’ egli 
descrive... Non manca la grazia in questo idillio, 
ma è grazia selvaggia, è un fiore agreste colto 
sulle dirupate balze delle Alpi. „ A Mirèio segui 
il poema Calendau nel 1867 e nel 1875 Lis isolo 
d y or che furono altrettante vittorie; Mistral lavora 


1 Vedasi per esempio il molto acerbo e poco solido libro 
del Laihcel, Dee troubadours aux félibres . Aix, 1862. 

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Cenni sulla storia letteraria , ecc. 213 


poi a un gran dizionario degli idiomi meridionali 
che intitolò: Lou trésor dou felibrige . 

Accanto a lui porremo il suo amico Teodoro 
Aubanel (1829-1886), poeta deiramore e della li¬ 
bera fantasia, le quali doti spiccano principal¬ 
mente nel poemetto: La Miougrano entreduberto 
(la melagrana socchiusa); scrisse anche un dram¬ 
ma: Lou pan dou pecat (il pane del peccato; 
scene d’adulterio) che ebbe assai successo a Mont¬ 
pellier nel 1878. Oltre i citati, la Provenza anno¬ 
vera tra i suoi buoni poeti, Felix Gras (n 1844 , 
cognato del Roumanille, autore di due poemi in 
dodici canti, Li Carbounié , scene della vita alpe¬ 
stre, e Toloza in cui rivive ancora la vecchia città 
e sanguinano le antiche ferite della crociata al- 
bigese. Tra i lirici, Bruneau, Cassan, Chailan, 
Gleizes, Roussel, Roux, Verdot e altri di non mi¬ 
nor merito. 

Anche in Linguadoca sono numerosi i félibres . 
Per vero, nessuno arrivò all’altezza del compianto 
Jansemin o di Federico Mistral. Annoverano però 
con orgoglio Gabriele Azaì's di Beziers (1805-1888) 
buon poeta e dotto autore di un dizionario degli 
idiomi romanzi del mezzodi della Francia, e Al¬ 
berto Arnavielle, nato a Alais nel 1844, poeta di 
una rara ispirazione lirica. Ad essi si aggiungono 
Alessandro Langlade, nato a Lansargues nel 1820, 
autore del ^delicato idillio: Lous las d 9 amour (i 
lacci d’amore), Achille Mir di Carcassona che 
scrisse la gaia e fresca canzone; De la lauseto 
(della allodoletta) e i giovani poeti Ricard, Fourés 
e altri. 

Infine il felibrismo si è affermato nella lontana 

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214 


Capitolo decimo . 


Irlanda con un fèlibre © de* migliori, il principe 
Guglielmo Bonaparte-Wyse ; in Catalogna, memore 
dell’antica affinità di sangue e di favella, con due 
artisti di primo ordine, Alberto Quintana e Vit¬ 
torio Balaguer: ha sorpassato le Alpi con una rac¬ 
colta di traduzioni di Nicola Semmola nel 1882 e 
con alcune delicatissime poesie del Portai, inge¬ 
gnere a Palermo (1891): non gli è mancato il con¬ 
corso di gentili poetesse, quali Rosa Anàis Rou- 
manille, M. ma d’Arbaud, Lazzarina Daniel, Leon- 
tina Goirand, Caterina Romeu, Lidia de Ricard; e 
comparando gli umili principi alle rapide con¬ 
quiste può sperare, come augurava in uno splen¬ 
dido discorso il Mistral, 1 di riunire sotto il paci¬ 
fico suo impero quanti ancora per diverse vie e 
in diversi paesi sono cultori dell’arte, degli studi 
e delle glorie della nostra antica civiltà latina. 


1 Lou felibrige e Vernièri dou soulèu . Montpellier, 1883. 


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NOMI 

DELLE PERSONE ED OPERE PIÙ NOTEVOLI 


Accademia di Tolosa, 6, 7, 42, 
84, 92, 177. 

Agrimensura (trattato di), 137. 
Aigar e Maurin , 117, 119. 
Aimeric de Pegulhan, 51, 77, 
78, 79, 99. 

Alba bilingue, 29. 

Alberico di Besan^on, 34, 132. 
Alberto Malaspina, 50, 97, 99, 
103. 

Albre de battali es, 135. 
Albucasis, 141. 

Alexandre (poema), 34, 132. 
Alfonso X di Gastiglia, 146, 
151. 

Algorismo (trattato di), 137. 
Allegoria d’amore, 148. 
Amanieu de Sescas, 147, 148. 
Anatomia (trattati), 141. 
Andrieu de Franza, 133. 
Anticristo, 162, 163. 

Apolonio di Tiro, 132. 

Appel Carlo, 16. 

Arlabecca, 152. 

Araaut Daniel, 57, 66, 70, 77, 
132, 133. 

Arnaut de Carcasse, 124. 
Arnaut del Puey, 137. 

Arnaut de Mareuil, 57, 70, 77, 
150. 

Arnaut de Marsan, 132, 145. 
Arnaut de Vilanova, 137. 
Arnaut Vidal de Castelnou- 
dari, 122. 


Art de trobar, 92. 

Arte poetica, 4. 

Astruc Mardocheo, 199. 

At de Mons, 78, 82, 151. 

Atto di fede, 34. 

Aubanel Teodoro, 210, 213. 
Auca88in et Nicolette, 132. 
Ausias March, 7, 93. 

Auzels ca88ador8 (romans dels), 
136. 

Avarizia {poemetto), 153. 

Ave Maria (parafrasi), 182, 
183. 

Azaìs Gabriele, 213. 

Bacco in Toscana, 10. 

Barbieri Giov. Maria, 8. 
Barlaam e Josaphat, 177. 
Bartolomeo di Glanvilla, 143. 
Bertolomé (v. Zorgi). 

Bartsch Carlo, 15 e passim. 
Basterò Antonio, 10, 11. 
Bechada Gregorio, 127. 
Belaud Luigi, 202. 

Bembo Pietro, 8. 

Beatritz contessa di Die, 64. 
Bemart de Ventadorn, 59, 65, 
69, 77. 

Bertet Giovanni, 204. 

Bertran Carbonel, 78, 153. 
Bertran de Born, 72, 77. 
Bertran de Masselha, 172. 
Bertran de Paris de Rouer- 
gue, 146. 


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216 


Nomi delle persone 


Bestiarii, 138, 139. 

Biandrate (conte di', 98. 
Bibbia ( traduzioni ), 157. 

„ albigese, 159. 

„ valdese, 158. 

Blacatz, 78, 82, 106. 

Blanditi de Cornoalha, 121. 
Boezio (poema su), 30, 150. 
Bonifazio Calvo, 78, 106. 
Bonifazio di Monferrato, 94, 
98 . 

feonnet Onorato, 135. 

Botanica (trattato di), 137. 
Bovde Giovanni, 203. 

Breviari d’Amor, 142. 

Brueys Claudio, 203. 

Cabanes (Jean de), 206, 209. 
Calendarii e predizioni, 137. 
Cantico allo Spirito Santo, 180. 
Cantico sulla Risurrezione, 1 80. 
Cantinella di S. Maria Mada- 
lena, 171. 

Cantinella in Nativitate domi¬ 
ni, 181. 

Castello d'Amore, 150. 
Castia-gilos, 124 
Cazaintre (abbate), 208. 
Cercamon, 60. 

Chabaneau Camillo, 15 e pas¬ 
sim. 

Chanso d'Antiocha, 127: 
Chirurgia (trattati), 141. 
Chronicon mundi, 15S, 162 
Clemente IV (vedi Gui Fol- 
queys). 

Clemenza Isaura, 84. 

Coblas esparsas, 153. 

Codice di Giustiniano, 135. 
Codice teodosiano, 135. 

Colocci Angelo, 8 
Compianto per Carlo d’Angiò, 
173. 

Computo (poema del), 137, 173. 
Confi ictus ( varii ), 192. 
Corruzione del mondo, 151. 
Corte d’Amore, 148. 


Corti (le) d f amore, 56. 

Credo (parafrasi del), 183. 
Crescimbeni, 4, 10. 

Crociata albigese (poema), 76, 
129 

Crusca provenzale, 11. 

Danza macabra, 191. 

Daubasse Arnaldo, 204. 

Daude de Pradas, 136. 

Daurel e Beton, 116, 119. 
Decadimento della poesia (sul), 
147. 

Declaramen8 de motas deman- 
das, 189. 

Defensor, 189. 

Descensus Christi ad inferos , 
162. 

Despourrins Cipriano, 206. 
Dichiarazione di Alfonso X, 
146. 

Dieci comandamenti (parafra¬ 
si), 183. 

Diez Federico, 13, 14. 
Diouloufet, 209. 

Diritto (trattato di), 135 
Disciplina clericalis, 189 
Disputa fra strega e confes¬ 
sore, 188. 

Doctrina de compondre die- 
tate, 4. 

Doctrina de cort, 4, 5. 

Donatz proensals, 2, 3, 21. 
Dottrinale, 188 
Drago Onorato, 8. 

Elucidari... de totas res, 143. 
Enea (maestro), 162. 
Ensenhamen (v. Insegnamenti). 
Epistola Aristotilis, 140. 
Epistola del Pretegianni, 144. 
Epistole a Giacomo I, 151. 
Epistole varie, 154. 

Equicola Mario, 8. 

Ercolano , 8. 

Este (marchesi di), 99, 106. 


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ed opere più notevoli. 


217 


Evangelo di Nicodemo, 162, 

163. 

Evangelo di San Giovanni, 35, 
157. 

Evangelium infantiae, 161. 

Fauriel Claudio, 12, 23, 110, 
131. 

Favole esotiche, 125. 

Favre (abbate), 205, 207. 
Féiibrige e Félibres, 210-14. 
Ferrarino da Ferrara, 106. 
Fierabras , 114, 119. 

Filippo di Cork, 144. 

Fine del mondo, 162, 163. 
Flamenco, 123, 132. 

Floris e Bianca fior, 132. 

Folquet de Lunel, 78, 82, 152. 
Folquet de Marselha, 75, 77, 

93. 

Folquet de Roman, 98, 99,106. 
Fonetica provenzale, 8. 

Fontaine Stefano, 204. 

Formula di confessione, 34. 

Gardacors de Nostra Dona , 
168. 

Garin lo Brun, 145. 

Galvani Giovanili, 13. 

Gaucelm Faidit, 3, 51, 77, 78, 

79, 95. 

Germain, 206. 

Gesta Pilati, 162, 166 
Giacomo II d’Aragona, 180. 
Gioffredo (v. Jaufré). 

Girart de Bossillon {poema), 
112, 119. 

Giraut Cabreira, 131, 146. 

Giraut de Borneil, 64, 65, 66, 

67, 78. 

Giraut de Calanson, 131, 146. 
Giraut Riquier, 78, 82, 146. 
Giudizio d f Amore, 124. 

Giuseppe Cormys, 184. 

Giuseppe d’Arimatea, 166. 
Goudouli Pietro, 202. 

Gras Fèlix, 213. 

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Gròber Gustavo, 16. 

Gros Francesco, 206. 

Guerra di Navarra (poema), 

130. 

Guglielmo (v. Guillem). 
Guglielmo d'Grange (ciclo di', 

131. 

Gui de Roye, 189. 

Gui Folqueys (Clemente IV), 
167. 

Guillem Anelier, 130. 

Guillem de Cabestaing, 68. 
Guillem de Cerveyra, 153. 
Guillem de la Barra, 122. 
Guillem de la Tor, 99. 
Guillem del Olivier d’Arles, 
153. 

Guillem de Poitiers, 37, 54, 
56, 58. 

Guillem de Tudela, 129. 
Guillem Figueira, 78, 79, 100. 
Guillem Molinier, 6, 85. 

Histoire de la poésie prov., 12. 
Hist. litt. des troubadours, 11. 
Honorius d’Autun, 189. 
Hyberniae (lib. de descript ione), 
144. 

Igiene (poema sull*), 140. 
Influenza degli astri, 151. 
Insegnamenti morali, 150. 

„ pei cavalieri, 145. 

„ pei giullari, 146. 

„ sulle donne, 147. 

Insegnamento del garzone, 148. 
„ della donzella, 

147. 

Insegnamento dello scudiero, 
147. 

Insegnamento di tavola, 148. 

„ per le dame, 145. 
Intermezzo pel Natale, 32. 
Irlanda (v. Hyb .). 

Izarn, 1$7. 

Jacopo da Varagine, 173, 176. 

oogle 



218 


Nomi delle persone 


Jansemin Giacomo, 209. 
Jaufre (poema), 120. 

Jaufré de Foxà, 3, 4. 

Jaufré Rude], 62. 

Joan Biliietti, 199. 

Kòrting Gustavo, 16. 

Lancillotto, 132, 133. 
Lanfranco Cigala, 105, 107. 
Lapidarli, 138. 

La somme le Boi, 182, 189. 
Laurent, 182, 189. 

Legenda aurea, 173, 176. 
Legno della croce {leggenda 
del), 165. 

Lexique occitanien, 12. 

Lexique rotnan, 12. 

Leys d'amors, 2, 4, 6, 7, 20, 
49, 57, 85, 92. 

Liber de infantia (v. Evange- 
gelium). 

Libre de memorias, 130. 

Libro de natura de amore, 8. 
Litanie, 184, 185. 

Litanie della Vergine, 183. 
Ludus beati Marcialis , 195. 
Ludus sancti Jacobi, 197. 
Ludus stultorum, 194. 

Ludus ( v . Mistero). 

Lunel de Montech, 148, 152. 

Mahn, 15. 

Manfredi Lancia, 95, 103. 
Marbode, 138. 

Marcabru, 56, 61, 62. 
Margherita d’Oyn, 174. 
Mascaro .Tacme, 130. 

Matfre Ermengaud, 140, 142, 
154. 

Mathieu Anseimo, 210. 
Medicina (trattati di), 141. 
Meyer Paolo, 15 e passim. 
Milà y Fontanals, 13. 

Millot, 11, 12. 

Miracoli della Vergine, 166. 
Mirai moundi, 207. 

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Mistero della Natività o degli 
Innocenti, 196. 

Mistero della Passione , 196, 

197. 

Mistero delle Vergini saggie 
(Sponsus), 195. 

Mistero di San Andrea , 199. 

„ di San Antonio , 198. 

„ di San Eustachio (Mo- 

rat ita s, 198. 

Mistero di San Giacomo (vedi 
Ludus). 

Mistero di San Pietro e Paolo, 

198. 

Mistero di San Ponzio, 198. 

„ di Santa Agnese , 30, 
197. 

Mistral Federico, 210, 212, 214. 
Moralitas s. Eustacii (t?. Mi¬ 
stero). 

Monaci Ernesto, 16 e passim. 
Monaco di Foissan, 3. 

Monaco di Montaudon, 42, 65, 
78. 

Natività di Maria, 173. 
Nicoletto da Torino, 99, 106. 
Noel bilingue, 33. 

Nomi della madre di Dio, 168. 
Nostradamus Giovanni, 9,56, 
173. 

Novas de Vheretge, 187. 

Novelle, 123, 133. 

Nuovo testamento , 158, 160. 

Oculistica ( delVarte), 141. 

Opere religiose (varie), 189. 
Origine della poesia rimata, 9. 
Orina (trattato sull’), 141. 

Palayts de Savieza, 143. 
Papagai (novella), 124. 
Parnasse occitanien, 12. 
Parsifal (v. Percevul). 

Passio (traduzione del), 160. 
Passione , 173. 

Passione di Cristo , 31, 170. 

le 



ed opere più notevoli. 


219 


Pater noster (parafrasi), 182. 
Paul Pietro, 202. 

Peire Gardenal, 125. 

Peire d’Alvernha, 64, 77, 102, 
145. 

Peire de Corbiac, 142, 180. 
Peire de la Gavarana, 103. 
Peire de Ladils, 185. 

Peire de la Mula, 104. 

Peire (san) de Luxembourg, 
185. 

Peire de Serras, 182, 183. 
Peire de Valeira, 62. 

Peire Guillem de Tolosa, 148. 
Peire Rotgiers, 64, 65, 77, 78. 
Peire Vidal, 73, 77, 78, 79, 94, 
103. 

Pentimento dell 1 eretico, 188. 
Perceval, 133. 

Petizione di un giullare, 146. 
Peyrard, 199. 

Peyrot Claudio, 205. 
Philippon, 199. 

Philomena , 117. 

Physiologus , 139. 

Pianto di Maria, 168. 

Pianto di San Stefano , 32, 169. 
Pietro Alfonso, 189. 

Pietro Valdo, 158, 159. 
Prediche , 187. 

Preghiera alla Vergine, 33, 
179. 

Preghiere, 179, 180, 189. 

Presa di Damiata, 130. 

Prete Gianni (v. Epistola). 
Proverbi, 153. 

Puech Luigi, 204. 


Quattro virtù cardinali (poe¬ 
ma), 136. 

Quindici segni (vedi Fine del 
mondo). 

Raimbaut (conte) d’Orange,64. 
Raimbaut Vacqueiras, 50, 78, 
79, 96, 98, 103. 


Raimon d’Avignone, 141. 
Raimon de Gastelnou, 188. 
Raimon Feraud, 22, 137, 172, 
173. 

Raimon Vidal de Bezaudun, 
1, 2, 3, 5, 20, 124, 145, 147. 
Rambertino Buvalelli, 79, 104. 
Raynouard, 12, 110. 

Razos de trobar , 1, 2, 3, 5, 20, 
147. 

Redi Francesco, 10. 

Regles de trobar , 3. 

Regole di vita , 151. 

Ricette medicinali , 141. 
Richard Marcellino, 199. 
Rigaud (fratelli), 206. 

Rinaldo (poema), 132, 183. 
Rituale càtaro , 159. 
Rochegude, 12. 

Roman d 1 Arles (v. Ter sin ). 
Roman de Merlin , 121. 
Romans de mondana vida, 151. 
Romano (Alberico ed Ezze¬ 
lino da), 100, 105. 

Rostang de Brignolle, 170. 
Rostanh Berenguier, 82. 
Roumanille Giuseppe, 209. 
Ruggiero da Parma, 141. 

Saboly Nicola, 204. 

Sage Daniele, 203. 
Sainte-Palaye (G. B. La-Gurne 
de), 11. 

Salmi (parafrasi), 185. 
Sangnias {de las ), 141. 

San Giovanni Evangelista , 32, 
35. 

San Patrizio {viaggio), 176. 
San Stefano {v. Pianto). 

Savi (v. Seneqtta). 

Schlegel A. G, 16. 

Seguili, 204. 

Senequa o lo Savi, 152. 
Serverico di Girona, 78, 82, 


147. 

Sette allegrezze , 167, 168. 
Sette dolori , 168. 

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Nomi delle persone, eoe• 


Sette sapienti (romanzo dei), 
132. 

Sibilla (predizioni della), 163. 
Sicart de Figueiras, 187. 
Sidrac (libro di), 143. 

Simon Bretelli, 161. 

Sordello, 77, 78, 104. 

Sortes Apostolorum, 138. 
Specchio di S Margherita , 174. 
Sponsus tv. Mistero). 
Sposalizio di Nostra Donna, 
196. 

Stefano d’Ansa, 518. 

Storia della volpar poesia, 4, 

10 . 

Suchier Ermanno, 16. 

Summa de la trinitat , 157. 

Tavan Alfonso, 210. 
Terramagnino da Pisa, 4, 107. 
Ter sin, 118, 119. 

Tesaur (poemetto), 142. 
Testimoni del Cristo, 193. 
Trovadores en Espana, 13. 
Tungdal, Tnugd (t>. Visione di 
Tindal). 

Ugo Catola, 62. 

Ugo di San Cirq, 3, 4, 78, 95, 
99, 106. 

Ugo Faidit, 2, 21. 

Valdesi (poesie e prose), 190, 
191. 

Vangelo ( v . Evangelo ). 

Varchi Benedetto, 3, 8. 
Vellutello, 8. 


Vendetta {v. Vindicta). 

Veronica o Imago Christi., 166. 

Vies ... des poetes provensaux , 
9. 

Vilanova (Dona de), 85. 

Vindicta Salvatoris, 165. 

Virtii dell* acquavite, 141. 

Visione di S. Paolo e S. Mi¬ 
chele, 176. 

Visione di Tindal, 175, 176. 

Vita del beato Amando, 31. 

„ di Beatrice d’Ornacieitx, 
174. 

Vita di S. Albano, 173. 

„ di S. Alessio, 175. 

„ di S. Armentario, 173. 

„ di S- Giorgio, 173. 

„ di S. Ledgier, 31. 

„ di S. Onorato, 137, 172. 
„ di S. Porcario, 173. 

„ di Santa Barbe, 173. 

„ di Santa Caterina, 173. 

„ di Santa Dolcetta, 173. 

„ di Santa Enimia . 172. 

„ di Santa Fides, 32. 

„ di Santa Fior , 177. 

„ di Santa Margherita, 173. 
„ di S. Trofimo, 175. 

„ di S. Tropez, 173. 

„ o passione di S G. Bat¬ 
tista, 174. 

Vite di Santa Maria Ma date¬ 
rà, 169, 171. 

Vite di Santi, 169. 

Vocabolario provenzale, 8. 

Zorgi Bartolomeo, 73, 106. 


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ELENCO COMPLETO DEI MANUALI HOEPLI 

ADULTERAZIONE E FALSIFICAZIONE DEGLI ALIMENTI, del 
Dott. Prof. L. GABBA, di pag. VIII-212.L. 2 — 

AGRICOLTURA. (Vedi Frumento e Mais. — Frutticoltura. — 

Insetti. — Funghi — Latte, cacio e burro. — Macchine 
agricole. — Malattie crittogamiche. — Piante industriali. 

— Piante tessili. — Piscicoltura. — Prato. — Selvicoltura. 

— Viticoltura.) 

AGRONOMIA, del Prof. F. CAREGA DI MURICCE, 2* edi¬ 
zione, di pag. VI-200.. „ 1 50 

ALGEBRA ELEMENTARE, del Prof. S. PINCHERLE, 3* edi¬ 
zione, di pag. VI-208. „150 

ALIMENTAZIONE, di G. STRAFFORELLO, di pag. VIII-122 „ 2 — 

ALIMENTI. (Vedi Adulterazione. — Conserve.) 

ALPI (le), di J. BALL, traduz. di I. Cremona, pag. VI-120 „ 1 50 

— (Vedi Dizionario alpino). 

ANALISI DEL VINO, ad uso del chimico e dei legali, del 
Dott M. BARTH, con prefazione del Dott. I. Nessler, tra¬ 
duzione del Prof. D. F. C. Comboni, di pag. 142 con 7 
incisioni nel testo.. 2 — 

ANATOMIA PITTORICA, di A. LOMBARDINI, pag. VI-118 con 
39 incisioni.. . . . „ 2 —- 

— (Vedi Scoltura. — Pittura, ecc.) 

ANIMALI DA CORTILE, del Prof. P. BONIZZI, di pag. XIV- 
238 con 39 incisioni.2~ 

— (Vedi Colombi.) 

ANTICHITÀ PRIVATE DEI ROMANI, del Prof. W. KOPP, tra- 
duzione dei Prof. N. Moreschi, 2* edizione, di pag. XII-130 
con 8 incisioni.. n 1 50 

— (Vedi Archeologia dell’arte.) 

ANTROPOLOGIA, del Prof. G. CANESTRINI, 2‘ edizione ri- 
veduta ed ampliata, di pag. VIII-232, con 23 incisioni 9 1 5& 

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•4 Elenco completo dei Manuali Hoepli. 


APICOLTURA RAZIONALE, del Pro! G. CANESTRINI, di 

pag. Vili-176, con 32 incisioni.L. 2 — 

APPRESTAMENTO DELLE FIBRE TESSILI. (Vedi Filatura.) 

ARABO VOLGARE (Manuale di), di DE STERLICH e DIB 
KHADDAG. Raccolta di 1200 vocaboli e 600 frasi più 

usuali, di pag. 143, con 8 tavole.* 2 50 

ARALDICA (Grammatica), di F. TRIBOLATI, 2* edizione, di 
pag. Vili-120, con 98 incis. e un'appendice sulle Livree „ 2 50 
ARCHEOLOGIA DELL’ARTE del Prof. I. GENTILE: 

Parte I. Storia dell'arte greca, di pag. XII-226 . . „ 1 50 

Parte IL Storia dell'arte romana, premessovi un cenno 
sull’arte italica primitiva, di pag. IV-228 . . . , 1 50 

ARCHITETTURA ITALIANA, delTArchitetto A. MELANI, 2 voL, 
di pag. XVIII-214 e XH-266, con 46 tavole e 113 figure, 

2 » ediz.. 6 — 

1. Architettura Pelasgica, Etnisca, Italo-Greca e Romana. 
il. Architettura Medioevale, fino alla Contemporanea. 
ARGENTO. (Vedi Metalli Preziosi.) 

— (Vedi Oreficeria.) 

ARITMETICA RAZIONALE, del Prof. Dott F. PANIZZA, 

pag. Vili-188. . 1 

ARTE (T) DEL DIRE, del Prof. D. FERRARI, di pag. XH-164 . 1 

— (Vedi Rettorlca. - Stilistica.) 

ARTE GRECA. (Atlante di tavole ad illustrazione della Storia 
dell 'Arte Greca), di L GENTILE. (In lavoro.) 

ARTE ROMANA. (Atlante di tavole ad illustrazione della 
Storia feWArte Romana ), di I. GENTILE. (In lavoro.) 

ARTE MINERARIA, dell’Ing. Prof. V. ZOPPETTI, di pag. 

IV-182, con 112 figure in 14 tavole.. 2 — 

ARTI (le) GRAFICHE FOTOMECCANICHE. Zincotlpia, Auto¬ 
tipia, Eliografia, Fototipia, Fotolitografia, Fotosilografia, 
Tipofotografia, ecc., secondo i metodi più recenti, dei 
grandi maestri nell'arte: ALBERT, ANGERER, CRO- 
NENBERG, EDER, GILLOT, HUSNIK, KOFAHL, MO- 
NET, POITEVIN, ROUX, TURATI, ecc., con un cenno 
storico sulle arti grafiche e un Dizionarietto tecnico; 

-pag. IV-176 con 9 tav. illustr.. . 2 — 


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Elenco completo dei Manuali Hoepli . 


5 


ARTI. (Vedi Anatomia pittorica. - Archeologia dell 1 arte. • 
Disegno. - Pittura. - Scoltura.) 

ASSICURAZIONE SULLA VITA, dell’Aw. G. PAGANI, pag. 

VI-152.L. 1 50 

ASSISTENZA DEGLI INFERMI. (Vedi Soccorsi d’urgenza ) 
ASTRONOMIA, di I. N. LOCEYER, tradotta ed in parte ri¬ 
fatta da E. SERGENT e riveduta da G. V. SCHIAPA- 
RELLI, 3* ediz., di pag. VI-156, con 44 incisioni . . „ 1 50 
ATLANTE GEOGRAFICO UNIVERSALE, di KIEPERT, con no¬ 
tizie geografiche e statistiche del Dott. G. GAROLLO, 7* 

ed., 25 carte con 96 pag. di testo.„ 2 — 

ATLANTE GEOGRAFICO-STORICO DELL’ITALIA, del Doti G. 
GAROLLO, 24 carte con VIII-68 pag. di testo e un’Ap¬ 
pendice: Biblioteca Geografica.. 2 — 

— (Vedi Geografia. - Dizionario Geografico - Prontuario di 
Geografia.) 

ATMOSFERA. (Vedi Climatologia. • Igroscopi. • Meteorologia.) 

ATTI NOTARILI. (Vedi Notaro.) 

AUTOTIPIA* (Vedi Arti Grafiche.) 

BACHI DA SETA, del Prof. T. NENCI, di pag. VI-276, con 
41 incis. e 2 tavole.. . . . „ 2 — 

— (Vedi Industria della Seta ) 

BALISTICA PRATICA, per cura del dep. SCIACCI. (In lavoro). 
BATTERIOLOGIA, dei Prof. G. e R. CANESTRINI, di pag. 

VI-240 con 29 illustrazioni.. ... „ 1 50 

BIBLIOGRAFIA, di G. OTTINO, di pag. VI 160, con 11 ine. „ 2 - 
BIBLIOTECARIO (Manuale del), di PETZHOLDT, traduzione 
libera di G. B1AGI. (In lavoro.) 

BOTANICA, del Prof. I. D. HOOKER, traduzione del Prof. 

N. PEDI GINO, 3* ediz. di pag. XIV-188, con 68 incisioni „ 1 50 
BRONZISTA. (Vedi Operaio.) 

BURRO. (Vedi Latte ) 

CALORIFERI. (Vedi Riscaldamento.) 

CANTANTE (Manuale del), del Prof. L. MASTRIGLI, di pag. 

Xn-132.. 2 - 

CANTINIERE. Lavori di cantina mese per mese, dell’ Ing. A. 
BTRUCCHI, di pag. V1II-172 con 30 incisioni . . . „ t — 


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6 


Elenco completo dei Manuali Hoepli. 


CASEIFICIO, di L. MANETTI, 2* edizione completamente ri¬ 
fatta dal Prof. SARTORI, di pag. IV-212 con 34 incisioni L. 2 — 

— (Vedi Latte, burro, cacio). 

CAVALLO (Manuale del), del Tenente Colonnello C. VOL¬ 
PINI, di pag. IV-200 con illustrazioni e 8 tavole... n 2 50 

— (Vedi Corse.) 

CELERINIENSURA (Manuale e tavole di), dell' Ing. G. OR¬ 
LANDI, di pag. 1200 con un quadro generale d’interpolaz. „ 18 — 

— (Vedi Compensazione degli errori. - Disegno topografico. 

- Geodesia - Geometrìa pratica.) 

CEREALI. (Vedi Frumento e Mais. • Panificazione.) 

CHIMICA, del Prof. H. E. ROSCOE, traduz. del Prof. A. PA¬ 
VESI, pag. VIII-134, con 86 incisioni, 3* edizione . . „ 1 50 

CHIMICO (Manuale del) E DELL’ INDUSTRIALE, ad uso dei 
Chimici analitici e tecnici, degli industriali e dei fabbricanti 
di prodotti chimici, degli studenti di chimica ecc., del 
Dott. Prof. L. GABBA, di pag. XII-354 .. 5 — 

CLIMATOLOGIA, del Prof. L. DE MARCHI, di pag. X-204, 
con 6 carte.„ 1 50 

— (Vedi Meteorologia. - Igroscopi. - Sismologia.) 

COLOMBI DOMESTICI E COLOMBICOLTURA, del Prof. P. BO- 

NIZZI, di pag. VI-210, con 29 incisioni.. 2 — 

— (Vedi Animali da cortile.) 

COLORI E VERNICI, ad uso dei Pittori, Verniciatori, Minia¬ 
tori, ed Ebanisti, di G. GORINI, 2’ ed., di pag. IV-184 „ 2 — 

— (Vedi Luce e colori ) 

COLTIVAZIONE ED INDUSTRIE DELLE PIANTE TESSILI, pro¬ 
priamente dette e di quelle che danno materia per legacci, 
lavori d’intreccio, sparteria, spazzole, scope, carta, ecc., 
coll'aggiunta di un Dizionario delle piante ed industrie 
tessili, di oltre 3000 voci, del Prof. M. A. SAVORGNAN 
D’OSOPPO, di pag. XII-476, con 72 incisioni . . . w 5 — 

— (Vedi Filatura.) 

COMPENSAZIONE DEGLI ERRORI CON SPECIALE APPLICA¬ 
ZIONE Al RILIEVI GEODETICI, dell'Ing. F. GROTTI, di 
pag. IV-160.. 2 - 

— (Vedi Celeriniensura.) 

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Elenco completo dei Manuali Hoepli, 


7 


COMPUTISTERIA, del Prof. V. GITTI, 2* ediz. interamente 
rifatta : Voi. I. Computisteria commerciale, di pag. VI* 176 L. 1 50 
Voi. II. Computisteria finanziaria, di pag. VIII-156 . „ 1 50 

— (Vedi Ragioneria. - Logismografia.) 

CONCIA DELLE PELLI, di G. GORINI, 9» ediz. di pag. 150 „. 2 — 
CONIGLICOLTURA E POLLICOLTURA del March. G. TREVI- 
SANI, con illustr. (in lavoro). 

CONSERVE ALIMENTARI, preparazione e conservazione, falsi¬ 
ficazioni, mezzi per iscoprirle, di GORINI, 2* ed., di p. 164 „ 2 — 
CONSOLIDATO. (Vedi Debito.) 

CONTABILITÀ AGRARIA, di L. PETRI. (In lavoro). 

— (Tedi Computisteria • Ragioneria ■ Logismografia.) 
CONVERSAZIONI VOLAPIIK. (Vedi Volapiik.) 

CORSE (Dizionario termini d.), del Ten. CoL C. VOLPINI „ 1 — 
COSTITUZIONE DI TUTTI GLI STATI. (Vedi Ordinamento ) 

COTONI. (Vedi Filatura.) 

CRONOLOGIA- (Vedi Storia e Cronologia.) 

CUBATURA. Prontuario per la cubatura dei legnami rotondi 
e squadrati secondo il sistema metrico decimale di G. 
BELLUOMINI, opera indispensabile ai negozianti di le¬ 
gnami intraprenditori di lavori, costruttori, carpentieri, 
ecc., 2* ediz aumentata e corretta di pag. 170 ... n 2 50 
CURVE. Manuale pel tracciamento delle curve delle Ferrovie 
e Strade carrettiere calcolato per tutti gli angoli e i raggi 
di G. H. A. KROHNKE, traduzione dell’ Ing. L. LORIA, 

2* ediz., di pag. 164 con 1 tavola.. 2 50 

DANTE, di G. A. SGARTAZZINI, 2 voi. di pag. VHI-139 e IV-147 : 

I. Vita di Dante. - II. Opere di Dante.. 3 — , 

DEBITO (II) PUBBLICO ITALIANO e le regole e i modi per 
le operazioni sui titoli che lo rappresentano, di F. AZ- 
ZONI, di pag. VIII-376 (volume doppio).. 3 — 

— (Vedi Valori pubblici.) 

DECORAZIONE E INDUSTRIE ARTISTICHE, con un» introdu¬ 
zione sul presente e l’avvenire delle industrie-artibiiche na¬ 
zionali, e alcune considerazioni riguardanti la decorazione 
e l’addobbo di un’abitazione privata, deU’Arch. A. MELANI, 

2 volumi, di complessive pag. XX-460 con 118 incisioni » 6 — 


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8 


Elenco completo dei Manuali Hoepli. 


DINAMICA ELEMENTARE, del Dott. C. CATTANEO, di pag. 
VIII-146, con 25 figure.L 1 60 

— (Vedi Termodinamica.) 

DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI, secondo le Istituzioni 
dello Stato, per uso delle pubbliche scuole, del Prof. D. 
MAFFIOLI, 7* ed. ampliata e corretta, con una appen¬ 
dice sul Codice penale di pag. XVI-206 .* 1 60 

DIRITTO AMMINISTRATIVO giusta i programmi governativi 

del Prof. G. LORIS, di pag. XVI-420 .. 3 - 

DIRITTO CIVILE ITALIANO, delProf.C.ALBICINI di p. Vili-128. 150 
DIRITTO COMMERCIALE. (Vedi Mandato ) 

DIRITTO COMUNALE E PROVINCIALE, di MAZZOCCOLO. 

(Vedi Legge Comunale e Provinciale.) 

DIRITTO COSTITUZIONALE, dell'Aw. Prof. F. P. CONTUZZI, 

di pag. XII-320. .150 

DIRITTO ECCLESIASTICO, del Dott. OLMO. (In lavoro). 

DIRITTO INTERNAZIONALE PRIVATO, dell’Aw. Prof. F. P. 

CONTUZZI, di pag. XIV-392, volume doppio. .... 3 — 
DIRITTO INTERNAZIONALE PUBBLICO, dell'Aw. Prof. F. P. 

CONTUZZI, di pag. XII-320, volume doppio ..... 8 
DIRITTO PENALE, dell’Aw. A. STOPPATO, di pag. VIII-192 . 1 
DIRITTO ROMANO, del Prof. C. FERRINI, di pag. VI-132 „ 1 
DISEGNO. I principii del Disegno e gli stili dell'Ornamento, 
del Prof. G. BOITO, 3* ed. di pag. IV-206, con 61 silog. . 2 — 
DISEGNO T0P0GRAHC0, del Capitano G. BERTELLI, di 
pag. VI-136, con 12 tavole e 10 incisioni ...... 2 — 

— (Vedi Celeriniensura-) 

DISINFEZI0NE. (Vedi Infezione.) 

DIZIONARIO ALPINO ITALIANO, di BIGNAMI SORMANL (la 

lavoro). 

DIZIONARIO GEOGRAFICO UNIVERSALE, del Dott G. GA- 

ROLLO, 3* edizione, di pag. VI-632 .„ 6 50 

DIZIONARIO IT ALI AN0-V0LAPUK, di C. MATTEL (V. Volapiik.) 

. V0LAPUK-ITALIAN0, „ 

DOGANE. (Vedi Trasporti.) 

EBANISTA. (Vedi Falegname. - Colori e vernici.) 

ECONOMIA POLITICA, del Prof. W. S. JEVONS, trad. del ProL 
L. COSSA, 9» ed. riveduta, di pag. XIV-174 •••••4M) 
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Elenco completo dei Manuali Hoepli ^ 


EDUCAZIONE. (Vedi Igiene scolastica.) 

ELETTRICISTA (Manuale dell'), di G. COLOMBO e R. FER¬ 
RINI, di pag. VIII-204-44 con 40 incisioni.L. 4 — 

— (Vedi Telegrafi - Telefono.) 


ELETTRICITÀ, dei Prof. FLEEMING JENKIN, trad. del Prof. 

R. FERRINI, di pag. VIII-180, con 82 incisioni . . . „ 1 5* 

— (Vedi Magnetismo, - Unità assolute.) 

ELETTROTIPIA. (Vedi Galvanoplastica.) 

ELIOGRAFIA. (Vedi Arti grafiche.) 

ENCICLOPEDIA UNIVERSALE HOEPLI (Piccola), in 2 volumi 
di oltre 8000 pagine di 110 righe per ogni pagina. (In 
lavoro.) 

ENERGIA FISICA, del Prof. R. FERRINI, di pag. VM08 con 
15 incisioni.„1 50 

ENOLOGIA, precetti ad uso dell'enologo italiano, del Prof. 

O. OTTAVI, di pag. VI-124, con 12 incisioni. . . . „ 2 — 

— (Vedi Analisi del vino ) 

ERRORI E PREGIUDIZI VOLGARI, confatati colla scorta della 
scienza e del raziocinio da G. STRAFFORELLO, di pag. 

IV-170.* 1 50 

ESERCIZI GEOGRAFICI E QUESITI, di L. HUGUES, SULL’AT¬ 
LANTE DI R KIEPERT, 2* edizione, pag. 76 .... „ 1 — 

ESTIMO RURALE, del Prof. F. CAREGA DI MURICCE, di 
pag. VM64.. 2 — 

— (Vedi Agronomia.) 

ETNOGRAFIA, del Prof. B. MALFATTI, 2* ediz.* interamente 
rifusa, di pag. VI-200... 15* 

FABBRO. (Vedi Operaio.) 

FALEGNAME ED EBANISTA. Manuale sopra la natura dei 
legnami indigeni ed esotici, la maniera di conservarli, 
prepararli, colorirli e verniciarli, corredato del modo di 
farne la cubatura e delle nozioni di geometria pratica; 
opera indispensabile ai falegnami, ebanisti, stipettai, co¬ 
struttori navali, costruttori di veicoli in generale, torni¬ 
tori, scultori, dilettanti, ecc., di G. BELLUOMINI, di pag. 

X-138, con 42 incisioni.. 2 - 

FALSIFICAZIONE DEGÙ ALIMENTI (Vedi Adulterazione ) 


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10 


Elenco completo dei Manuali Hoeplu 


FARMACISTA (Manuale del), del Dott P. E. ALESSANDRI, 
di pag. XII-628, con 138 tav. e 80 incis. originali . . L. 6 SO 
FERROVIE. (Vedi Trasporti.) 

FILATURA. Manuale di filatura, tessitura e apprestamento 
ossia lavorazione meccanica delle fibre tessili, di E. GRÒ 
THE, traduzione sull’ultima edizione tedesca con nume¬ 
rose aggiunte, ed un elenco degli attestati di privativa 
riguardanti le industrie tessili, una raccolta di tabelle e 
dati numerici, un cenno descrittivo sui filatoi ad anello, 
di pag. VIII-414, con 105 incisioni (vedi Piante tessili) * 5 — 
FINANZA (vedi Scienza della). 

FISICA, del Prof. BALFOUR STEWART, traduz. del Prof. 

G. CANTONI, 4» ediz. di pag. X-188, con 48 incis. w 1 50 
FISIOLOGIA, di FOSTER, traduzione del Prof. G. ALBINI, 

3* ediz., di pag. XII-158, con 18 incisioni.„ 1 50 

' FLORICOLTURA (Manuale di), di C. M. F.Ui RODA, di pag. VIII- 

186, con 61 incisioni.„ 2 — 

FONDITORE IN TUTTI I METALLI (Manuale del), di G. BEL- 
LUOMINI. di pag. 146 con 41 incisioni ..... w S — 

— (Vedi Operaio. - Falegname.) 

FONOLOGIA ITALIANA, del Dott. L. STOPPATO, p. VIII-102 „ 1 50 
FOTOGALVANOTIPIA. (Vedi Arti grafiche.) 

FOTOGRAFIA PEI DILETTANTI (Come il sole dipinge), di G. 
MUFFONE, di pag. VIU-160, con 7 incisioni.... „ 2 -- 

— (Vedi Arti grafiche.) 

FRUMENTO E MAIS, di G. CANTONI, pag. VI-168 e 13 incis. . 2 - 

— (Vedi Panificazione ) 

FRUTTICOLTURA, del Prof. Dott. D. TAMARO, con 63 illu¬ 
strazioni, di pag. VIII-192.„ 2 — 

FULMINI E PARAFULMINI, del Dott Prof. E. CANESTRINI, 

di pag. VIH-166, con 6 incisioni. . „ 2 — 

FUNGHI (I) ed i TARTUFI, loro natura, storia, coltura, con¬ 
servazione e cucinatura. Cenni di FOLCO BRUNI (in lav.) „ 2 
FUOCHI ARTIFICIALI. (Vedi Pirotecnia ) 

FUOCHISTA. (Vedi Macchinista ) 

^GALVANOPLASTICA, del Prof. R. FERRINI, 2 volumi di com¬ 
plessive pag. 190-150 con 45 incisioni. . ft- 

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Elenco completo dei Manuali Hoepli. 


Il 


GEODESIA (Vedi Compensazione degli errori. - Celeri¬ 
niensura. - Geometria pratica.) 

GEOGRAFIA, di G. GROVE, traduz. del Prof. E. GALLETTI, 

2* ediz. riveduta, di pag. XII-160, con 26 incisioni. . L. 1 50 
GEOGRAFIA (Vedi Atlante. - Esercizi geografici. - Prontuario 
di geografia. • Dizionario geografico.) 

GEOGRAFIA CLASSICA, di H. F. TOZER, traduzione e note 
del Prof. I. GENTILE, 5* ediz. di pag. IV-168 ... w 1 50 
GEOGRAFIA FISICA, di A. GEIKlE,trad. sulla 6* ediz. inglese 
di A. STOPPANI, 2* ediz., di pag. IV-132, con 20 incis. „ 1 50 
GEOLOGIA, di GEIKIE, trad. sulla 3* ediz. inglese di A. 

STOPPANI, 3* ediz. di pag. VI-154, con 47 incis. . . „ 1 50 
GEOMETRIA ANALITICA DELLO SPAZIO, delProf. F.ASCHIERI, 

di pag. VI-196, con 11 incisioni.. 150 

GEOMETRIA ANALITICA DEL PIANO, del Prof. F. ASGHIERI, 

di pag. VI-194, con 12 incisioni.* 1 50 

GEOMETRIA DESCRITTIVA, del Prof. F. ASGHIERI, di pag. 

IV-210, con 85 incisioni. «150 

GEOMETRIA METRICA E TRIGONOMETRIA, del Prof. S. PIN- 
GHERLE, 2* edizione, di pag. VI-152, con 16 incis. . „ 1 50 
GEOMETRIA PRATICA, dellTng. Prof. G. EREDE, 2* edizione 
riveduta, di pag X-184, con 124 incisioni.» 2 — 

— (Vedi Celerimensura. - Disegno topografico - Geodesia.) 
GEOMETRIA PROIETTIVA, del Prof. F. ASGHIERI, di pag. 

VI-192, con 66 incisioni.» 1 50 

GIARDINI D’INFANZIA, di CONTI. (In lavoro.) 

GEOMETRIA PURA ELEMENTARE, del Prof. S. PINCHERLE, 

2* edizione, di pag. VI-140, con 112 incisioni. ... M I 50 
GINNASTICA MASCHILE (Manuale di), per cura di a L 
GELLI. (In lavoro.) 

GINNASTICA FEMMINILE, di VALLETTI. (In lavoro.) 

GINNASTICA IN EUROPA, (Storia della) di VALLETTI (In 
lavojro.) 

— (Vedi Scherma ) 

GIOIELLERIA, OREFICERIA, ORO, ARGENTO E PLATINO, di 

E. BOSELLI, di pag. 336, con 125 incisioni . . . . 9 0 — 

— (Vedi Pietre preziose. - Metalli preziosi.) 


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12 


Elenco completo dei Manuali HoepU. 


GRANO TURCO. (Vedi Frumento. - Panificazione.) 

IGIENE PRIVATA e medicina popolare ad uso delle famiglie, 
del Dott CL BOGK, traduzione del Doti E. P ARIETTE 
•ulla 7 m ediz. tedesca con una introduzione del Profi 6. 

80RMANI, di pagine XII-278 .L. 2 5d 

Stimi PUBBLICA, del Prof. SORMANL (In lavoro.) 

IGIENE SCOLASTICA, di A. REPOSSI, 2* ed. di pag. 17-246 „ 2 - 
IGROSCOPI!, IGROMETRI, UMIDITÀ ATMOSFERICA, del Prof. 

P. CANTONI, di pag. XH-146, con 24 ine. e 7 tabelle . 1 50 

— (Tedi Climatologia- • Meteorologia.) 

ILLUMINAZIONE ELETTRICA, deU’Ing. E. MAZZOLI, di pag. 

XII-275, con 167 ine. 41 tabelle e 2 tavole litografate „ 5 — 
IMBALSAMATORE (Manuale dell'), di R. GESTRO, di pag. 
17-120, con 30 incisioni.„ 2 — 

— (Vedi Naturalista viaggiatore ) 

IMPIANTI ELETTRICI. (Vedi Illuminazione.) 

INDUSTRIA DELLA SETA, del Dott Prof. L. GABBA, 2* ed. 
migliorata ed aumentata, di pag. 1V-208 .„ 2 -* 

— (Vedi Bachi da seta.) 

INDUSTRIE. (Vedi Piccole industrie. • Piante Industriali.) 
INDUSTRIE ARTISTICHE. (Vedi Decorazione.) 

INDUSTRIE TESSILI. (Vedi Filatura. - Piante tessili.) 

INFEZIONE, DISINFEZIONE E DISINFETTANTI, del Dott Prof. 

P. E. ALESSANDRI, di pag. Vili-190, con 7 incisioni. . 2 — 
INGEGNERE CIVILE. Manuale dell'Ingegnere civile e indu¬ 
striale, di G. COLOMBO, 11* ed. di pag. 470, con 194 figure „ 5 50 
11 medesimo tradotto in francese da P. MARCI LLAC, 

di pagine XX-360, con 191 figure.* 5 50 

INGEGNERE NAVALE. Prontuario di A. CIGNONI, con 36 fi¬ 
gure intercalate nel testo, di pag. XXXII-292. 

Legato in tela L. 4 50, e in pelle.» 5 50 

INSETTI NOCIVI, di F. FRANCESCHINI, di pag. VUI-264, 

con 96 incisioni.» 2 — 

INSETTI UTILI, di F. FRANCESCHINI, di pag. XII-160, con 

48 incisioni ed 1 tavola. . 2 — 

INTERESSE E SCONTO, del Rag. Ptoù £. GAGLIARDI, di 
pag. Vl-204 . * 2 — 


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Elenco completo dei Manuali HoeplL 


10 


ISTITUZIONI (le) DELLO STATO, dei Prof. D. MAFFIOLI, 

6* edizione ampliata e corretta, di pag. XVI-206. (Vedi 

Diritti e doveri dei cittadini.) 

JUTA. (Vedi Filatura.) 

LANA. (Vedi Filatura.) 

LATTE, BURRO E CACIO. Chimica analitica applicata al ca¬ 
seificio, del Prof. SARTORI, di pag. X-162, con 24 incis. L. 2 — 
— (Vedi Caseificio.) 

LEGATORE DI LIBRI, (Manuale del) per cura di G. OTTINO. 

(In lavoro.) 

LEGGE SULLE CALDAIE. (Vedi Macchinista e Fuochista) 

LEGGE (La nuova) COMUNALE E PROVINCIALE, annotata 
dall’Avvocato E. MAZZOCCOLO, 2‘ ediz. con 1’aggiunta di 
due regolamenti e due indici di pag. XXII-648... n 4 50 
LEGGE NOTARILE. (Vedi Notaro.) 

LEGNAMI. (Vedi Cubatura dei legnami.) 

LETTERATURA AMERICANA, di G. STRAFFORELLO, di pag. 

X-148. 1 50 

LETTERATURA EBRAICA, del Prof. A. REVEL, 2 volumi, di 

complessive pag. 364.„ 3 — 

LETTERATURA FRANCESE, del Prof. F. MARCILLAC, trad. 

di A. PAGANINI, 2 a edizione, di pag. VIII-184 ... M 1 50 
LETTERATURA GRECA, del Prof. V. INAMA, V edizione no¬ 
tevolmente migliorata, di pag. VIII-234,.„ 1 50 

LETTERATURA INDIANA, del Prof. A. DE GUBERNATIS, 

pag. VIII-159. 1 50 

LETTERATURA INGLESE, del Prof. E. SOLAZZI, 3» edizione 

di pag. VIII-194.„ 1 50 

LETTERATURA ITALIANA, del Prof. C. FENINI, 3* edizione 

di pagine Vl-204 . 1 50 

LETTERATURA PERSIANA, del Prof. I. PIZZI, di pag. X-208 „ 1 50 

LETTERATURA PROVENZALE, del Prof. A. RESTORI. (In 
lavoro) 

LETTERATURA ROMANA, del Prof. F. RAMORINO, 3* ediz. 

riveduta e corretta, di pag. IV-320.. 1 50 

LETTERATURA SPAGNUOLA E PORTOGHESE, del Prof. L. 
CAPPELLETTI, di pag, VI-206 .* 1 50 


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A 











44 


Elenco completo dei Manuali Hoepli. 


LETTERATURA TEDESCA, del Prof. 0. LÀNGE, traduzione 
di A. PAGANINI, 2* edizione corretta, di pag. XII-168 L. 
LETTERATURE SLAVE, di D. CIÀMPOLI, 2 volumi: 

I. Bulgari, Serbo-Croati, Yugo-Russi, di pag. IV-144 9 

II. Russi, Polacchi, Boemi, di pag. IV-142 . . . . w 
LINGUE DELL’ AFRICA, di R. CUST, versione italiana del 

Professore A. DE GUBERNATIS, di pag. IV-110 . . . 
LIVREE. (Vedi Araldica ) 

LOGARITMI (Tavole di), con 5 decimali, pubblicate per cura 
di 0. MLÌLLER, 3* edizione di pag. XX-142 . . . . 9 
LOGICA, di W. STANLEY JEVONS, traduzione del Prof. 

C. CANTONI, 4* edizione di pag. VIII-154, e 15 incis. „ 
LOGISMOGRAFIA, teoria ed applicazioni, dellTng. C. CHIESA, 

3* edizione di pag. XIV-172 .. n 

— (Vedi Computisteria. - Ragioneria.) 

LUCE E COLORI, del Prof. G. BELLOTTI, di pag. X-156 con 

24 incisioni e l tavola.. 

MACCHINE AGRICOLE, del conte A. CENCELLI-PERTI, di 

pag. VIII-216, con 68 incisioni. . 

MACCHINISTA E FUOCHISTA, del Prof. G. GAUTERO, 4“ edi¬ 
zione, con aggiunte dell’Ing. L. LORIA, di pag. XIV-180, 
con 25 incisioni e col testo della Legge sulle caldaie, ecc. „ 
MAGNETISMO ED ELETTRICITÀ, del Doti G. POLONI, di 

pag. Xll-204, con 102 incisioni. . 

MAIS. (Vedi Frumento. - Panificazione. • Agricoltura.) 
MALATTIE CRITTOGAMICHE DELLE PIANTE ERBACEE COL¬ 
TIVATE, del Dott R. WOLF, compilazione del Dott. W. 
ZOPF, traduzione con note ed aggiunte del Dott P. BAC- 

CARINI, di pag. X-268, con 50 incisioni.. 

MANDATO COMMERCIALE, del prof. E. VIDARI, di p. VI-160 „ 
MARE »il), dei ProL V. BELLIO, di pag. IV-140, con 6 ta¬ 
vole litografate a colori.• • » 

MARINO (Manuale del) MILITARE E MERCANTILE, di DE 
AMEZÀGA. Edizione illustrate da 18 xilografie intercalate 
nel testo, numerose tabelle ed un elenco del personale 
dello Stato maggiore, di pag. VHI-264 ...... w 

MATERIALI DA COSTRUZIONE (Vedi Resistenza del). 


1 50 

1 50 
1 50 

1 50 

1 50 
1 50 
1 50 

1 50 

2 — 

2 — 
2 50 

2 — 

1 50 

1 50 

5 - 


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Elenco completo dei Manuali Hoepli . 


15 


MECCANICA, del Prof. R. STAWEL BALL, traduz. del Prof. 

J. BENETTI, 2* edizione di pag. XII-196, con 89 inci¬ 
sioni .. L. 1 50 

MECCANICA. (Vedi Operaio.) 

MEDICINA. (Vedi Soccorsi d’urgenza. - Farmacista • Igiene ' 
METALLI. (Vedi Peso dei metalli. « Operaio. • Fonditore.) 
METALLI PREZIOSI (oro, argento, platino, estrazione, fusione, 
assaggi, usi), di G. GORINI, 2* ediz. di p. 196 con 9 ine. „ 2 — 

— (Vedi Oreficeria e Gioielleria.) 

METEOROLOGIA GENERALE, del Dott. L. DE MARCHI, di 
pag. VI-156, con 8 tavole colorate.» 1 50 

— (Vedi Climatologia. - Igroscopi. • Sismologia.) 

METRICA DEI GRECI E DEI ROMANI, di L. MULLER, tra¬ 
dotta dal Dott V. LAMI, di pag. XVIII-130 . . . . „ 1 50 

METRICA E RITMICA RAZIONALE ITALIANA del Prof. ROCCO 

MURARL (In lavoro). „15Q 

MIELE. (Vedi Apicoltura.) 

MINERALOGIA GENERALE, del Prof. L. BOMBIGCI, 2- ediz. 
riveduta, di pag. XIV-190 con 183 incisioni e 3 doppie 

tavole cromolitografìche.„ 1 60 

MINERALOGIA DESCRITTIVA, del Prof. L. BOMBICCI, di 
pag. IV-300, con 119 incisioni (volume doppio) . „ 3 — 
MINIERE. (Vedi Arte mineraria ) 

MINIATURA. (Vedi Colori e vernici. • Decorazione e Orna¬ 
mentazione. - Pittura.) 

MITOLOGIA COMPARATA, di A. DE GUBERNATIS, V ediz., 

di pag. VIH-150.„ 1 50 

' MODI DI DIRE PROVERBIALI, e MOTTI POPOLARI nelle lin¬ 
gue Italiana, Francese, Inglese e Tedesca, raccolti da G. 
SESSA. (In lavoro.) 

MONETE. (Vedi Numismatica • Tecnologia e Terminologia 
monetaria.) 

MUSICA. (Vedi Cantante. • Pianista- - Strumentazione.) 
NATURALISTA VIAGGIATORE, di A. ISSEL e R. GESTRO 
(Zoologia), di pag. VIII-144, con 38 incisioni. . , . „ S — 

NAUTICA. (Vedi Ingegnere navale. • Marino ) 

NAVI (costruttori di). (Vedi Falegname.) 


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Elenco completo dei Manuali Hoepli. 


Il 


NOTARO (Manuale del), aggiuntevi le Tasse di registro, di 
bollo ed ipotecarie, le norme ed i moduli pel Debito pub¬ 
blico, del Notaio Aw. A. GARETTI, di pag. IV-196 . L. 2 50 

— (Vedi Debito consolidato.) 

MUMISMATICA, del Doti S. AMBROSOLI, Conservatore del 
Gabinetto Numismatico di Milano, dì pag. XVI-216 con IO 

Fotoincisioni nel testo e 4 tavole.. . „ 1 50 

(Forma il 100° volume della Serie Scientifica). 

OLII VEGETALI, ANIMALI E MINERALI, loro applicazioni, di 
G. GOR1NI, di pag. IV-162, con 7 incis., 2* edizione . n 2 — 
OMERO, di W. GLADSTONE, traduzione di R. PALUMBO e 

C. FIORILLI, di pag. XII-196.„ 150 

OPERAIO (Manuale dell’). Raccolta di cognizioni utili ed 
indispensabili agli operai tornitori, fabbri, calderai, fondi¬ 
tori di metalli, bronzisti, aggiustatori e meccanici, di G. 

BELLUOMINI, 2* edisL, di pag. XIV-188..2 — 

OPERAZIONI DOGANALI. (Vedi Trasporti.) 

ORDINAMENTO DEGLI STATI LIBERI D’ EUROPA, del Dott. 

F. RACIOPPI, di pag. Vili-310, volume doppio. . . * 3 — 
ORDINAMENTO DEGLI STATI FUORI D’EUROPA. (In lavoro.) 
OREFICERIA E GIOIELLERIA, oro, argento e platino, di E. 
BOSELLI, di pag. 336, con 125 ine. intercalate nel testo „ 4 — 

— (Vedi Metalli preziosi. - Pietre preziose.) 

ORIENTE ANTICO (P), di I. GENTILE. (Vedi Storia antica.) 
ORNAMENTO. (Vedi Decorazioni. - Disegno. • Pittura. 
Scoltura) 

PALEOETNOLOGIA, del Prof. I. REGAZZONI, di pag.XI-252, 

con 10 incisioni.» 1 50 

PALEOGRAFIA, di E. M. THOMPSON, traduzione dalTinglese 
con aggiunte e note, di G. FUMAGALLI, di pag. V1H-156, 
con 21 incisioni nel testo e 4 tavole in fototipia . . „ 2 — 
PANIFICAZIONE RAZIONALE, di POMPILIO, di pag. IV-126 . 2 - 
PARAFULMINI. (Vedi Fulmini.) 

PEDAGOGIA, per cura del Prof. GREDARO. (In lavoro.) 

PELLI. (Vedi Concia delle Pelli) 

PERIZIA. (Vedi Estimo.) 

PESCI (Vedi Piscicoltura). 


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Elenco completo dei Manuali Roeplù 


IT 


PESO DEI METALLI, FERRI QUADRATIRETTANGOLARI, 
CILINDRICI, A SQUADRA, A U, A Y, A Z, A T E A DOPPIO 
T, E DELLE LAMIERE E TUBI DI TUTTI I METALLI, di G. 

BELLUOMINI, opera utilissima pei Negozianti di metalli, 
Proprietari di officine meccaniche, Costruttori navali, Co¬ 
struttori di materiale ferroviario, Intraprenditori di lavori, 

Calderai, Fabbri, ecc., di pag. XXIV-248 .L. 3 50 

PIANISTA (Manuale del), di L. MASTRIGLI, di pag. XVI-112. » 2 — 
PIANTE INDUSTRIALI, coltivazione, raccolto e preparazione, 
di G. GORINI. Nuova edizione, di pag. 11-144 . . . „ 2 — 
PIANTE TESSILI. (Vedi Coftlvaz, edlnd. delle piante tessili.) 
PICCOLE INDUSTRIE, del Pro£ A. ERRERÀ, di pag. XVI-186 * 2 ^ 
PIETRE PREZIOSE, Classificazione, valore, arte del gioiel¬ 
liere, di G. GORINI, 2» ediz. di pag. 138, con 12 incis. „ 2 — 

— (Vedi Oreficeria. - Gioielleria.) 

PIROTECNIA MODERNA, di F. DI MAIO, con 111 incisioni, 

di pag. VIII-150.. „ 2 50 

PISCICOLTURA, di BETTONI. (In lavoro.) 

PITTURA. Pittura italiana antica e moderna, del Prof. A. 
MELANI, 2 voi. di pag. XX-164 e XXVI-202 illustrati con 
102 tavole, di cui una cromolit. eli figure nel testo. „ 2 — 
Parte I; Pittura italica primitiva, etnisca, italo-greca, 
romana, di Ercolano e di Pompei, pittura cristiana 
delle catacombe, di Cimabue, di Giunta Pisano, ecc. 

Parte II: Pittura del Rinascimento, dei grandi Precur¬ 
sori del Rinascimento classico, e delle Scuole che ne 
derivarono, ecc. 

— (Vedi Decorazione. • Anatomia pittorica. - Luce e co¬ 
lori. - Colori e vernici.) 

POLLICOLTURA E CONIGLICOLTURA del March. E. TREVI¬ 
SANI, con illustrazioni. (In lavoro.) 

POMOLOGIA ARTIFICIALE, secondo il sistema Garnier-Val- 
letti, del Prof. M. DEL LUPO, di pag. VI-132 con 44 ine. „ 2 «— 
PRATO (il), del Prof. G. CANTONI, di pag. 146, con 13 ine. „ 2 — 
PREALPI BERGAMASCHE (Guida-itinerario alle), compresi i 
passi alla Valtellina, con prefazione diSTOPPANI, 2* ediz. di 
p. XX-124, con carta topog. e panorama delle Alpi Orobiche , 8 — 


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18 


Elenco completo dei Manuali Hoeplù 


PRONTUARIO DI GEOGRAFIA E STATISTICA, di G. GAROLLO, 
pag. 62.L. 1 — 

PROCTOLOGIA, di L. MAGGI, di p. VIIM84, con 65 incis. B 150 

— (Vedi Batteriologia ) 

PROVERBI IN 4 LINGUE (vedi Modi di dire.) 

PSICOLOGIA, del Prof. C. CANTONI, di pag. IV-158. . „ 1 50 

RAGIONERIA, del Prof. V. GITTI, 2‘ ediz. di pag. VI-132 „ 1 50 

— (Vedi Computisteria. - Logismografia.) 

RECLAMI FERROVIARI. (Vedi Trasporti.) 

RELIGIONE E LINGUE DELL’ INDIA INGLESE, di R. CUST, 
trad. dal Prof. A. DE GUBERNATIS, di pag. IV-124 „ 1 50 

RESISTENZA DEI MATERIALI, dell’Ing. GALLIZIA (In lavoro.) 

RETTORICA, ad uso delle Scuole, di F. CAPELLO, p. VI-122. B 1 50 

— (Vedi Arte del dire. - Ritmica. - Stilistica ) 

RISCALDAMENTO E VENTILAZIONE DEGLI AMBIENTI ABI¬ 
TATI, del Prof. R. FERRINI, 2 volumi di pag. X-332, con 

94 incisioni e 3 tavole colorate.. 4 — 

RISORGIMENTO ITALIANO (Storia del), del Prof. F. BER. 
TOLINI di pag. VI-154 . «150 

— (Vedi Storia italiana.) 

RITMICA E METRICA RAZIONALE ITALIANA del Prof. ROCCO 
MURARI, di pag. XVI-216. .150 

— (Vedi Rettorica. - Stilistica). 

SALUTE. (Vedi Igiene.) 

SANSCRITO (Avviamento allo studio del), per gli autodi¬ 
datti ed i giovani filoioghi, di F. G. FUMI, 2» ed. (In lavoro.) 

SCACCHI (Manuale pel giuoco degli) a cura di A. SEGHIERL 
(In lavoro.) 

SCHERMA ITALIANA (Manuale di), per cura di a L GELLI, 
su i principii ideati da Ferdinando Masiello, di pagine 
VHI-194 con 66 tavole.. • 8 50 

— (Vedi Ginnastica). 

SCIENZA DELLE FINANZE, di CARNEVALI. (In lavoro.) 

SCRITTURE ANTICHE. (Vedi Paleografia.) 

SCOLTURA. Scoltura italiana antica e moderna, statuaria e 
ornamentale dell’Archit. Prof. A. MELANI, di pag. X Vili- 
196, con 56 tav. e 26 fig. intercalate nel testo • « » B 4« 


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Elenco completo dei Manuali Hoepli. 


10 


SCULTORI IN LEGNO. (Vedi Decorazione e Industrie arti¬ 
stiche. - Falegname.) 

SELVICOLTURA, deiragronomo A. SANTILLI, di pag. VIII-220, 

con 46 incisioni.L. 2 — 

SETA. (Vedi Industria della seta. • Bachi da seta.) 

SHAKSPEARE del Prof. DOWDEN, traduzione di BALZANI. 

(In lavoro.).» 1 50 

SISMOLOGIA, pel Capitano L. GATTA, di pag. Vili-175, con 
16 incisioni e 1 carta ..* 1 50 

— (Vedi Climatologia. - Meteorologia. - Vulcanismo.) 

SOCCORSI D’URGENZA, del Dott C. GALLIANO, di pagine 

XVI-276, con 6 tavole litografate.* 3 — 

SPETTROSCOPIO (Lo) E LE SUE APPLICAZIONI, di R. A. 
PROCTOR, prima traduzione italiana con note ed aggiunte 
del Dott. F. PORRO, di pag. VI-178 con 71 incisioni e 1 

carta di spettri. „156 

STATISTICA. (Vedi Prontuario di geografia e statistica ) 

STEMMI. (Vedi Araldica ) 

STENOGRAFIA, di G. GIORGETTI e M. TESSAROLI (secondo 

il sistema Gàbelsberger-Noe), di pag. 200.* 2 — 

STILISTICA, ad uso delle Scuole, del Prof. F. CAPELLO, 
di pag. XII-164.. 1 50 

— (Vedi Arte del dire. • Rettorfca.) 

STORIA ANTICA (Elementi di), di I. GENTILE. Voi. I. L’O¬ 
riente Antico, prospetto storico, di pag. XII-232 . . „ 1 50 
STORIA E CRONOLOGIA MEDIOEVALE E MODERNA, in CC. 

tavole sinottiche, di V. CASAGRANDI, di pag. XVIII-204 „ 1 50 
STORIA ITALIANA (Manuale di), di C. CANTÙ, di pag. IV-160 „ 1 50 

— (Vedi Risorgimento.) 

STORIA NATURALE. (Vedi Zoologia. - Botanica. - Minera¬ 
logia. « Insetti.) 

STRUMENTAZIONE (Manuale di), di E. PROUT, trad. ital. 

con note di V. RICCI, con 95 esempi. (In lavoro.) 

TABACCO, del Prof. G. CANTONI, di pag. IV-176, con 6 ine. , 2 — 
TARIFFE FERROVIARIE. (Vedi Trasporti ) 

TARTUFI E FUNGHI, loro natura, storia, coltura, conserva¬ 
zione e cucinatura. Cenni di FOLCO BRUNI. (In lavoro.) > 2 — 


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fO 


Elenco completo dei Manuali HoeplL 


TASSE, DI REGISTRO, BOLLO, ECC. (Vedi Notaro ) 

TAVOLE LOGARITMICHE (Vedi Logaritmi,) 

TAVOLE TACHEOMETRICHE (Vedi Celeriniensura.) 

TECNOLOGIA E TERMINOLOGIA MONETARIA, dì G. SAC¬ 
CHETTI, di pag. XIV-192.L. 2 — 

TELEFONO, di D. V. PICCOLI, di pag. IV-120, con 38 ine. „ 2 — 
TELEGRAFIA, del Prof. R. FERRINI, di pag. VI-318, con 

95 incisioni.» 2 — 

TERMODINAMICA, del Dott. C. CATTANEO, di pag. X-196, 
con 4 figure.. 1 53 

— (Vedi Dinamica.) 

TERREMOTI. (Vedi Sismologia.) 

TESSITURA. (Vedi Filatura.) 

TINTORE (Manuale del), di R. LEPETIT, 3* edizione rive¬ 
duta e aumentata, contenente la descrizione e l’uso di 
tutte le materie coloranti artificiali, di pag. X-279 con 

14 incisioni (volume doppio).. 4 — 

TINTORE. (Vedi Piante Industriali. - Seta ) 

TIPOFOTOGRAFIA. (Vedi Arti grafiche ) 

TOPOGRAFIA. (Vedi Disegno topografico.) 

TORNITORE. (Vedi Operaio. - Falegname.) 

TRIGONOMETRIA. (Vedi Geometria metrica.) 

TRASPORTI, TARIFFE, RECLAMI FERROVIARI ED OPERAZIONI 
DOGANALI. Manuale pratico ad uso dei commercianti e 
privati, colle norme complete per l’interpretazione ed ap¬ 
plicazione delle tariffe e disposizioni vigenti, per A. G. 
BIANCHI, con una carta delle reti ferroviarie italiane, di 

pag. XVM52.— 

UMIDITÀ ATMOSFERICA. (Vedi Igroscopi.) 

UNITÀ ASSOLUTE. Definizione, Dimensioni, Rappresentazione, 
Problemi, dell’Ing. G. BERTOLINI, di pag. X-124-44 . » 2 50 
VALORI PUBBLICI (Manuale per l’apprendimento dei) e per le 
operazioni di Borsa del Dott F. PICCINELLI, di p. XIV-236 „ 2 50 

— Vedi Debito pubblico.) 

VENTILAZIONE. (Vedi Riscaldamento.) 

VERNICI. (Vedi Colori.) 

VINO (II) di GRAZZI-SONCINI. (In lavoro.) . . . i . fi — 


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Elenco completq dei Manuali Hoeplt, 


tt 


i VITICOLTURA RAZIONALE. Precetti ad uso del Viticoltore 
italiano, del Prof. 0. OTTAVI, 2* ediz., di pag. VHI-174 

e 22 incisioni. ..L, 2 — 

— (Vedi Cantiniere. - Enologia.) 

VOLAPIIK. (Dizionario italiano-volapiik), preceduto dalle 
Nozioni compendiose di grammatica della lingua del 
Prof. G. MATTEI, opera compilata secondo i principii 
dell’inventore M. SGHLEYER, ed a norma del Dizionario 
! Volapiik ad uso dei francesi, del Professore A. KERGK- 

HOFFS, di pag. XXX-198. 2 50 

| — (Dizionario volapiik-italiano), del Prof. G. MATTEI, di 

pag. XX-204. *250 

VOLAPÙK Manuale di conversazione e raccolta di vocaboli e 
dialoghi italiani-volapuk, per cura di M. ROSA TOMMASI e 

A. ZAMBELLI, di pag. 152.* 2 50 

VULCANISMO, del Capitano L. GATTA, di pag. VI1I-268, 

con 28 incisioni. 1 50 

VULCANISMO, (Vedi Sismologia. - Meteorologia. * Igroscopi. 

Climatologia) 

ZINCOTIPIA. (Vedi Arti grafiche). 

ZOOLOGIA, dei Proff. E. tt GIGLIOLI e G. CAVANNA, 3 voL: 

I. Invertebrati, pag. 200 con 45 figure.„ 1 50 

II. Vertebrati. Parte l s , Generalità, Ittiopsidi (Pesci ed 

Anfibi), di pag. XVI-156, con 33 incisioni . . „ 1 50 
! III. Vertebrati. Parte 2% Sauropsidi, Teriopsidi (Rettili, 

Uccelli e Mammiferi); di pag. XVI-200, con 22 ine. „ 1 50 
| — (Vedi Naturalista viaggiatore.) 

; — (Vedi Imbalsamatore.) 


| Abbiamo compreso nell’elenco anche i volumi che sono di 
' prossima pubblicazione. A questi seguiranno altri volumi per ap¬ 
pagare sempre meglio i desiderii d'ogni studioso e per allargare 
continuamente il vasto campo di studi, entro il quale si svolge 
la nostra collezione. Sopratutto ci proponiamo di non ammettervi 
se non opere veramente scelte, per mantenere la fama ed il cre¬ 
dito che il pubblico si compiacque accordare ai Manuali HoeplL 


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s 


INDICE ALFABETICO DEGÙ AUTORI 


Micini. Diritto civile .. pag. 8 

Albini G. Fisiologia.IO 

Alessandri P. E. Infezione, Di¬ 
sinfczione .19 

— Farmacista (Manuale del). 10 
Ambrosoll. Numismatica... 16 

Arti grafiche, ecc.4 

Aschlerl F. Geometria projett. 11 

— Geometria descrittiva ... 11 

— Geometria analìtica del 

piano.11 

— Geometria analitica dello 

spazio.11 

Azzoni. Debito pubbl. italiano 7 
Baccarinl P. Malattie crittoga¬ 
miche .11 

Balfour-Stewart. Fisica.10 

Ball J. Alpi (Le) .3 

Ball R. Stawel. Meccanica... 15 

Balzani A. Shakspeare.18 

Barth M. Analisi del vino... 3 

Belilo V. Mare (II).14 

Ballotti G. Luce e colorì.... 14 
Belluominl G. Cubatura dei le¬ 
gnami . 7 

— Peso dei metalli ...... 17 

— Falegname ed ebanista . . 8 

— Manuale dell’Operaio ... 16 

— Fonditore.10 

Bonetti J. Meccanica.15 

Bertelli G. Disegno topografico 8 
Bertolinl F. Storia del risorgi¬ 
mento ital.18 

Bertolinl G. Unità assolute . . 20 

Bottoni. Piscicoltura.17 

Blagi G. Bibliotecario (Manua¬ 
le del) . 5 

Bianchi A. G. Trasporti, tariffe, 
reclami, operaz. degan. . . 20 
Blgnaml - Sorniani. Dizionario 

Alpino.8 

Bock. Igiene privata.12 

Bollo C. Disegno (Principi! del) 8 
, Bombice! L Mineralogia gene¬ 
rale .15 

— Mineralogia descrittiva . . 45 
Bonizzi P. Anim. da cort. ... 3 

— Colombi domestici.6 

Boselli E. Gioielleria e Orefi¬ 
ceria . 11-16 


Bruni F, Tartufi e funghi, pag. 19 
Cablano C. Soccorsi d'urgenza 19 
Canestrini E. Fulmini e para¬ 
fulmini .10 

Canestrini G. Apicoltura.... 4 

— Antropologia.. 3 

Canestrini G. e R. Batteriologia 5 
Cantoni C. Logica.14 

— Psicologia.18 

Cantoni G. Fisica ..10 

— Tabacco (II).19 

— Prato (II).17 

— Frumento e Mais.10 

Cantoni P. Igroscopi, Igrome¬ 
tri, Umidità atmosferica . . 12 

Cantù C. Storia italiana ... 19 
Capello F. Rettorica.18 

— Stilistica.19 

Cappelletti L Letterat. spagn. 

e portog. 13 

Carega di Muricce F. Agronomia 3 

— Estimo rurale. 9 

Carnevali. Scienza di finanze . 18 
Casagrandl V. Storia e crono¬ 
logia .19 

Cattaneo C. Dinamica element. 8 

— Termodinamica ....... 20 

Cavanna G. Zoologia.21 

Cenceiii-Perti A. Macchine agri¬ 
cole .14 

Chiesa C- Logismografia ... 14 
Ciampoll D. Letterature slave 14 
Cignoni A. Ing. navale (Pron¬ 
tuario dell*).42 

Colombo G. Ingegnere civile 
(Manuale dell’) ........ 42 

Colombo G. Elettricista (Ma¬ 
nuale dell’).9 

Comboni E. Analisi del vino . 3 
Conti. Giardini infanzia .... 11 
Contuzzi F. P. Diritto costituz. 8 
Contuzzi F. P. Diritto interna¬ 
zionale privato.8 

— Diritto mtèrnaz. pubblico. 8 
Cossa L Economia politica. . 9 

Credaro. Pedagogia.16 

Cremona 1. Alpi (Le) ..3 

erotti F. Compens. degli errori 6 
Cust R. Religione e lingue del¬ 
l'India inglese.18 


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Indice alfabetico degli autori . 


Cust R. Lìngue d’Africa. pag. 14 
Oe Amezaga. Marina militare 

e mercantile.14 

. Oe Marchi L Meteorologia . . 15 

— Climatologia., . 6 

Oe Gubernatie A. Mitologia 

comparata.15 

> — Letteratura indiana .... 13 
— Religione e lingue dell'In¬ 
dia inglese.18 

. — Lingue d’Africa.14 

Del Lupo P. Pomologia artìfic. 17 
De Sterlich. Arabo volgare . . 4 
Olb Khaddag. Arabo volgare . 4 

DI Maio F. Pirotecnica.17 

» Dowden. Shakspeare.19 

Enciclopedia Universale.9 

Erede G. Geometria pratica . 11 
Errerà A. Piccole industrie. . 17 
Fenini C. Letteratura italiana 13 
Ferrari D. Arte (L’) del dire . 4 
Ferrini C. Diritto romano... 8 

Ferrini R. Elettricità.9 

— Elettricista (Manuale dell*) 9 

— Energia fisica.9 

— Galvanoplastica.10 

— Riscaldamento e ventilaz. 18 

— Telegrafia.20 

Fiorili! C. Omero.10 

Folco Bruni, Tartufi e funghi . 19 

Foster M. Fisiologia.lo 

Franceschlnl F. Insetti utili. . 12 

— insetti nocivi.12 

Fumagalli G. Paleografia.... 16 

Fumi F. G. Sanscrito.18 

Gabba L. Chimico (Man. del). 6 
— Seta (Industria della) ... 12 
— Adulterazione e falsifica¬ 
zione degli alimenti.3 

Gabelsberger. Stenografia ... 19 
Gagliardi E. Interesse e sconto 12 

Galletti E. Geografia.Il 

GalllzIa.Resistenza di materiali 18 
* Garetti A. Notaro (Manuale del) 16 
Garnier-Va llettl. Pomologia . . 17 
Garollo G. Atlante geografico 
universale. 5 

— Atlante geografico-storico 

• dell’Italia. 5 

Garollo G. Dizionario geogra¬ 
fico .8 

— Prontuario di geografia . 18 

Gatta L. Sismologia.49 

— Vulcanismo.20 

Gautero G. Macchinista e fuo¬ 
chista .14 


Gelkie A. Geografia fisica, pag. là 

— Geologia.là 

Geli! C. I. Ginnastica.li 

— Scherma.Uà 

Gentile I. Archeologia dell’arte 4. 

— Geografia classica.li 

— Atlante dell’Arte Greca e 

Romana.4 

— Storia antica.1» 

Gestro R. Naturalista viag. . 15 

— Imbalsamatore.12 

Glglioll E. H. Zoologia.21 

Giorgettl G. Stenografia . . . . 19- 
Glttl V. Computisteria.7 

— Ragionerìa.18 

Gladstone W. E. Omero.1& 

Gorlnl G. Colori e vernici... 6 

— Concia di pelli.7 

— Conserve alimentari . . . . T 

— Metalli preziosi.15 

— Olii.là 

— Piante industriali.17 

— Pietre preziose.17 

Grassl-Goncinl. Vino (II).20- 

Grothe E. Pilatura, tessitura, 

apprestamento.1G 

Grove G. Geografia.li 

Hoepll U. Enciclopedia univ.. 2» 

Hooker I. D. Botanica.5 

Hugues L Esercizi geografici & 
Inama V. Letteratura greca . 13 
Issel A. Naturalista viaggiat. 15 

Jenkln H. Elettricità.9 

Jevons W. Stanley. Econ. polit. 8 

— Logica.14 

KlepartK. Atlante geogr. univ. 5 

— Esercizi geografici.S- 

Kopp W. Antichità private dei 

Romani.3»- 

Krtfhnke G. H. A. Curve (Trac¬ 
ciamento delle).7" 

Lami V. Metrica del Greci e dei 

Romani.15 

Lange 0. Letteratura tedesca 14 

Lepetit R. Tintore.20 

Lockyer I. N. Astronomìa ... 5 
Lombardini A. Anatomia pitt.. 3 


Loria L. Curve (Tracciam. delle) 7 
— Macchinista e fuochista. . 7 
Loris. Diritto amministr. ... 8 
Mattioli D. Istituz. dello Stato 13 


— Diritti e doveri.1S 

Maggi L. Protistologia.18 

Malfatti B. Etnografia.9 

Manetti L. Caseificio.& 


Marciilac F. Letteratura frane. 1$. 


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* 

























































24 


Indice alfabetico degli autori. 


Marciliac P. Ingegnere civ. pag. 12 
Mastrlgli L Cantante.5 

— Pianista.17 

Matti! C. Volapiik (Dizionario) 8 
Mazzoccolo. Legge (La nuova) 

comunale e provinciale an¬ 
notata .13 

tlelani A. Scoltura italiana. . 18 

— Architettura italiana ... 4 

— Pittura italiana.17 

— Decoraz. e indus. artis. . . 7 
Moreschi N. Antichità private 

dei Romani.3 

Muflone 6. Fotografia.10 

Mailer L Metrica dei Greci e 

dei Romani.15 

Mailer 0. Logaritmi.14 

Murari R. Ritmica.18 

Nencl T. Bachi da seta.5 

Olmo. Diritto ecclesiastico . . 8 
Orlandi G. Celeriniensura. . . 6 
Ottavi 0. Enologia.9 

— Viticoltura.21 

Ottino G. Bibliografia.5 

— Legatore di libri.13 

Pagani C. Assicurazioni sulla 

vita.5 

Paganini A. Letteratura frane. 43 

— Letteratura tedesca.14 

Palumbo R. Omero.16 

Panizza. Aritmetica razionale 4 

Pavesi A. Chimica.6 

Pedicino N. A. Botanica .... 5 
Petri L. Contabilità agraria . . 7 
Petzholdt. Bibliotecario (Ma¬ 
nuale del).5 

Plazzoll E. Illumin. elettrica 42 
Piccinelli r. Valori pubblici. 20 

Piccoli 0. V. Telefono.20 

Pincherle 8. Algebra.3 

— Geometria metrica e trigo¬ 
nometrica .14 

— Geometria pura.li 

Pizzi I. Letteratura persiana. 13 
Poloni G. Magnetismo ed elet. 14 

Pompilio. Panificazione.16 

Porro F. Spettroscopio.19 

Proctor R. A. Spettroscopio. . 18 
Prout E. Strumentazione ... 19 
Racioppl F. Ordinamento degli 

Stati liberi d'Europa.... 16 

— Ordinamento degli Stati 

fuori d'Europa.46 


Ramorlno F. Letteratura ro¬ 
mana.pag. 43 

Ragazzoni I. Paleoetnologia. . 16 
Repossl A. Igiene scolastica . li 
Restorl. Letteratura provenz. 13 
Rovai A. Letteratura ebraica. 13 
Ricci V. Strumentazione. ... 19 
Rocco-Murari. Ritmica a me¬ 


trica italiana.18 

Roda F.lll. Floricoltura .... io 

Roscoe H. E. Chimica.6 

Sacchetti G. Tecnologia, termi¬ 
nologia monetaria.20 

Santini. Selvicoltura..19 

Sartori G. Latte, Cacio, Burro 13 

— Caseificio.6 

Savoronan d’Osoppo A. Coltiv. 

e industr. delle piante tessili 6 
Scartazzlnl G. A. Dante (Vita 

e opere di)..7 

Schiaparaill G. V. Astronomia 5 

Setacci. Balistica.5 

Sergent E. Astronomia .... 5 

Sessa G. Modi di dire.15 

Soiazzl E. Letteratura inglese 11 
Sorniani. Igiene pubblica ... 41 
Stoppani A. Geografia fisica. . 23 
■— Geologia.11 

— Prealpi bergamasche ... 17 
Stoppato A. Diritto penale. . . 8 

Stoppato L. Fonologia.10 

Strafforeilo G. Alimentazione. 3 

— Errori e pregiudizi.9 

— Letteratura americana . . 13 

Strucchi A. Cantiniere.5 

Tamaro D. Frutticoltura. ... 10 
Tessaroli M. Stenografia. ... 19 
Thompson E. M. Paleografia . 16 


Tommasl M. R. Manuale di con- 
versaz. italiano-volapiik. . 20 
Tozer H. F. Geografia classica 14 
Trevisani G. 1 ollicoltura e 

coniglicoltura.7, 17 

Tribolati F. Araldica (Gram¬ 
matica) . 4 

Valletti. Ginnastica.11 

Vidari E. Mandato commerc.. 14 • 

Volpini. Cavallo.6 r 

- Dizionario delle corse ... 7 * ■ 
Wolf R. Malattie crittogamiche 14 
Zamoeili A. Manuale di con- ; 

\ersaz. italiano-volapiik. . 20 j 

Zoppetti V. Arte mineraria. . 4 


IIUNI. T1P0MAFIA IEANAMBONI II 0. ZCKSCMNI I ». 

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